A fronte di un allentamento delle maglie della cooperazione multilaterale, e di una perdita di fiducia negli schemi precedenti della concertazione mondiale in ordine alla effettiva incisività delle decisioni ivi maturate, si aprono nuovi spazi per l’Africa, per porsi alla testa di un nuovo ordine mondiale.

Fino ad un’epoca molto recente, i forum di discussione internazionali e soprattutto le Nazioni Unite, rappresentavano per i Paesi emergenti un’effige dell’ordine e delle regole a cui appellarsi nel caso di discordie tra i principali attori negli scacchieri di riferimento. Nella cornice del dettato programmatico e giuridico del Palazzo di vetro, anche i Paesi meno influenti potevano trovare il loro spazio di azione all’interno delle complesse relazioni internazionali.

Tuttavia, con il progressivo modificarsi del peso degli attori e degli interessi in gioco, molti paesi in via di sviluppo si sono visti costantemente marginalizzati e penalizzati rispetto agli attori principali, che riuscivano a plasmare la loro visione del mondo senza troppa difficoltà. Basti pensare, ex multis, alle ricadute nell’applicazione del Washington Consesus, il pacchetto standard da destinare ai Paesi in via di sviluppo secondo Jhon Williams (1), che già dalla metà degli anni ’90 ha iniziato a provocare pioggia di critiche, tanto da portare al fine a un suo progressivo ripensamento. È cambiato inoltre, il paradigma classico alla base della visione delle piccole e medie potenze: lungi dall’essere mero cuscinetto tra gli screzi delle grandi potenze, queste ultime sono, nel loro insieme, da considerarsi ormai essenziali nella lotta all’erosione dell’ordine liberale mondiale. Il discorso di cui sopra vale specialmente ed in particolar modo per il continente africano, che nonostante le criticità permanenti, si affaccia assertivamente sulla scena mondiale come il “continente da tenere d’occhio”. Non solo dispone di grandissime risorse economiche in termini di materie prime, ma è anche, e sempre più frequentemente, il centro degli interessi geopolitici e strategici degli altri attori internazionali (primo tra tutti la Cina, ma anche gli Stati Uniti e senza dimenticare la Francia). Inoltre, all’interno del Corno d’Africa, si trovano alcune medie potenze il cui peso internazionale è stato vieppiù determinante nel dirimere alcune questioni di ampio respiro internazionale: Tunisia, Algeria, Egitto, Sud Africa, Nigeria, sono ormai attori che non si può più fare a meno di marginalizzare.(2)

Dopotutto, l’Africa ha fortemente investito nel progetto multilaterale, contribuendo alla formazione di norme centrali per il sistema giuridico internazionali, come ad esempio il concetto della responsibility to protect. Poste queste brevi premesse, a fronte di una perdita di fiducia nel complesso del sistema multilaterale, quale alternative ha l’Africa, per affermarsi come promotore di un nuovo modello di discussione?

Innanzitutto, il continente nel suo insieme dovrebbe prendere coscienza della sua ritrovata importanza nello scacchiere geopolitico mondiale come palcoscenico di alcuni dei più interessanti avvenimenti recenti, e dal punto di vista politico e dal punto di vista giuridico. Forte di questa consapevolezza, potrebbe far sentire la propria voce in maniera autoritaria, facendo valere il proprio interesse e la propria legittimazione ad agire in un ruolo di primo piano nelle relazioni internazionali.

In secondo luogo, l’Africa dovrebbe continuare la sua opera plasmatrice di gruppi di discussione ulteriori ed alternative rispetto ai precedenti modelli di matrice spiccatamente westphaliana. Gli esperimenti cui essa si è messa a capo si sono finora rivelati un discreto successo: l’Unione Africana, ad esempio ha notevolmente rafforzato la capacità decisionale del continente come entità unitaria e coesa, capace di condurre una campagna di rappresentanza e di advocacy efficiente. Ma possiamo anche pensare alla New Development Bank, che i BRICS hanno creato per organizzare un sistema di aiuti allo sviluppo che affiancasse e completasse quello previsto dalla World Bank. (3)

In terzo luogo, infine, all’Africa potrebbe adattarsi una narrazione che vale a fortiori per tutte le medie potenze. Con i principali attori internazionali che sembrano attualmente disinteressati all’incontestabile processo di erosione dell’ordine liberale così come lo conosciamo oggi, perché più preoccupati da questioni interne o da singole problematiche che non coinvolgono l’intero sistema internazionale, si aprono spazi di grande opportunità per quei Paesi che volessero porsi alla testa di un nuovo sistema multilaterale. Posto che l’Africa dovrebbe richiedere un suo spazio in sede di concertazione internazionale, vi è la possibilità di creare altri organismi, forum più o meno formali, in cui le piccole e medie potenze possano far valere le loro idee e le loro innovazioni. Potrebbero, ad esempio, giocare un ruolo cruciare nella modificazione delle norme sulle migrazioni, sulla c.d. “diplomazia degli ostaggi”, nonché sulla cyber-security, o sul climate change, temi troppo spesso affrontati in maniera superficiale e dispersiva in sede di concertazione tradizionale. Non occorrerebbe, tra l’altro, un corpus ad indirizzo organico, potendo i vari attori agire in sedi meno formali: si pensi alla formula dei “dialoghi” ad esempio, molto usati in tema economico, anche questo cruciale visto lo stato in cui versa al giorno d’oggi il WTO (4)

Un terreno quanto mai provvido e fertile dunque. Se l’Africa vorrà e saprà sfruttare al meglio le opportunità che le si presentano innanzi potrebbe dunque, porsi alla testa di un “nuovo” gruppo decisorio internazionale che, unitariamente, potrebbe scardinare l’ordine precedente, tramutando le espressioni di preoccupazione e angoscia, in azioni concrete che, di certo, riuscirebbero a far presa anche sui grandi attori mondiali.

1 https://www.britannica.com/topic/Washington-consensus

2 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/retreat-multilateralism-what-should-africa-do-24092

3 https://www.ndb.int/

4 https://www.chathamhouse.org/publication/can-middle-powers-save-liberal-world-order

The following two tabs change content below.
Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: