Non basta l’economia a spiegare ciò che in questi giorni sta accadendo nel mercato petrolifero. Il crollo dei consumi su scala mondiale è stato senza dubbio decisivo, ma non è certo l’unico fattore ad aver causato il tracollo borsistico del WTI dello scorso 20 aprile. Le mosse di Russia e Arabia Saudita contro gli Stati Uniti.

La narrazione sul coronavirus, e sulle sue drammatiche conseguenze economiche (che stiamo ancora soltanto assaggiando), ha dominato tutti i mezzi d’informazione da due mesi a questa parte. Oggi tutto sembra girare intorno al Covid-19, come se le dinamiche internazionali preesistenti si fossero congelate o addirittura arrestate per sempre. Naturalmente, è solo un’illusione ottica.

Un esempio lampante di questa distorsione informativa si è manifestato, nei giorni scorsi, a proposito del crollo del prezzo del greggio nei mercati mondiali. Una caduta senza precedenti, che ha visto chiudere le quotazioni del WTI col segno negativo, all’incredibile prezzo di scambio di -37 dollari al barile. In altre parole, i produttori (o meglio, i possessori dei contratti futures in scadenza a maggio) sulla carta avrebbero addirittura pagato pur di disfarsi dei barili di petrolio in esubero.

Un’anomalia senza precedenti, subito ricollegata all’altra situazione inedita che stiamo vivendo: la drastica riduzione dei consumi di carburante in seguito al lockdown che sta interessando una grossa fetta della popolazione mondiale. Diagnosi senza dubbio corretta. Il calo della domanda ha creato uno squilibrio con la produzione di greggio, tale da saturare rapidamente i depositi e fermare persino le petroliere in mare.

Manca tuttavia un tassello. I Paesi produttori sono abituati a modulare in larga parte le richieste dei mercati, in un senso o nell’altro. Stavolta non è accaduto, o meglio è avvenuto solo in parte. E non per incapacità, bensì per espressa volontà di alcuni di essi. Del resto, a oltre un mese dalla deflagrazione della crisi dei consumi in Occidente e con misure restrittive imposte ormai ovunque, i decisori politici avevano avuto tutto il tempo per approntare le adeguate contromisure. In altre parole, di chiudere i rubinetti della produzione e distribuzione di greggio.

Formalmente, un simile passaggio è stato fatto. Dopo lunghe trattative, lo scorso 12 aprile i Paesi produttori hanno infatti deciso di ridurre significativamente i volumi di estrazione. Un accordo definito senza precedenti, ma in realtà insufficiente a coprire le nuove esigenze dei mercati mondiali. Il taglio di 9,7 milioni di barili al giorno deciso dal cartello Opec+ non è infatti bastato – com’era tra l’altro prevedibile – a mantenere il prezzo del greggio al di sopra di una soglia minima apprezzabile per tutti i produttori.

Incapacità di prevedere i reali flussi? Non esattamente. Le differenti quotazioni del WTI (West Texas Intermediate) e del Brent (il petrolio del Mare del Nord) segnalano che è avvenuto qualcosa di più ampio di un’errata valutazione dei mercati. Il Brent nel fatidico 20 aprile è calato infatti solo del 3,7%, a 27 dollari.

Per Kirk Edwards, presidente della texana Latigo Petroleum, si è trattato della “Pearl Harbor dei petrolieri americani” e sarebbe dunque il risultato di un attacco deliberato. Condotto, non è un segreto, da Russia e Arabia Saudita.

Alla base di tutto ci sarebbe la volontà di uccidere il già agonizzante mercato dello shale oil americano. Com’è noto, l’estrazione degli idrocarburi da scisto, oltre a pesanti investimenti da ripagare, richiede prezzi di mercato relativamente alti a causa dei costi di questa peculiare tecnologia. Niente a che vedere con il collaudato sistema dei pozzi russi, e ancor meno con quelli sauditi, che a tutt’oggi rappresentano il greggio più “economico” sui mercati grazie ai bassissimi costi di estrazione (circa un dollaro al barile).

Russi e sauditi pubblicamente digrignano i denti, e anche in modo abbastanza plateale. Non è sfuggito agli osservatori l’attacco del ministro degli Esteri saudita, che poche settimane fa ha accusato Putin di essere un bugiardo. C’è da scommettere che le estenuanti trattative del mese scorso non siano state tenere, né del tutto trasparenti e oneste. Tuttavia, a conti fatti, i due giganti petroliferi remano nella stessa direzione, e per lo stesso obiettivo di massima. Quello di uccidere il bambino ancora in fasce dello shale americano.

Da parte saudita, c’è in particolare l’intento di restare centrali nel mercato della produzione e distribuzione del greggio. Oltre al potenziale danno economico per Riyad, la completa trasformazione degli Usa da importatori a esportatori significherebbe il ribaltamento dei rapporti di forza – e quindi delle priorità – di Washington in Medio Oriente. Tradotto in altri termini: il ridimensionamento del valore strategico del Golfo, la cui sicurezza militare garantisce il flusso ininterrotto delle petroliere in uscita, sarebbe un colpo senza eguali per la monarchia wahabita. Privata della sua supremazia economica, dovrebbe tornare ad affrontare i rivali iraniani alla pari – incubo strategico paventato già durante gli anni della presidenza Obama.

Per Mosca il ragionamento non è lontano ma si applica a un contesto molto diverso: il mercato europeo del gas, collegato a quello petrolifero. Che gli Stati Uniti facciano il suo stesso gioco, ovvero quello di esportare per influenzare – o, nel caso specifico, per strappare pezzi d’influenza proprio ai rivali russi – è ritenuto inaccettabile. Ne va della necessità della Federazione di restare un interlocutore indispensabile nel nostro continente. La dipendenza – è noto – è reciproca. Ma allo stato attuale l’Europa ha più possibilità di trovare nuovi fornitori di quanto la Russia ne abbia di reperire altri acquirenti. Da qui la forte pressione per il completamento del Nord Stream 2, ma anche i tentativi polacchi di emanciparsi da una dipendenza controproducente.

Le manovre congiunte di russi e sauditi hanno un prezzo molto alto. Riyad deve finanziare investimenti infrastrutturali faraonici, oltre alla guerra in Yemen e un programma militare quasi al di fuori della sua portata (tra i più costosi al mondo). Mosca deve fronteggiare una sfiducia crescente dei suoi cittadini e un livello ancora abbastanza scarso di investimenti esteri, legato sia agli alti tassi d’interesse sia al persistere delle sanzioni occidentali.

Su tutti poi, ma soprattutto sui russi, grava l’incognita coronavirus. Putin sembra già disposto a mettere mano al portafoglio e intaccare il mitico fondo sovrano russo, ovvero 150 miliardi di dollari di riserve. Sarà necessario per disinnescare l’effetto combinato della crisi petrolifera (e del rublo) e di quella produttiva e occupazionale post pandemia.

Ma su quest’ultima, a certe latitudini, prevale ancora la geopolitica. Ovvero la predilezione del mantenimento dello Stato, delle sue strutture e dei suoi obiettivi strategici, su ogni altra considerazione di carattere economico e sociale. Non deve dunque stupire se russi, sauditi e americani sono sintonizzati su frequenze diverse rispetto agli europei, e reagiscono diversamente agli stessi shock. Continueranno a farlo, giocando una partita parallela. Di cui tuttavia potremmo pagare il conto.

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Pietro Figuera

Pietro Figuera

Laureato in Scienze Politiche a Catania e specializzato in Relazioni Internazionali a Bologna, è attualmente borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Russia 2018” e di “Osservatorio Russia”, collabora con Rai Storia, il Groupe d'études géopolitiques, The Post Internazionale e la rivista di geopolitica Limes. È autore del saggio “La Russia nel Mediterraneo”
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