La neo insediata Commissione Europea, guidata dalla tedesca Ursula Von Der Leyen, si proprone di essere la Commissione più “green” della storia dell’Unione, con l’importante obiettivo di rendere il continene “climaticamente neutrale” entro il 2050. Quali sono i principi normativi su cui sarà fondata la normativa di dettaglio, e come verranno trasfusi nel contesto della creazione dell’economia circolare? Quali scenari si aprono per l’Italia?

Con 482 sì, 136 no e 95 astensioni il 15 gennaio c.a. è stato approvato dal Parlamento Europeo il New Green Deal, cioè il nuovo piano ambientale dell’Unione Europea sponsorizzato in questi ultimi mesi dalla presidente della Commissione, Ursula von Der Leyen. Il documento [1], composto da circa 116 punti, ha il fine di impegnare i Paesi europei ad effettuare urgentemente interventi necessari per contrastare il cambiamento climatico ed evitare la perdita di biodiversità. L’obiettivo è quello di arrivare ad emissioni zero entro il 2050.

Una parte del piano decisamente corposa è dedicata alla mobilitazione dell’industria a favore dell’economia pulita e circolare. Il concetto ivi sotteso, spesso declinato con “Ripara, riusa, ricicla” è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione e riciclo dei materiali e prodotti esistenti. L’obiettivo è quello di estendere il ciclo di vita dei prodotti, contribuendo a ridurre i rifiuti al minimo e soprattutto garantendo a questi un ulteriore valore economico.

Per consentire lo sviluppo dell’economia circolare, nel 2018 il Parlamento Europeo ha approvato nuovi obiettivi giuridicamente vincolanti per il riciclaggio dei rifiuti e la riduzione dello smaltimento in discarica con scadenze prestabilite[2]. Il primo obiettivo è quello di riciclare il 65% dei rifiuti urbani entro il 2035. Mentre il secondo è quello di riciclare il 70% dei rifiuti di imballaggi entro il 2030.

Ricordiamo che la politica dell’Unione in materia ambientale si fonda sui principi della precauzione, della prevenzione, della correzione dell’inquinamento alla fonte, nonché sul principio “chi inquina paga”. I principi, a differenza delle disposizioni normative o regolamenti che si riferiscono direttamente o indirettamente all’ambiente, sono formulati in modo “astratto”, nel senso che il loro rispetto non è vincolato a verifiche di carattere giurisdizionale o a sanzioni, ma entrano nel diritto vigente senza bisogno di coercizione, perché universalmente condivisi.

Il principio di precauzione è uno strumento di gestione dei rischi, cui è possibile ricorrere in caso d’incertezza scientifica in merito a un rischio presunto per la salute umana o per l’ambiente, derivante da una determinata azione politica. Il principio della prevenzione impone a qualsiasi soggetto privato o pubblico, che svolga un’attività che possa produrre effetti negativi sull’ambiente, di preferire l’adozione di soluzioni e meccanismi che impediscano o limitino tali effetti prima che essi si producano. Il principio “chi inquina paga” è attuato dalla Dir. 2004/35/CE [3] sulla responsabilità ambientale, che è finalizzata a prevenire o riparare il danno ambientale alla specie, agli habitat naturali protetti, all’acqua e al suolo. Qualora il danno si sia già verificato, entra in funzione il principio della correzione dell’inquinamento alla fonte, nel quale si indica che il soggetto che ha inquinato è obbligato ad adottare tutte le misure per riparare il danno.

Oltre i principi fin qui esplicati, si individua la base giuridica del diritto ambientale dell’Unione anche negli Artt. 11 e dal 191 al 193 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Questi articoli indicano che l’Unione può intervenire in tutti gli ambiti della politica ambientale, come ad esempio l’inquinamento dell’aria e dell’acqua o la gestione dei rifiuti.Bisogna specificare però che il suo campo d’azione è limitato dal principio di sussidiarietà, indicato dall’art. 5 par. 3 del Trattato sull’Unione europea (TUE), che definisce le condizioni in cui l’Ue ha una priorità d’azione rispetto agli Stati membri. La materia ambientale è individuata secondo l’art. 4 par. 2 del TFUE nelle competenze concorrenti, in cui l’Unione e i Paesi membri possono legiferare ed adottare atti giuridicamente vincolanti.

Con il New Green Deal, si intravedono quindi nuovi obiettivi nell’ambito dell’economia circolare che intendono seguire, modificare e migliorare i progetti ambientali impostati dalla precedente Commissione Europea della quale era presidente Juncker. Il primo si può individuare dal titolo del punto dedicato all’economia circolare che è il seguente “Mobilising industry for a clean and circular economy” tradotto in “Mobilitare l’industria per un’economia pulita e circolare”. Proprio per raggiungere un’economia circolare e neutrale dal punto di vista ambientale è essenziale l’aiuto dell’industria e delle PMI. Negli ultimi anni l’industria dell’UE ha intrapreso un passaggio, decisamente lento, all’utilizzo di fonti e materiali rinnovabili. Ad oggi è presente ancora un 20% di emissioni di gas serra ed un misero 12 % di utilizzo di materiali provenienti dal riciclaggio. Questa pigra transizione avviene per due motivi. Il primo è la mancanza di controlli e di legislazione nei Paesi Europei. Mentre il secondo è la convenienza economica all’utilizzo di materiali non riciclati da parte dell’industria UE.

Il secondo obiettivo decisivo per ottenere un cambio di passo a livello ambientale è la trasformazione digitale. Con la tecnologia oltre a poter migliorare i sistemi di monitoraggio ambientale che riusciranno così a garantire risorse ed energie sempre più efficienti, si riuscirà ad aiutare il consumatore a reperire informazioni certe sulle caratteristiche dei prodotti con ad esempio un passaporto digitale dei prodotti. Queste innovazioni, dovranno tenere conto anche di quelli che sono gli effetti sulla forza lavoro, cercando di riqualificare e sviluppare le competenze dei lavorati che sono coinvolti. Fortunatamente le industrie ad alta intensità energetica, come quelle del cemento, dell’acciaio e dei prodotti chimici, si stanno impegnando alla decarbonizzazione ed al seguente utilizzo di prodotti sostenibili. Proprio per questo, il piano ambientale cercherà di promuovere nuovi modelli di business e di stabilire requisiti minimi per impedire l’immissione sul mercato dell’UE di prodotti dannosi per l’ambiente.

Il terzo obiettivo è quello di consentire ai consumatori di scegliere prodotti riutilizzabili, durevoli e riparabili. Per questo sarà necessario in primo luogo declinare giuridicamente un vero e proprio “diritto alla riparazione” che proverà a frenare l’obsolescenza integrata di alcuni prodotti soprattutto tecnologici, ed in secondo luogo si dovranno garantire informazioni affidabili e comparabili per gli acquirenti. Questo avverrà solo se le istituzioni europee e nazionali oltre ad inserire nei propri sistemi legislativi un’indicazione giuridica precisa sulla tematica, creeranno un dialogo aperto ed innovativo con le aziende dei vari settori.

Il quarto ed ultimo obiettivo è quello che tende a ridurre potenzialmente gli sprechi. Laddove i rifiuti non possono essere evitati, il loro valore economico deve essere recuperato nonché deve essere anche evitato o minimizzato il loro impatto sull’ambiente. Proprio per questo c’è bisogno di una legislazione nuova che dovrà rafforzare la presenza sul mercato europeo di materie prime riciclate. Parallelamente sarà altresì necessaria una semplificazione nella gestione dei rifiuti e un modello europeo di raccolta differenziata, che dovrà contrastare soprattutto il traffico illecito di rifiuti.

Il piano ambientale è molto ambizioso ma presenta una grande incognita: quella economica. Per la realizzazione di questo progetto sono stati stanziati dalla Commissione 1.000 miliardi di euro in dieci anni. Un grande cifra che però risulta essere di meno della metà degli investimenti decennali necessari. Basandosi sulle stime della stessa Commissione per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 servirebbero almeno 260 miliardi di euro di investimenti annui, 2.600 miliardi in un decennio. Ovviamente in sede di sviluppo del corpus normativo, bisognerà tener conto della salvaguardia della politica industriale europea, assett politico sensibile per i Paesi membri. Per di più gran parte di questi fondi, saranno finanziati da leve economiche. Quest’ultime, presenti nel piano Junker, hanno un funzionamento che, tramite le garanzie dell’Unione, produrranno un effetto moltiplicatore sul bilancio della Bei, la Banca Europea degli Investimenti e a cascata delle banche promozionali nazionali e degli operatori economici.

L’Italia, che è leader nel settore dell’economia circolare e nella lotta contro l’usa e getta, potrebbe avere qualche problema con le leve economiche. In regioni meno sviluppate e più interne, che capiscono in linea di massima il linguaggio dei finanziamenti a fondo perduto, non si hanno le conoscenze di finanza e progettualità mista che consentono di intercettare questa tipologia di fondi europei.

Per far sì che questo piano possa produrre i risultati sperati anche nel nostro paese è necessario oltre che un coordinamento stabile tra Regioni, Enti locali e Ministero dell’Economia, anche un modello organizzativo per la presentazione dei progetti europei. Questa può essere decisamente un’occasione per sviluppare le nostre competenze in ambito di progettualità Europea.

 

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