Lo scoppio del magazzino 12 al porto di Beirut di martedì scorso è solo l’ultima delle ferite che il Paese dei cedri deve rimarginare. L’implosione devastante che ha provocato decine di vittime, centinaia di feriti e sgomento profondo nella popolazione libanese e nella comunità internazionale, pone tristemente i riflettori dell’attenzione anche verso numerose problematiche che il Libano affrontava da mesi, se non anni.

La prima è atavica, ed è di ordine politico. La democrazia libanese, definita democrazia confessionale, è appunta un sistema di governo ripartito in maniera ferrea fra le varie confessioni religiose che abitano il paese. Istituzioni dello Stato, incarichi pubblici ed ovviamente l’Assemblea Nazionale – il parlamento monocamerale – sono assegnati secondo un rigido protocollo o ad un rappresentante della comunità cristiano maronita, o della comunità mussulmana sunnita, o mussulmana sciita. L’attuale Primo Ministro Hassan Diab – per legge sunnita – ha ricevuto la fiducia dal parlamento senza i voti dei sunniti, ma con quelli maroniti e sciiti. Un unicum bizzarro, che mostra la debolezza di Diab, il quale ha sostituito ad inizio anno il dimissionario Saad Hariri, investito dal malcontento popolare manifestatosi da ottobre scorso in una serie di diffuse proteste.

La tragica situazione economica è stata la miccia che ha portato migliaia di libanesi nelle piazze per tutti i mesi della fine dell’anno fino all’insediamento del nuovo governo, ed è l’altra componente da tenere in considerazione nella cornice degli eventi di questi giorni. Rapporto debito-pil alle stelle, disoccupazione in costante aumento, crisi energetica trasversale, ed un impoverimento dilagante della classe media, dati e indici che già prima dello scoppio di martedì collocano il Libano sull’orlo del default. Le contrattazioni con il Fondo Monetario Interazionale sono una delle poche speranze a cui è aggrappato l’esecutivo che richiedeva all’organizzazione un prestito di non meno di 10 miliardi di dollari. Nelle ultime settimane il confronto fra i due istituti si era arenato in concomitanza – ma non in relazione – con il riaccendersi delle tensioni al confine sud fra Hezbollah e le forze israeliane. Hezbollah, l’organizzazione paramilitare che in Libano è anche influente partito politico, ha informalmente il controllo dell’area del porto dove vi è stata l’esplosione, fondamentale per la connessione logistica dell’Iran – il principale sponsor del Partito di Dio – con il bacino del Mediterraneo.

Un intreccio di elementi da mettere a sistema nell’osservare il paese dei cedri che, mai come prima dalla conclusione della guerra civile nel 1989, si trova in una situazione di difficoltà che attirerà i famelici interessi delle potenze straniere. Arabia Saudita e il già citato Iran in primis, principali attori della regione che hanno  storicamente una longa manus su Beirut. La Francia, dalla quale il Libano si è resa indipendente nel 1943, si è presentata con il Presidente Macron sul luogo del disastro già giovedì. Una velocità dettata dalla gravità dell’evento di martedì, ma anche rivelatrice dei muscolari giochi di poteri che gravitano attorno alla spirale libanese, e dei quali l’Eliseo vuole essere protagonista. Russia e Cina, che recentemente hanno stretto un’interessante triangolazione sia commerciale che diplomatica con Teheran, sono – rispettivamente – il vero dominus del vicino conflitto siriano e il più attivo investitore nei bilanci statali in giro per il mondo.

Sono entrambi alla porta per vedere gli sviluppi del contesto di Beirut e dintorni, consapevoli che – fuor di dichiarazioni – la grande assente dell’immediato sarà l’America di Donald Trump. Troppi i panni sporchi di casa per il tycoon newyorkese, che affronterà inoltre le elezioni presidenziali il prossimo inizio novembre.
 Il mosaico di cui il Libano si appresta ad essere il tassello centrale appare – quindi – tanto variegato quanto la popolazione che lo abita. O la risposta internazionale sarà all’altezza della gestione di una crisi complessa e multiforme, o il paese dei cedri potrebbe non risollevarsi.

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Davide Agresti

Davide Agresti

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