Pacifico, neutrale, dialogante, intrinsecamente diplomatico.Il Sultanato dell’Oman è, per certi punti di vista, un manuale di relazioni internazionali. Il paese che noi oggi conosciamo come moderno e pacifico, è il frutto del designo dell’uomo che ne ha mantenuto le redini per quasi mezzo secolo, il Sultano Quabus bin Said al Said. Quabus, venuto a mancare il 10 gennaio scorso, salì nel 1970 sul trono di un regno gravemente sottosviluppato e appesantito da una sofferta storia di conflitti civili. Le decisioni sia di politica interna sia di politica estera da lui intraprese hanno consegnato al suo successore uno Stato moderno e stabile, casa di equilibrio fra gli estremi del consumismo degli Emirati Arabi Uniti, e gli estremi del conservatorismo religioso dell’Arabia Saudita, entrambi due ingombranti vicini di casa.Le sfide del Medioriente contemporaneo, che il paese si appresta ad affrontare, però, stanno rapidamente plasmando il profilo degli assetti geopolitici. Il cambio di guida sul trono del Sultanato apre a nuovi scenari. Haitham bin Tariq Al Said ha giurato ufficialmente come nuovo Sultano l’11 gennaio scorso. Haitham, 65 anni ed alle spalle una lunga carriera in ruoli apicali della politica omanita, rappresenta un’attenta transizione generazionale ed esperienziale voluta del suo predecessore. Ha lavorato per oltre 15 anni nel Ministero degli Affari Esteri, è stato poi Ministro per i Beni e la Cultura Nazionale e incaricato per lo sviluppo dell’Oman Vision 2040, l’imponente e complesso piano strategico per il futuro del paese.

 
 
 
 
 

Primo atto realmente politico nell’orizzonto estero omanita sono state le congratulazioni con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein per aver stabilito legami diplomatici con Israele, ma ha affermato di essere rimasto fedele ai legittimi diritti del popolo palestinese che aspira a uno stato indipendente con Gerusalemme est occupata come capitale. Una equidistanza formale ma non sostanziale, visto il vortice di reazioni che gli accordi benedetti dagli USA sta provocando. Lo stato del Golfo mantiene buoni rapporti sia con gli Stati Uniti che con il suo rivale Iran, rivendicando una posizione di neutralità nella regione, che però potrebbe presto venir meno. La pandemia, la svalutazione del greggio, il nuovo ordine finanziario, e l’interesse famelico degli attori della penisola fanno vacillare le solide sicurezze costruite nei decenni, che forse, per la prima storica volta, potrebbe abdicare alla sua posizione terza.

 

 

 

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Davide Agresti

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