Mercoledì sera il presidente Reuven Rivlin ha incaricato Benjamin Netanyahu, il leader del partito di destra Likud, di provare a formare il prossimo governo israeliano, dopo che gli sforzi per favorire i colloqui su una coalizione di unità tra il primo ministro e i rappresentanti della coalizione Blu e Bianca si sono risolti in un nulla di fatto. Il presidente Rivlin ha concesso a Netanyahu questa possibilità in luce del leggero vantaggio numerico su cui la coalizione di destra ed estrema destra può contare all’interno del variegato fronte politico dello stato ebraico. 55, infatti, i membri della Knesset disposti ad appoggiare una nuova premiership Netanyahu, includendo oltre i 32 membri del suo Likud gli esponenti dei partiti ultraortodossi Giudaismo Unito per la Torah, Shas e la formazione di estrema destra molto vicina ai coloni, Yemina. 55 deputati, uno in più di quelli su cui può contare il principale sfidante del primo ministro ad interim, il generale Benny Gantz che ha ricevuto l’endorsement dai due minuscoli partiti di sinistra Labour Gesher e Campo Democratico da 10 dei 13 esponenti in parlamento della Lista Unita, formazione araba israeliana. Ancora una volta bisogna assolutamente citare l’importanza degli 8 seggi conquistati dal partito nazionalista e secolare Yisrael Beiteinu, dell’ex ministro della difesa Avigdor Lieberman, in passato ex alleato di Netanyahu e ora principale artefice della ripetizione della elezioni a settembre e dell’attuale stallo politico rifiutandosi di sedere in un governo di destra o di sinistra per la presenza degli ultraortodossi da un lato (con cui Lieberman sta combattendo una feroce battaglia sul tema della coscrizione militare) e con i partiti arabi dall’altra, percepiti come quinte colonne antisioniste e sabotatori dello stato.

Lieberman ha, fin dal principio, spinto per creare un governo di unità secolare tra il Likud, Blu e Bianco e il suo partito escludendo l’ultradestra che appoggia il premier uscente, gli ultraortodossi, gli arabi e la sinistra progressista dando vita a un governo di coalizione che lo vedrebbe conquistare un posto di primo livello ministeriale mentre Bibi e Gantz si alternerebbero alla premiership come già successo nel 1984 con il governo Likud – Labour presieduto dal duo Peres – Shamir. Una soluzione di comodo appoggiata anche da Netanyahu ma che incontra alcune difficoltà: persistono, infatti, malumori all’interno della coalizione Blu e Bianca nel sedersi in un governo Netanyahu, premier accusato di corruzione in tre diversi processi e che da li a qualche settimana dovrà affrontare un importante audizione sui casi. La coalizione Blu e Bianca è nata come contenitore centrista ma trova la sua “raison d’être” nell’ostilità verso le politiche e la persona di Netanyahu e un possibile governo con questo potrebbe nuocere alla base elettorale centrista e variegata del partito dei generali. Dall’altra parte, Netanyahu è ben cosciente del boccone amaro che il presidente Rivlin gli ha propinato, con un mese di tempo disponibile per tentare di costruire una maggioranza costringendo gli ultraortodossi a concessioni importanti per far entrare in coalizione il riottoso Lieberman. In caso di fallimento, Netanyahu dovrà concedere il gettone a Gantz ma questo ha altrettante poche possibilità di formare un governo con gli arabi spaccati al loro interno, la sinistra insignificante e il jolly Lieberman poco affidabile.

Una partita complicata che richiederà non solo molta pazienza, tempo e intelligenza politica ma anche la necessità che le parti scendano a necessari e a tratti gravosi compromessi da un lato e dall’altro della barricata per dare finalmente un governo allo stato ebraico e per evitare l’anatema di un terzo round elettorale. Bisogna, infine, sperare che le parti arrivino a un compromesso in un breve lasso di tempo in quanto la società israeliana sta risentendo di questo stallo e non solo dal punto di vista economico e politico. Aumentano, infatti, le fratture tra le diverse anima religiose, etniche e sociali che formano il mosaico israeliano antagonizzando, forse inesorabilmente, diverse fazioni del panorama sociale in un contesto di per sé già molto bollente.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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