Nonostante le accuse penali, i risultati elettorali e la volontà delle altre parti politiche di farlo fuori, Netanyahu è riuscito a strappare un accordo di unità nazionale per guidare Israele insieme (si fa per dire) a Benny Gantz. Uno dei punti dell’accordo riguarda l’annessione di alcuni insediamenti israeliani in Cisgiordania. Quale destino per Israele e Palestina?

Tra i vari effetti prodotti dalla pandemia da COVID-19, può rientrare sicuramente la risurrezione del Premier Benjamin Netanyahu. Dopo il rinvio del processo e la persistente preoccupazione che l’epidemia si potesse diffondere ovunque nello Stato d’Israele, King Bibi ha giocato tutte le carte in suo possesso, soprattutto dal punto di vista mediatico, per poter rimanere al suo posto e strappare un accordo con Gantz che lo lascerà al potere ancora per molto tempo. Poco importa che l’accordo preveda la rotazione della carica (18 mesi per Netanyahu e 18 per Gantz): l’influenza del Re si farà sentire in ogni caso, non essendo un uomo avvezzo a restarsene in secondo piano.

Questa sorta di reviviscenza ha destato molte preoccupazione nel mondo arabo, anche a seguito delle dichiarazioni da parte del Dipartimento di Stato statunitense. Fra i punti dell’accordo stipulato fra i due leader politici vi è la volontà di annettere una parte degli insediamenti israeliani della West Bank, ponendoli sotto la giurisdizione israeliana. In questo modo la situazione (di occupazione) de facto si trasformerà progressivamente in una situazione de iure, in aperta violazione del Diritto Internazionale e dei confini del 1967.

Lunedì 27 aprile, gli Stati Uniti hanno fatto sapere dal Dipartimento di Stato di essere “preparati a riconoscere le azioni d’Israele per estendere la sovranità israeliana e l’applicazione della sua giurisdizione nelle aree della Cisgiordania che la visione (sic!) prevede essere parte dello Stato d’Israele”. Ciò a patto che il governo israeliano cerchi un negoziato con i palestinesi, sotto l’egida statunitense e le linee guida tracciate dall’Amministrazione Trump (Deal of the Century).

Come risposta a tali posizioni, la Lega Araba ha annunciato una riunione urgente per discutere e confrontarsi sulla linea politica da seguire in conseguenza alle dichiarazioni israeliane e statunitensi.

Certamente l’annessione, con o senza negoziato, non sarà semplice per Netanyahu, ciò per vari motivi. Anzitutto, la regione è una polveriera, pronta a ri-esplodere in qualsiasi momento: l’emergenza del coronavirus ha solamente esacerbato i conflitti interni (come ad esempio in Libano). In seconda istanza, a far parte delle negoziazioni non ci saranno solo USA-Israele-Palestina, ma come è logico tutti i paesi confinanti vorranno aver voce in capitolo. E se da un lato Netanyahu può contare sull’ambiguità egiziana, non è detto che dall’est (Siria e Giordania in testa) soffino venti favorevoli. Last, but not the least, a novembre si terranno le elezioni presidenziali alla casa bianca: una possibile e non scontata amministrazione Biden potrebbe in qualche modo rallentare le prospettive egemoniche israeliane.

Il 2020 si prospetta ancora lungo e doloroso per il popolo palestinese.

 

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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