Quando si parla di Norvegia, nell’immaginario c’è un paese all’avanguardia, tanto che le politiche attuate da Oslo suscitano sempre meraviglia e scalpore. È accaduto qualcosa di simile nel 2016, quando la municipalità della capitale norvegese ha deciso di dire addio alle auto entro il 2019. La decisione è divenuta effettiva all’inizio di quest’anno, e prevede altri numerosi interventi, allo scopo di vietare del tutto il traffico automobilistico entro il 2025. Nel frattempo, numerosi sono stati gli interventi sul territorio da parte del comune di Oslo: nuovi alberi, nuove panchine, aree parcheggio sostituite da spazi verdi. Di conseguenza, i cittadini e le compagnie di trasporto si sono ingegnate, cominciando ad adoperare mezzi di trasporto alternativi e consentiti in centro.

Oslo “car-free” sembra essere solo la prima di una lunga serie: ovunque in norvegia si moltiplicano le centraline per la ricarica delle auto elettriche, e lo stesso governo incoraggia con incentivi vantaggiosi chiunque voglia lasciare le vecchie auto inquinanti per quelle elettriche. Poi ancora: spazi verdi, orti sociali e nuovi quartieri ecosostenibili, sono diventati la norma in Norvegia. I norvegesi sembrano accogliere favorevolmente questo cambiamento, anche se con qualche sacrificio. Tuttavia gli stessi non hanno dimenticato di essere uno dei maggiori produttori ed esportatori petroliferi dell’Artico.

Oslo a piedi e Artico tra gas e petrolio. Il ruolo della Norvegia nell’Artico

La Norvegia è considerata una potenza polare, posizione rafforzata delle isole Jan Mayen (vicine alla Groenlandia) e Svalbard (nel Mare di Barents). Per la sua posizione, la Norvegia vanta una notevole vocazione internazionalista che ha nella collaborazione nordica, nel sistema delle Nazioni Unite e nelle collaborazioni regionali e sub-regionali un fermo ancoraggio. Si parla di Norvegia in merito al suo ruolo di avanguardia in materia di politiche ambientali, per quanto sia la riduzione di emissione nei Paesi industrializzati, sia per il sostegno agli interventi nella stessa direzione nei Paesi in via di Sviluppo.

Inoltre tra le numerose iniziative diplomatiche volte a facilitare la soluzione dei conflitti internazionali particolare importanza rivestono le relazioni con la Russia; questo sia per quanto attiene l’interesse di Oslo al rafforzamento della stabilità ai propri confini nord-orientali sia per le prospettive di collaborazione economica e di sviluppo dell’area del Barents. Da questi elementi si evince la doppia direzione che intraprende la politica norvegese: si preme per avere città green, mentre si coopera con un gigante energetico come la Russia, oltre a portare avanti le proprie attività petrolifere.

La compagnia Stateoil ha dato via libera allo sviluppo di Johan Castberg, un progetto più volte rinviato, ma che oggi vanta costi dimezzati : 49 miliardi di corone (6 miliardi di euro) invece dei 100 miliardi preventivati in origine, un risparmio che garantisce un ritorno sugli investimenti anche con il greggio a 35 $/barile, contro gli 80 $ necessari in precedenza.



(Figura 1 – Oslo)

Il giacimento, che ha riserve stimate di 450-650 milioni di barili equivalenti petrolio, dovrebbe entrare in funzione nel 2022, compensando in parte il declino della produzione di greggio norvegese, che dal 2000 è dimezzata a circa 1,7 milioni di barili al giorno. Si tratta di un progetto a cui partecipa anche la compagnia italiana Eni, con una quota del 30%.

Vi è stata quindi una fase in cui, a questi progetti sono seguite numerose proteste all’interno del paese; nonostante le stesse siano diventate sempre più accese e frequenti, Oslo ha continuato a puntare sullo sviluppo degli idrocarburi, soprattutto nelle regioni dell’Artico. Per l’economia norvegese, lo sfruttamento dei mari artici è uno degli aspetti primari, tra i principali. L’attenzione si sposta maggiormente verso la ZEE artica dove i norvegesi prevedono di effettuare ulteriori investimenti a breve. Come accade per i vicini artici come la Danimarca, anche Oslo dipende moltissimo dall’industria ittica, che costituisce una delle principali voci nell’economia norvegese. La Norvegia intende proteggere il proprio 5% di esportazioni di pesce, magari con l’istituzione di una Zona di protezione ittica. Ad ogni modo, lo spirito norvegese, si vede maggiormente orientato verso una politica di cooperazione: proprio le aree di pesca, si trovano in prossimità di aree condivise con altri paesi, tra cui Unione Europea e Russia; la cooperazione in questi termini è pertanto più una necessità che altro.

Con la Russia, invece si istituì già nel 1975 una Commissione per le riserve ittiche, creando un sistema di gestione congiunto . La Norvegia è situata in una zona geografica particolare,ragion per cui, ha ritenuto conveniente più volte preferire il dialogo con la Russia, onde evitare inutili tensioni. in realtà il rapporto con la Russia, si spinge a condividere molto altro. Per esempio anche il progetto per lo sfruttamento del giacimento di gas dello Shtokman, una grossa risorsa, alla cui estrazione partecipa la compagnia norvegese Stateoil con il 24% insieme a Gazprom .

Tutti questi elementi, lascerebbero intuire un rapporto semplicemente pacifico e di cooperazione tra le due potenze; il che sarebbe un ben sperare per quanto riguarda la controversia nel Mare di Barents. Il mare in questione, è solo una piccola parte dell’Artico, ma è talmente ricca di risorse, da far gola a molti. La contesa, in questo caso riguarda proprio la Norvegia, in particolare nelle isole Svalbard. Tali isole appartengono alla Norvegia, la quale detiene la sovranità grazie al trattato delle isole suddette firmato nel 1920 ed entrato in vigore nel 1925. Il trattato è considerato il primo accordo multilaterale della regione artica perché estende un diritto per lo sfruttamento delle risorse anche agli altri paesi firmatari .

(Figura 2 – piattaforma petrolifera norvegese)

Spesso però ci sono stati sforamenti. Gli sforamenti alimentano tensioni, ed è stato quasi immediato il dubbio riguardo i confini marittimi tra Russia e Norvegia. I russi sostenevano che il trattato delle Svalbard riguardasse solo le acque territoriali; Oslo invece sosteneva di avere il diritto alla sovranità anche sulla piattaforma continentale delle isole e che quindi il confine dovesse estendersi fino alla linea mediana con i territori russi. La disputa ha avuto ripercussioni, che inevitabilmente hanno avuto conseguenze giuridiche . Per venire incontro ad una ipotetica soluzione si istituì una “zona grigia” con un regime congiunto. La soluzione è arrivata poi nel 2010, quando l’area contesa fu divisa in due parti quasi uguali . Da questo accordo sono nate poi le prospettive che hanno favorito gli accordi attuali e la cooperazione tra le ditte norvegesi e russe.

Ma la Norvegia quanto è “green” veramente?

Il petrolio costituisce il settore di maggiore esportazione ed uno dei maggiori fattori di ricchezza; questo è fuori discussione. Tuttavia è altrettanto vero che la Norvegia ha accettato totalmente la sfida imposta dal global warming, e sembra intenzionata ad investire molto su questo settore. C’è da dire però, che il settore petrolifero non è esente dai contraccolpi che una maggior coscienza ambientale, comporta sulla Norvegia. Il primo duro colpo è stato inferto a marzo 2019, quando i laburisti, partito d’opposizione, hanno costituito una solida maggioranza in parlamento per impedire le trivellazioni nell’area delle isole Lofoten.

Le isole in questione si trovano in pieno Oceano Artico e, sono considerate delle vere e proprie meraviglie naturali, ricche di attrazioni ed ecosistemi unici. Le compagnie petrolifere hanno reagito affermando che la necessità di trivellare quell’area è dovuta dal fatto che le risorse in prossimità del Mare di Barents, siano in esaurimento ed il paese, avrebbe necessità di mantenere costante il proprio livello di produzione.

Il voto del partito laburista costituisce una svolta per il paese; infatti questo partito è sempre stato vicino all’industria petrolifera, ed il cambio di passo operato a marzo, può segnare un nuovo inizio per la Norvegia.

La decisione del parlamento è accompagnata da quanto dichiarato dal Fondo Sovrano Norvegese, ossia che i prossimi investimenti saranno orientati verso fonti rinnovabili e non più petrolio e gas. Nell’operazione mossa dal Fondo, però, sembra non esserci una motivazione ecologista. Quello che preoccupa Oslo è la troppa dipendenza dell’economia eccessivamente esposta al calo dei prezzi del petrolio.


(Figura 3- Isole Lofoten, Norvegia)

Del resto, se la motivazione fosse stata etica o ambientalista ci troveremmo di fronte a una paradosso: la Norvegia è arrivata a possedere il fondo sovrano più ricco del mondo proprio grazie allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale e petrolio del mare del Nord nonostante regole molto severe sul rispetto dell’ambiente marino.Il fondo norvegese detiene partecipazioni in oltre 300 compagnie petrolifere a livello mondiale. La decisione deliberata prevede che 134 saranno destinate alla vendita.

La sfida per i norvegesi è notevole: ottimizzare i consumi e mantenere stabile la produzione, oppure rivoluzionare totalmente il proprio sistema produttivo investendo totalmente in politiche ecologiche? Sicuramente sarebbe difficile reggere il confronto ed allo stesso tempo provvedere a trasporti e riscaldamento senza ridurre la competitività con la Russia in campo energetico. D’altro canto, la Norvegia si appresta ad essere uno dei paesi più all’avanguardia in materia ambientale. Se Oslo intende mantenere la propria rilevanza nello scacchiere artico, la strada potrebbe essere proprio quella delle energie rinnovabili e delle politiche green, in modo da ergersi a ruolo di interlocutore di spicco e sicuramente modello per le indicazioni in materia ambientale.

 

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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