Gas russo in Europa: un tema intorno a cui negli ultimi tempi è nato un vero e proprio dibattito di interesse transatlantico, nei confronti del quale l’Unione Europea si è dimostrata non avere un approccio unilaterale. Alla base di questa mancanza di coesione, vi è una cacofonia di opinioni nazionali e regionali differenti, dettate da diversi fabbisogni energetici, sensibilità economiche e percezioni politiche nei confronti del potere di Mosca.

Principale oggetto del contendere è il Nord Stream 2, la recente iniziativa di raddoppio del gasdotto Nord Stream che collega Vyborg, città nella Russia europea sul golfo di Finlandia, a Gresiwald, località della Germania nord-orientale. Presentato dalla società statale Gazprom come uno dei gasdotti offshore più lunghi al mondo (1,230 km), il Nord Stream 2 si stima porterà annualmente in Europa 55 miliardi di metri cubi (Bcm) di gas percorrendo i fondali del Mar Baltico attraverso i territori di Russia, Finlandia, Svezia, Danimarca e Germania. Con la recente autorizzazione da parte di Copenaghen alla costruzione del gasdotto in acque territoriali danesi è venuto meno l’ultimo grande ostacolo al completamento del progetto russo, la cui messa in opera è ora prevista a metà 2020. Questo via libera ha scatenato accese discussioni a livello comunitario le quali hanno visto schierarsi due tipi diversi di attori: i paesi partner coinvolti nel progetto (Germania, Francia, Inghilterra, Olanda, Austria) e quegli esclusi. Ma quali sono le principali ragioni di questo contrasto di interessi?

Credits immagine: Euronews.com

Le forti tensioni di carattere politico-economico che il Nord Stream 2 ha provocato sono dettate nello specifico dal fatto che, una volta ultimato, il progetto eserciterà una significativa influenza sulla sicurezza energetica dell’intera Unione Europa, il cui consumo di gas dipende per quasi il 70 percento da approvvigionamenti esteri. I sostenitori del progetto ritengono che il nuovo gasdotto potrà apportare un grande vantaggio commerciale in quanto necessario a soddisfare il previsto aumento nella domanda di gas naturale da parte dei paesi consumatori europei. A questa presa di posizione si oppongono Stati Uniti, Commissione Europea, e alcun paesi europei i quali sostengono che in seno alla realizzazione dello stesso vi sia una decisione dettata puramente dagli interessi geopolitici russi. Uno dei principali obiettivi del Nord Stream 2 è infatti quello di aggirare l’Ucraina in quanto paese di transito. I gasdotti di epoca sovietica diretti in Europa transitano per il territorio ucraino e quindi il loro funzionamento dipende dalla cooperazione di Kiev. La scelta di Gazprom di non rinnovare il contratto di transito (in scadenza il 31 dicembre 2019) con la compagnia statale Naftogaz mira dunque a scongiurare rinnovati contenziosi nelle relazioni tra Kiev e Mosca che in passato (2006 e 2009) avevano portato all’interruzione degli approvvigionamenti al mercato ucraino, seguite dall’arresto da parte dell’Ucraina dei flussi diretti ai paesi europei. Qualora dovesse perdere la sua posizione di paese di transito, l’Ucraina si troverà più esposta alle pressioni politiche esercitate dalla Russia, la quale, dal canto suo, vedrà rafforzarsi la propria posizione di principale fornitore energetico all’Europa. 

Per quanto concerne il panorama europeo, maggiore beneficiario di questo possibile scenario sarà Berlino, interlocutore privilegiato di Mosca in campo energetico e finanziario, secondo il quale la rotta baltica sembra essere l’unica possibile alternativa strategica per stabilizzare gli approvvigionamenti di gas in Europa. Con la costruzione del Nord Stream 2 la Germania potrà rafforzare la sua posizione strategica e di fatto acquisire un ruolo dominante nello smistamento del gas russo, diventando così il nuovo hub europeo dal quale dipenderanno le forniture energetiche dell’intera Unione. 

Al contrario, i paesi la cui sicurezza degli approvvigionamenti risulterebbe più a rischio a seguito di una possibile interruzione del transito sono quelli che maggiormente dipendono dalla rotta ucraina come Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Italia, tutti schierati contro il progetto. Le istituzioni dell’Unione Europea hanno dichiarato che il Nord Stream 2 rappresenta un ostacolo agli obiettivi posti in essere dall’Unione Energetica Europea in quanto non faciliterebbe i principi di diversificazione delle fondi di approvvigionamento (prevalentemente russe) e delle rotte di transito (raddoppiamento della tratta baltica già percorsa dal Nord Stream). Inoltre, l’iniziativa russa non apporterebbe alcun contributo benefico all’Europa in termini di integrazione del mercato, sostenibilità e sicurezza dell’approvvigionamento energetico, ragione per la quale non è stata inserita nella lista dei progetti di interesse comune (PICs). Facendo leva sul potere legislativo europeo, nel 2017 la Commissione ha proposto l’applicazione di alcune disposizioni di una direttiva adottata nel 2009 relativa alle norme comuni per il mercato interno del gas naturale (rispetto del mercato interno e del diritto europeo nei confronti dei fornitori che intendono vendere gas all’Unione Europea) alle quali il progetto di Gazprom non è conforme. Nel 2019 è stato raggiunto un accordo sulla proposta di legge. Tuttavia, si è ottenuto meno di quanto auspicato inizialmente, a seguito di un emendamento proposto da Francia e Germania che mira a limitare la direttiva esclusivamente alle acque territoriali dell’ultimo stato lungo il percorso del gasdotto (nel caso del Nord Stream 2 le acque territoriali tedesche). Una tale soluzione renderebbe difficile sottoporre completamente il progetto al rispetto della normativa energetica dell’Unione Europea. Inoltre, se il Nord Stream 2 dovesse venir ultimato prima dell’entrata in vigore della direttiva, la Germania otterrebbe il diritto di esenzione unilaterale da innumerevoli normative comunitarie senza diretto controllo da parte della Commissione. In caso contrario, se l’entrata in vigore della stessa precederà la messa in opera del progetto, la Commissione acquisirà maggiore potere decisionale grazie al quale potrà ostacolare i negoziati tra Berlino e Mosca qualora dovessero insorgere questioni di natura discriminatoria. Per quanto il governo tedesco voglia evitare un simile risultato, il mancato completamento del Nord Stream 2 rimane una possibilità concreta.

Ulteriore freno ad affliggere la piena realizzazione del progetto proviene dall’altra parte dell’Atlantico. Dal 2017 gli Stati Uniti mantengono un regime sanzionatorio con effetto extra-territoriale nei confronti delle compagnie europee che decidono di contribuire allo sviluppo delle infrastrutture di trasporto energetico russe. A questo si è aggiunta la recente decisione del senato statunitense di promulgare un disegno di legge sulla sicurezza energetica europea (parte del Natioanl Defense Auhtorisation Act per il 2020):  prevedeva l’applicazione di sanzioni alle compagnie europee coinvolte nell’installazione del gasdotto (blocco di beni e revoca di visti statunitensi per gli appaltatori). Approvata lo scorso gennaio dal presidente Trump – il quale si è opposto saldamente alla realizzazione del progetto sostenendo che renderà l’Europa eccessivamente dipendente dalla Russia – tale legislazione ha avuto un impatto immediato nei confronti della società svizzera-olandese Allseas Group SA (specialista nella posa di condotte sottomarine e parte integrante del completamento del progetto), la quale ha dichiarato la sospensione delle attività di installazione già in corso nelle acque territoriali danesi.  

A questo proposito, l’Ucraina ha accolto favorevolmente le sanzioni statunitensi mentre la Germania si è dichiarata contraria alla mossa di Washington definendola come “interferenza straniera”. L’ingerenza degli Stati Uniti non è ben vista né da Berlino, né tanto meno da Mosca e da alcuni paesi europei. Le aziende che lavorano sul progetto Nord Stream 2 ha infattti confermato di voler terminare il gasdotto il prima possibile, nonostante le sanzioni, in quanto il completamento è essenziale per la sicurezza dell’approvvigionamento europeo.  Il gasdotto è completo al 94% (2.460 chilometri di gasdotto sono già sstati posati entro lo scorso dicembre) e, se necessario, il consorzio si rivolgerà ad aziende russe e cinesi – che non temono le sanzioni – al fine di concluderne l’opera.

Da parte sua, il presidente russo Vladimir Putin ha comunicato che il pease sarà in grado di completare la realizzazione del gasdotto anche senza il coinvolgimento di partner stranieri. Diverse alternative sono state vagliate a questo fine, come il coinvolgiento di tre chiatte della MRTS – una compagnia russa specializzata nella posa e nell’installazione di gasdotti – e la messa a disposizione della nave Akademic Cherskiy di proprietà Gazprom Flot situata nell’estremo oriente russo, la quale impiegherà – secondo le previsioni russe – non meno di 2 mesi ad arrivare nel Mar Baltico.  Se da un lato gli esponenti del Cremlino nutrono molto ottimismo nella possibiltà di concludere il progetto a breve, dall’altro lato non tutti sono convinti che la nave sia all’altezza del compito, ipotesi avvallata da Gazprom, il quale ha ammesso che il completamento del gasdotto è probabilmente ritardato a fine  2020.

Le controverse dinamiche che circondano il Nord Stream 2 rappresentano un delicato gioco di strategia nello scacchiere transatlantico. Un gioco in cui le scelte decisionali di americani, russi e europei si intrecciano in una fitta rete di interessi geopolitici. Ad oggi la partita è ancora aperta e le possibilità di manovra che ogni giocatore ha a disposizione rimangono molteplici. Chi ne uscirà vincitore?

The following two tabs change content below.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: