Il petrolio ed il benessere, le riforme e la modernità, ma soprattutto un Islam che supera il dualismo fra sunnismo e sciismo. Il sultanato da mille ed una notte come rappresentazione di una third way in salsa mediorientale, solida ma non eterna.

Quando Qabus bin Said Al Said divenne Sultano dell’Oman, la monarchia assoluta che occupa il tacco orientale della penisola arabica, numerosi eventi che hanno scandito la storia moderna della regione ancora non erano avvenuti. Già sedeva sul trono quando lo ayatollah Ruhollah Khomeini, atterrato a Teheran nel 1979, si apprestava a guidare la rovente rivoluzione che trasformò il colosso persiano nell’odierna Repubblica Islamica dell’Iran, successivamente governata dai turbanti neri della teocrazia sciita.

Già sedava sul trono quando a Riad, l’ultimo giorno di agosto del 1985, nasceva Mohammad bin Salman Al Saud, figlio dell’attuale Re Salman, principe ereditario e deus ex machina del granitico regno wahabita dell’Arabia Saudita. Già sedeva sul trono, inoltre, quando il sociologo inglese Anthony Giddens offriva a due grandi attori della politica internazionale degli anni Novanta, il Primo Ministro del Regno Unito Tony Blair ed il Presidente americano Bill Clinton, una rinnovata interpretazione dell’espressione third way, intesa come percorso alternativo sia capitalismo ed al libero mercato, sia al socialismo ed alle politiche stataliste.

È l’estate del 1970 quando il neanche trentenne Qabus, con la particolare collaborazione del Regno Unito, spodesta con un colpo di palazzo il padre Said bin Taymur, costretto a ritirarsi nell’esilio dorato di un hotel di lusso di Londra ed a concedere, tramite un documento di abdicazione, le redini del sultanato al figlio. Qabus ricopre tutt’ora la massima carica dello Stato, e nonostante con i suoi oltre quarantanove anni di regno sia il più longevo dei leader arabi, incarna per certi aspetti una possibile opzione alternativa, moderata e modernista, all’interno dell’agitato scacchiere mediorientale in cui fa da padrone proprio la competizione per l’egemonia fra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Il Sultano dell’Oman: Qabus bin Said Al Said

Se il Libano, durante gli anni del suo più florido sviluppo economico, si è guadagnato l’appellativo di Svizzera del Medio Oriente, l’Oman ne può sicuramente rivendicare l’epiteto se si considera la spiccata capacità di mediazione ed il costante l’atteggiamento pacifico e neutrale. Il benessere derivante dell’estrazione di idrocarburi, dei quali la nazione è ricca, hanno alleviato le tensioni sociali che negli anni hanno invece interessato i principali paesi arabi.

Il Sultano ha efficientemente sfruttato i benefici del fiorente commercio di petrolio e gas, affiancandovi una serie di riforme che nei decenni del suo governo hanno permesso di finanziare cospicui investimenti sia in infrastrutture, sia in sanità, sia in istruzione. Nonostante il forte accentramento di potere, con l’Assemblea Legislativa relegata ad un mero ruolo consultivo, ed una ancora forte disparità fra aree urbane ed aree rurali, il welfare state omanita permette ai propri cittadini di avere assistenza medica pubblica e gratuita, una capillare rete scolastica sul territorio nazionale e l’esenzione dal pagamento di tasse.

Sempre più importante, inoltre, il ruolo della donna. Il suffragio universale è stato riconosciuto nei primi anni del nuovo millennio così come i pari diritti nelle dispute ereditarie e la stipula per legge dell’uguaglianza tra uomini e donne in campo lavorativo. Quest’ultime, infatti, possono sia possedere proprietà e gestire attività, sia rivestire incarichi di primo fascia nell’organizzazione pubblica, oltre ad essere in costante aumento la loro presenza nei settori dell’insegnamento ed in ruoli dirigenziali.

Risultati non scontati se inseriti sul palcoscenico della penisola arabica, frutto di solidità economica dello Stato, dell’abilità diplomatica di proporsi sempre come interlocutore e mai come attore nei conflitti dell’area, ed anche e soprattutto di una visione moderna dell’Islam che supera il dualismo fra sunnismo e sciismo, nel quale l’Asia occidentale è imbrigliata, ma che propone una terza via musulmana, pragmatica e tollerante. Circa tre omaniti su quattro, e fra questi anche il Sultano Qabus, infatti, abbracciano la fede dell’Islam ibadita.

Gli ibaditi, che hanno proprio a Mascate la loro moschea principale, sono a loro volta parte di un insieme più grande, indispensabile da individuare se ne si vuole comprendere l’estraneità alle due principali correnti: la famiglia kharigita. Il kharigismo, letteralmente “coloro che escono”, si forma in seno allo scisma conseguente la diatriba sulla successione califfale, sostenendo le pretese di potere di Alì, marito di Fatima, figlia del profeta Maometto e quindi suo genero.

Alì, quarto califfo e primo Imam per gli sciiti che dalla sua morte individuano le radici della loro separazione, ebbe l’appoggio dei kharigiti soltanto finché essi non ne osteggiarono la scelta di non combattere per la successione del comando, ma anzi scendere a compromessi con quella che oggi si potrebbe identificare come la controparte sunnita. In questo intricato nodo di storia dell’Islam, la componente ibadita, per quanto estremamente minoritaria nel mondo musulmano, è l’unica sopravvissuta nel raccogliere l’eredità kharigita.

Per quanto teologicamente sia più assimilabile al sunnismo, con il quale condivide il riconoscimento della guida spirituale non necessariamente ad un diretto discendente di Maometto ma a colui che si dimostra degno e meritevole secondo i canoni religiosi, ha sempre coltivato e mantenuto ottime relazioni anche con le potenze sciite, Iran in primis.

La grande moschea della capitale Mascate

Per quanto raramente i riflettori delle attenzioni internazionali si siano accessi sul pacifico sultanato dell’Oman, la sua presenza è embrione di speranza per la mediazione e risoluzione dei conflitti della regione. Indispensabile è stata la sua azione per l’ormai naufragato accordo sul nucleare iraniano, e forte di ciò può comunque incidere sia sugli intricati processi di pace siriani, sia sull’esplosivo teatro yemenita, che, sull’uscio di casa, coinvolge proprio le grandi potenze che Qabus ha visto crescere ed acquisire influenza.

Per Mascate, quindi, le sfide del futuro sono molteplici. Se sul piano economico il forte deprezzamento del petrolio è stato arginato diversificando intelligentemente gli introiti e rafforzando il comparto agricolo, ittico, e soprattutto quello turistico, una possibile assenza di leadership potrebbe gettare il paese nell’instabilità. Da tempo si rincorrono le voci di una grave malattia di Qabus, che, quasi ottantenne e senza figli, ancora non ha designato un successore.

La Costituzione omanita prevede che in mancanza di una successione chiara il Sultano possa esprimere la propria preferenza in una lettera ufficiale e segreta, da aprire sono nel caso il Consiglio della famiglia regnante non trovi un comune accordo.Gli spettri di una possibile lotta intestina appaiono dunque dietro l’angolo, ed aumentano il timore che le fragili istituzioni democratiche introdotte negli anni non siano legittimate a sufficienza per resistere ad uno scontro di potere, dilapidato così il patrimonio diplomatico e culturale di un paese a vocazione progressista.

fonti:

https://www.thetimes.co.uk/article/the-sultan-of-oman-middle-east-peacemaker-qv00vv2sf

https://www.npr.org/2019/07/09/739851463/how-oman-has-become-a-key-diplomatic-player-in-the-middle-east?t=1565721306540

https://www.constituteproject.org/constitution/Oman_2011.pdf?lang=en

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