Attaccata da più fronti, la Cina si trova ad un bivio importante: mantenere le buone relazioni col resto del mondo ed il conseguente commercio o passare al contrattacco controllando l’offerta delle sue risorse minerarie per aumentarne il prezzo.

 Dovere di ogni governo è assicurare al proprio paese la fornitura di energia e risorse in base alle proprie necessità. In questo scenario, lo sviluppo tecnologico ha creato nuovi fabbisogni. Sconvolto dal corona virus, il mondo si è dimenticato della guerra commerciale USA-Cina, che nasce, tra le altre ragioni, dal tentativo Statunitense di riappropiarsi di un monopolio il quale, in un contesto di commercio internazionale, può scatenare crisi dell’offerta. Gli Stati Uniti, in questo senso, hanno imparato bene la lezione del 1973, e non hanno intenzione di lasciare l’estrazione di questi metalli nelle mani di un solo fornitore.

Le terre rare sono un insieme di 17 elementi chimici della tavola periodica, in particolare lo Scandio, l’Ittrio e gli altri 15 elementi del gruppo dei metalli lantanidi, tra cui il Neodimio, il Disprosio e l’Olmio. Attualmente, circa l’80% dei metalli preziosi utilizzati dagli Stati Uniti sono importati dalla Cina. Nonostante la produzione statunitense sia tra le più grandi del mondo, con 15 mila tonnellate nel 2018, poco meno dell’Australia, resta comunque insignificante rispetto a quella cinese (120 mila tonnellate all’anno).

In effetti, le cosìdette terre rare sono così denominate ma non lo sono di fatto. Il termine deriva infatti dai minerali dai quali le terre rare vennero isolate per la prima volta, che erano ossidi non comuni trovati nella gadolinite estratta da una miniera in un villaggio svedese.

Ciò che le rende particolarmente preziose è il complesso e dannosissimo processo di estrazione, che richiede utilizzo di acidi solventi, separazione magnetica o temperature superiori ai 1000 gradi.

L’alto impatto ambientale ha fatto si che il mondo preferisse delegare l’estrazione a paesi in via di sviluppo, ciò ha delineato uno scenario dove, sebbene il mondo occidentale sia dipendente da questo meccanismo di produzione, la Cina non è in grado di usare i giacimenti di terre rare come leva nei negoziati. Sebbene Pechino abbia detto di voler bloccare le esportazioni, sarebbe molto complicato ottenere la necessaria produzione degli elementi, ma la raffinazione successiva e la componentistica di precisione rimane ancora in larga parte in possesso del resto del mondo.

Oggi però anche questa visione è cambiata: la maggior parte delle aziende sta cercando di fare a meno delle terre rare e cerca di riciclare quelle già presenti nei prodotti tecnologici. L’azienda oggi più attenta a certi temi è senza dubbio Apple: Lisa Jackson, Vice President Environment, Policy and Social Initiatives di Apple, ha annunciato nel 2017 che avrebbero dato il via ad un processo che tendeva ad eliminare la necessità di nuove miniere e di nuove estrazioni, realizzando prodotti solo con materiale riciclato.

 

Assieme alle terre rare, altri elementi meno inquinanti si trovano oggigiorno al centro della corsa all’oro del 21esimo secolo. Il litio è un minerale alcalino utilizzato per la sua leggerezza nel settore industriale per la produzione di vetro, ceramica, gomma sintetica e sopra tutto, in alcuni componenti elettronici e nelle batterie elettriche, che hanno riacquisito importanza con l’attuale e graduale processo di conversione del parco auto mondiale in auto elettriche. Il materiale è presente sia in salamoie naturali sia in minerali quali lo spodumene e la petalite. Le riserve nelle salamoie, nella situazione al 2017, sono in Cile (36%), Argentina (14%), Cina (5%) seguita dagli USA con il 2%. L’Australia rappresenta da sola il 43% delle riserve nei minerali, presenti anche nella concessione di San Jose, in Estremadura.

Viste le zone di estrazione piuttosto differenziate in tutto il mondo, la Cina possiede un punto di forza invece riguardo la raffinazione chimica delle batterie. Il trend quotidiano tuttavia denota una inversione di tendenza iniziata nel 2017 che porterebbe la Cina alla perdita di consistenti quote di mercato in favore dell’Europa e dell’America Latina, una scelta si dettata dalla necessità di differenziare la produzione, ma anche dalla vicinanza culturale e politica che il mondo occidentale intrattiene con entrambe. In particolare l’Europa potrà riacquisire un settore industriale che si riteneva perduto completamente e che invece, in virtù delle tecnologie necessarie per la produzione delle batterie, sarà facilmente riassorbibile. Pechino sa bene di dover difendere la produzione di litio come asset diplomatico benché l’erosione del suo monopolo sia già iniziata. Nell’agosto 2019 la Svezia ha avviato la costruzione della più grande fabbrica di batterie in Europa, per un investimento di più di un miliardo di dollari da parte di aziende come Volkswagen e bmw. Segno di un tentativo del settore privato, almeno di quelle aziende dove I cinesi non detengono quote di maggioranza, di riappropriarsi del metallo da loro scoperto nel 1817.

Ultimo ma non meno importante, il Silicio, materiale per eccellenza legato alla produzione di microchip elettronici, ha acquisito valore in misura esponenziale alla capacità di calcolo dei computer.

Anche in questo settore la Cina ha rapidamente bruciato le tappe. Per anni produttrice di prodotti di scarsa qualità destinati ad un mercato secondario, la Cina ha pazientemente investito il suo surplus commerciale in innovazione e ricerca trasformando alcuni tra i suoi centri urbani più importanti in hub teconologici ad alta automatizzazione. Non è un caso che la guerra commerciale USA-Cina iniziata nel 2018 fosse stata preceduta da accuse di spionaggio nei confronti del colosso high-tec cinese Huawei.

La supremazia della digital economy passa necessariamente dal controllo della produzione dei semiconduttori, e nel 2020 la Cina si classifica come il più grande produttore mondiale di silicio con circa 4,600,000 tonnellate prodotte ogni anno consumando più della metà del silicio totale nel mondo. Questo primato, tuttavia, è stato raggiunto solo di recente in quanto fino al 2018 la quota maggiore era detenuta dalla Germania tramite la Wacker Chemie AG. L’offensiva di Huawei e più in generale di Pechino alle quote del mercato del silicio rappresentano la chiara intenzione di colpire gli Stati Uniti nel suo settore di punta, rubare i suoi ambiti di eccellenza per diventare simbolo di alta tecnologia e sopratutto, ma meno clamorosamente, dotarsi di materiali di massimo livello per la perpetrazione di cyber attacchi.

Il Silicio, nonostante sia il secondo elemento più abbondante in natura dopo l’ossigeno, è presente in quantità considerevoli in Africa, con importanti giacimenti in Costa d’Avorio, Algeria, Niger e ovviamente Congo, la miniera principale per la quasi totalità dei minerali richiesti dall’industria. La Cina ne è consapevole, da anni infatti ha implementato la sua Belt and Road Initiative per assicurarsi linee di approvvigionamento sicure, affiancata da massicce trances di investimenti diretti sul suolo africano per ottenere il consenso dei governi locali.

Compressa nel dilemma se attuare o meno le sue ritorsioni commerciali, la Cina ha fino ad ora avviato il suo leviatano verso un percorso univoco, costante, ineluttabile. Eppure, la meticolosa pianificazione del suo piano di sviluppo e dominio dei metalli potrebbe nascondere in esso il germe del fallimento. Lo sanno bene I paesi produttori di petrolio, un tempo entusiasti di venir ricoperti di dollari, adesso costretti a vendere i propri barili al prezzo di un cheeseburger.

Fonti

https://www.ilsole24ore.com/art/la-corsa-cinese-litio-e-cobalto-dominare-ciclo-batterie-AErGa8vD

https://www.dday.it/redazione/30986/terre-rare-cina-huawei

https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/02/07/news/la-campagna-dafrica-236658/

https://it.euronews.com/2019/08/16/terre-rare-cosa-sono-e-perche-sono-fondamentali-nella-disputa-usa-cina

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