Lunedi 25 Novembre, in occasione della giornata mondiale contro la violenza di genere, la Nigeria ha lanciato il suo primo registro nazionale degli autori di reati sessuali.  Tuttavia, nonostante si presenti come l’assunzione, da parte della Nigeria, di un vero e proprio impegno ad affrontare il problema della violenza di genere, resta ancora molta strada da fare sia negli aspetti più radicati della cultura che nell’ottica delle carenze che il sistema giudiziario presenta tutt’oggi.

Lunedi 25 Novembre, in occasione della giornata mondiale contro la violenza di genere, la Nigeria ha lanciato il suo primo registro nazionale degli autori di reati sessuali. Il database, disponibile online, contiene i nomi di tutti coloro che, dal 2015 ad oggi, sono stati condannati per reati di natura sessuale. Il progetto potrebbe costituire un validissimo aiuto per le autorità, e per le forze dell’ordine, nelle operazioni di verifica e riconoscimento degli autori soprattutto in caso di reiterazione di reato. L’iniziativa nasce grazie a dei finanziamenti ricevuti dall’Unione Europea e sarà interamente guidata dall’Agenzia nazionale in difesa delle vittime della tratta.

Tuttavia, nonostante si presenti come l’assunzione, da parte della Nigeria, di un vero e proprio impegno ad affrontare il problema della violenza di genere, resta ancora molta strada da fare sia negli aspetti più radicati della cultura che nell’ottica delle carenze che il sistema giudiziario presenta tutt’oggi.

Con riferimento a quest’ultimo, infatti, ci troviamo di fronte a un sistema giuridico misto composto dalla presenza di leggi federali, leggi statali, diritto consuetudinario e Shari’a che, in parte, ha dato vita a un quadro giuridico disomogeneo. La Costituzione del 1999, emendata nel 2010 e nel 2017, è la fonte primaria e si pone al di sopra sia delle leggi statali che federali.  I diritti fondamentali sono disciplinati dal Titolo IV (artt.33-45), tra questi vengono riconosciuti: il diritto per ogni individuo di non essere privato intenzionalmente della propria vita (art.33); il rispetto della dignità umana (art.34); il diritto alla libertà di pensiero e di religione (artt.38 e 39);  la libertà per ogni individuo di spostarsi e di risiedere in qualunque parte dello Stato (art.40) e il divieto di discriminare un cittadino  per etnia, luogo d’origine, sesso, religione o opinioni politiche (art. 42).

Il diritto alla vita, la lotta alla discriminazione e la libertà di qualunque individuo e, di conseguenza, della donna, trae la sua legittimazione anche dalla ratifica di alcuni Trattati Internazionali come la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne, dal 1985 e il Patto delle Nazione Uniti sui diritti civili e politici, dal 1993.

Tuttavia, nonostante le tutele costituzionali e il riconoscimento delle libertà fondamentali, manca una legislazione nazionale incisiva. Questo vuoto normativo, unito alla complessità della struttura giurisdizionale, favorisce l’assenza di integrazione territoriale sia nell’applicazione delle leggi che nel rispetto dei diritti fondamentali.

Questa mancanza di omogeneità è evidente se consideriamo che esistono in Nigeria tre differenti codici penali: Il Criminal Code dell’area meridionale; la Shari’a che trova applicazione nella parte Settentrionale, in 12 dei 36 Stati della Nigeria; e il Penal Code degli Stati del nord non musulmani.  Da questi tre codici deriva ovviamente una differente disciplina del concetto di violenza contro le donne, che si è cercato di scavalcare adottando la definizione elaborata durante la Conferenza di Pechino del 1995: “qualsiasi atto di violenza di genere che ne deriva in, o rischia di, provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne.

Comprese le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, indipendentemente dal fatto che si verifichino nella vita pubblica o privata”. Tuttavia, la violenza di genere, continua ad essere uno dei reati più difficili da trattare, oltre ad essere anche il meno denunciato, soprattutto a causa dello stigma sociale che quasi finisce per colpevolizzare la vittima. Inoltre un ulteriore elemento che finisce per scoraggiare le vittime a rivolgersi alle autorità è “la regola della prova” disciplinata dall’art 211 dell’Evidence Act: dal momento in cui un uomo viene accusato di stupro può difendersi dimostrando che la donna, contro cui presumibilmente ha commesso il reato, aveva adottato un comportamento immorale.

A questo proposito alla donna potrebbe essere chiesto se ha avuto relazioni con altri uomini o con l’accusato, e la sua risposta può essere comunque contraddetta. Questa regola deriva dal principio della common law che sostiene che il valore morale della vittima è fondamentale per attestare la sua credibilità come testimone, e trova applicazione sia nel Criminal Code che nel Penal Code. A questo, si aggiunge che in Nigeria, il marito non può essere accusato di stupro nei confronti della moglie. Questo principio si trova anche nel codice penale islamico da cui deriva che il marito può essere ritenuto responsabile per lesioni causate dal sesso forzato con sua moglie, ma non potrà mai essere accusato di stupro se le parti sono ancora legate da un matrimonio valido.

Dal 2015 è stato approvato il VAPP, Violence Against Persons (Prohibition) Act, che contrasta qualunque forma di maltrattamento e violenza, incluse le mutilazioni genitali. Tuttavia, al momento, vige soltanto nel Territorio federale della Capitale di Abuja. L’atto, se trovasse applicazione omogenea in tutti gli Stati, abrogherebbe alcune norme del Penal Code e del Criminal Code che, tra l’altro, accettano il principio che una donna possa essere picchiata, per motivi di morale, se attraverso tali percosse non le vengano causati danni irreversibili.

Secondo i dati del DHS un terzo delle donne nigeriane subisce violenza domestica, e non ci sono differenze significative nell’incidenza del fenomeno tra i diversi livelli sociali o di istruzione a cui la donna appartiene. Mentre alcune differenze sono state riscontrate sul piano geografico: le violenze sono maggiormente diffuse nel sud (52%) rispetto al nord-ovest (7%). Nel Kano solo l’1% ha riportato di aver subito violenze, contro il 72% nello Stato di Benue. Per quanto riguarda le denunce in caso di stupro è emerso, da un’indagine del 2018, che solo il 22% dei casi sono stati segnalati alla polizia, contro il 75% rimasti senza denuncia.

Ovviamente la causa va ricercata nella paura della vittima di non essere creduta e nella mancanza di fiducia verso le leggi. Soprattutto nelle aree rurali, dove i tribunali e le autorità esitano ad intervenire contro gli uomini se il livello dell’abuso, per cui sono stati denunciati, non eccede gli standard del diritto locale consuetudinario.

È chiaro che la violenza contro le donne si presenta quasi come una prassi accettata in Nigeria. Al di là della struttura articolata del sistema giuridico, nei codici penali si trova una scarsa criminalizzazione di alcune forme di violenza di genere, che vengono interpretate come “punizioni” legittime per il rispetto della morale.

A questo si aggiungono le pene contro gli autori degli abusi, che in alcuni casi vanno incontro a pene lievi (un anno di detenzione o il risarcimento della vittima). Per quanto riguarda lo stupro invece sia il Penal Code che il Criminal Code prevedono l’ergastolo, ma come abbiamo già visto resta lo scoglio della paura della vittima a denunciare, e la prova del reato, che finiscono, nella maggior parte dei casi, per lasciare l’azione impunita. Un caso a parte è il Shari’a Penal Code che prevede pene differenti sulla base dello stato dell’autore. Se l’autore del reato è sposato è prevista la lapidazione, mentre nel caso in cui non sia coniugato è applicata una pena più indulgente che prevede la fustigazione e un anno di reclusione.

Dal punto di vista giuridico il risultato è lo svuotamento del valore della Costituzione come fonte primaria, in quanto la normativa in vigore continua ad essere applicata nonostante sia in contraddizione con i diritti fondamentali riconosciuti a livello costituzionale.

Dal punto di vista sociale, invece, la questione si pone come una vera e propria emergenza che in parte ci permette di comprendere il fenomeno delle vittime della tratta. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2016 la nazionalità con il più alto tasso di arrivi in Italia era nigeriana, con un aumento del 600% rispetto ai dati del 2014. Le motivazioni, emerse dalle audizioni sarebbero proprio il difficile contesto socio-economico e la violenza di genere. Condizione dentro cui le donne si trovano imprigionate rendendole facili prede per i trafficanti.

Fonti:

https://www.wipo.int/edocs/lexdocs/laws/en/ng/ng014en.pdf

https://pdfs.semanticscholar.org/fc7d/7d80f702a598802b35325fd163a998aa1b5f.pdf

https://www.ilo.org/dyn/natlex/docs/ELECTRONIC/104156/126946/F-1224509384/NGA104156.pdf

https://www.dhsprogram.com/data/available-datasets.cfm

http://protezioneinternazionale.giur.uniroma3.it/wp-content/uploads/2019/02/Rapporto-COI-Nigeria-28-gennaio-2019.pdf

 

 

 

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Giusy Monforte

Giusy Monforte

Laureata in Scienze Politiche a Catania, si specializza in Studi Internazionali all'Orientale di Napoli prestando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo aver svolto un tirocinio presso la rivista di geopolitica Eurasia, ha collaborato con la rivista di teoria e politica Pandora, con il quotidiano di approfondimento politico L'Indro e con "Russia2018". Attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Osservatorio Russia e per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali.
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