In vista dei negoziati tra Stati Uniti e Russia per il rinnovo del NEW START in scadenza nel 2021, Washington preme affinché la Repubblica popolare cinese partecipi a un trattato trilaterale di limitazione degli armamenti nucleari. Anche Mosca non è contraria a tale iniziativa, tanto più che secondo molti analisti l’ascesa militare cinese è tra le concause che hanno spinto la Russia a violare il trattato INF. Viste le ricadute sull’equilibrio militare, è interessante analizzare la dottrina nucleare cinese per comprendere perché per le autorità di Pechino non è ancora giunto il momento di prendere parte a un trattato trilaterale per la limitazione degli armamenti nucleari.



La dottrina nucleare cinese

 La Repubblica popolare cinese ha detonato la prima bomba atomica il 16 ottobre 1964. Con tale avvenimento, la dirigenza comunista ha realizzato uno dei suoi obiettivi militari principali: mettere al sicuro il territorio nazionale da un eventuale attacco atomico. Eppure, Pechino non ha mai posseduto un arsenale nucleare quantitativamente paragonabile a quello degli Stati Uniti o della Russia, né ha mai preso parte alla corsa agli armamenti durante la Guerra fredda.

La scelta di mantenere un arsenale ridotto non è da ricondurre unicamente a ragioni economiche di alti costi di produzione degli armamenti nucleari, o a limiti tecnologici. Al contrario, si tratta di una decisione coerente con l’originale dottrina nucleare elaborata nel corso degli anni dalla Repubblica popolare cinese, da ultimo ribadita nel Libro Bianco del Ministero della Difesa pubblicato nel luglio 2019. Secondo tale dottrina, Pechino non userà mai le armi nucleari per prima in un eventuale conflitto contro una Potenza atomica, ma esclusivamente in risposta a un loro attacco.

Inoltre, la Repubblica Popolare si impegna a non usare né minacciare l’uso di armi atomiche contro Stati che non le possiedono o “zone libere da armi nucleari” (Nuclear-Weapon-Free Zones). Soprattutto, Pechino assicura che non parteciperà a nessuna corsa agli armamenti nucleari con nessun Paese, ma manterrà le proprie capacità nucleari “al livello minimo richiesto per la sicurezza nazionale”, nonostante nulla sia detto sulla quantità precisa di armamenti nucleari che la sicurezza nazionale richiede.

 

Le preoccupazioni della Comunità internazionale

 Le iniziative militari cinesi preoccupano gran parte della comunità internazionale. Negli ultimi anni, l’Esercito Popolare di Liberazione ha infatti continuamente rafforzato il proprio apparato, al punto che secondo molti analisti le capacità nucleari cinesi in realtà sono già ben oltre quanto strettamente necessario per scopi difensivi, come testimoniato dal possesso di missili balistici intercontinentali ICBM- tipicamente classificati come armi offensive- quali i Dongfeng-31 e Dongfeng-41, esibiti durante la parata militare del 1º ottobre 2019 in occasione del settantesimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare cinese.

A ciò si accompagna il fatto che niente impedirebbe alla Cina di espandere il proprio arsenale nucleare, non avendo essa ratificato alcun trattato che limiti il possesso delle armi atomiche. Ad esempio, visto l’ingente numero di infrastrutture per arricchire l’uranio, Pechino potrebbe rapidamente incrementare la quantità di testate nucleari tattiche, di dimensioni ridotte e utilizzabili sul campo di battaglia.

Allo stesso tempo, il budget militare, sostanzialmente cresciuto in linea con il PIL nominale negli ultimi anni, resta un osservato speciale, soprattutto da quando la diplomazia cinese ha assunto una postura più assertiva dopo l’ascesa al potere di Xi Jinping. In effetti, gli investimenti in ambito nucleare meritano un’attenzione ancora maggiore se rapportati a quelli effettuati in altri settori militari, come le tecnologie anti-satellite. Infatti, sviluppando le proprie capacità asimmetriche, in futuro la Cina potrebbe disporre di sistemi capaci di accecare i satelliti militari delle altre nazioni, minando così la loro capacità di rispondere a un potenziale attacco, sia esso atomico o meno.

Per tali ragioni, nonostante in base alla dottrina nucleare cinese un impiego delle armi atomiche sia altamente improbabile, gli Stati Uniti non nascondono le loro preoccupazioni e vorrebbero coinvolgere Pechino in un accordo trilaterale di limitazione degli armamenti nucleari. Da parte sua, il Cremlino non si oppone alla proposta americana, pur avendo il Ministro degli Esteri russo Lavrov chiarito che Mosca non si sforzerà di portare la Cina al tavolo dei negoziati.

Pechino trarrebbe benefici da un trattato per la limitazione degli armamenti nucleari…

 Qualora firmasse un trattato trilaterale per la limitazione degli armamenti nucleari, la dirigenza cinese potrebbe ottenere dei vantaggi in termini militari, economici e diplomatici. Innanzitutto, un trattato sul controllo delle armi nucleari come il NEW START consente di migliorare la prevedibilità delle manovre, delle intenzioni e delle capacità degli altri eserciti, poiché le stime sugli arsenali atomici degli altri cofirmatari diventano più accurate grazie allo scambio d’informazioni e alla possibilità di svolgere ispezioni in loco. Un trattato di limitazione degli armamenti nucleari sarebbe poi in linea con il Libro bianco sulla difesa cinese del 2019, secondo il quale l’obiettivo di lungo termine e l’aspirazione della Cina quale “Potenza pacifica” resta la distruzione di tutte le armi atomiche esistenti nel mondo.

Dal punto di vista economico, l’aumento degli armamenti nucleari richiede ingenti spese per la difesa. Tuttavia, la crescita del PIL cinese nei prossimi anni è destinata a rallentare rispetto al presente, e tale rallentamento rende insostenibile un aumento del budget militare al tasso attuale, tranne che Pechino non sia disposta a minare il benessere socio-economico della sua popolazione. Un trattato trilaterale sulla limitazione degli arsenali atomici consentirebbe alla Repubblica Popolare Cinese di allocare le risorse destinate alla difesa in maniera più efficiente, permettendole di investire in alcuni programmi essenziali e abbandonarne altri.

Sul piano politico, negoziare un accordo di riduzione degli armamenti accrescerebbe il soft-power cinese, rafforzandone l’immagine di “Potenza pacifica” in ascesa. Non è infatti un mistero che una parte della comunità internazionale, con gli Usa e i loro Alleati in testa, sospetti che la Repubblica Popolare miri a riplasmare l’ordine mondiale, ponendosi come alternativa agli Stati Uniti nel ruolo di guida della Comunità internazionale. In secondo luogo, Pechino eviterebbe di confrontarsi con il rischio di una corsa agli armamenti che lederebbe alle sue relazioni con Washington e Mosca e preoccuperebbe seriamente i vicini, ivi compresi coloro con i quali già sussistono dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale e Nel Mar Cinese Orientale.

 Nonostante tali considerazioni, il raggiungimento di un accordo trilaterale di limitazione degli armamenti resta un miraggio. Infatti, i leader di Pechino negozieranno solo se convinti che l’obiettivo della controparte non sia né limitare le capacità nucleari cinesi, né usare tale trattato per promuovere la propria agenda geopolitica a detrimento degli interessi nazionali cinesi. Ciò è pienamente in linea con l’attuale strategia diplomatica di Pechino, guardinga verso ogni qualsivoglia segnale che possa suggerire il tentativo di ostacolare il “rinnovamento della nazione cinese”, obiettivo perseguito nelle sue varie accezioni sin dall’epoca finale della dinastia Qing (1644-1911) e fatto proprio anche dai Comunisti cinesi, che lo hanno riportato nel preambolo della Costituzione del Partito comunista.

Ancora, simili trattati richiedono un grande sforzo in termini di consenso politico, poiché impongono pesanti limitazioni in un settore sensibile come quello della difesa. Ad esempio, l’opinione pubblica più marcatamente nazionalista potrebbe essere insoddisfatta da un simile accordo. Soprattutto, esiste il rischio di scontentare gli ufficiali militari, che  paventerebbero una riduzione dell’importanza del ruolo delle forze armate sulla scena politica. Senza contare che il nazionalismo giocherebbe un ruolo tanto più essenziale in un negoziato trilaterale in quanto Pechino rischierebbe di passare per uno junior partner di Mosca e Washington, per il suo arsenale nucleare di dimensioni molto più ridotte.

D’altro canto, secondo Pechino, il deterrente nucleare cinese rappresenta un problema secondario per la sicurezza globale, proprio perché la Cina detiene un numero estremamente ridotto di testate nucleari rispetto alla Russia e agli Usa (circa 260, stime dello Stockholm International Peace Research Institute), e la sua dottrina nucleare ne proibisce l’uso, se non in risposta a un attacco atomico. Per i politici cinesi, la priorità della comunità internazionale resta quindi la riduzione degli armamenti nucleari statunitensi e russi, prerequisito per avviare dei colloqui trilaterali.

Non meno importante è la geografia, in quanto la Repubblica Popolare Cinese è l’unico Paese al mondo a confinare con ben 4 Stati nucleari: Russia, Corea del Nord, Pakistan e India. È quindi comprensibile che Pechino sia molto sensibile alle tematiche della non-proliferazione e della riduzione degli armamenti: il rischio nucleare ai suoi occhi non proviene solo dalla Corea del Nord, dalla Russia o dagli Usa, ma anche dal subcontinente indiano, una regione altamente instabile dove i rapporti tra India e Pakistan rimangono tesi, senza contare gli incidenti di frontiera occasionali tra la Repubblica Popolare e l’India.

Certamente, le crescenti tensioni sino-americane e la pandemia di COVID-19 hanno spazzato via ogni speranza di raggiungere un accordo politico. Alla luce delle considerazioni fatte, è difficile che la posizione cinese, espressa dal portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, cambi nel prossimo futuro: Pechino esclude l’avvio di negoziati trilaterali, ma resta aperta alla cooperazione in seno alle conferenze multilaterali esistenti. Purtroppo, queste ultime finora non si sono dimostrate particolarmente efficaci.

 

 

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