Gli spettri che tormentavano, e tormentano, i Paesi dell’ex Jugoslavia sono tanti. Sarebbe quanto meno semplicistico ridurre l’implosione della Federazione unicamente a questioni etniche o ad atavici sogni espansionistici. Inoltre, risulterebbe oltremodo difficoltoso comprendere pienamente le cause del conflitto senza guardare a quel 1974, anno della quarta e ultima Costituzione targata Tito. Con le innovazioni legislative della metà degli anni Settanta, tramite le quali si cercò di bilanciare il potere interno delle Regioni, iniziano a sorgere degli importanti squilibri economici derivanti, in larga parte, dalla crisi energetica internazionale.



Soprattutto dopo la morte del Maresciallo, gli anni Ottanta furono caratterizzati da una inflazione crescente, che arrivò a toccare quote superiori al 1000% nel periodo antecedente alla guerra. La disoccupazione raggiunse il 17%, e l’indebitamento estero divenne asfissiante. Il Fondo Monetario Internazionale, allora, utilizzò le passività della Jugoslavia come arma politica, per imporre a Belgrado una politica di privatizzazioni interne, che portò gli Stati dell’Europa Centrale a inseguire interessi economici specifici nei Balcani del futuro[1]. L’interesse tedesco per la Croazia, e la successiva arbitrarietà delle sanzioni della CEE verso la Serbia, mostrarono al palcoscenico internazionale come la dissoluzione della Jugoslavia non fosse soltanto auspicata dalla Comunità e da Washington, ma anche pianificata.

Da quel momento, per l’ex Paese di Tito iniziò un lungo e tortuoso periodo, nel quale gli interessi nazionali si sovrapposero a quelli internazionali, confondendo, a tratti, i veri protagonisti della politica locale.  In breve tempo quella che fu una delle nazioni più progredite, economicamente e socialmente, dell’Europa del post-guerra divenne un enorme campo di sterminio, dove a seconda delle latitudini variavano vittime e carnefici.

Dalla fine del conflitto in Kosovo ad oggi, sembra essere cambiato poco e nulla. Le tensioni locali rimangono accese e le infrastrutture fatiscenti. I Balcani Occidentali in poco tempo si sono trasformati in nuova terra coloniale, dove l’Europa ha potuto investire a costi irrisori senza mai predisporre un vero piano di riqualifica. L’accentramento del potere politico nelle mani di partiti spiccatamente filoccidentali, e velatamente nazionalisti, ha causato una progressiva diminuzione dell’offerta di lavoro, accompagnata da una sostanziale contrazione salariale. Inoltre, anche il comparto industriale interno non ha retto all’apertura al libero mercato, provocando una lunga serie di fallimenti, in particolar modo nel settore siderurgico.

Le conseguenze si sono rivelate drastiche. I Balcani Occidentali oggi sono costretti a fronteggiare un lancinante indebitamento estero, una corruzione interna dilagante e pochissime prospettive di ripresa economica ed occupazionale. Tali fattori sono, inoltre, alla base di uno dei problemi più preoccupanti per l’intera zona: l’emigrazione. Lo spopolamento dell’ex Jugoslavia non è solamente una problematica sociale, ma anche economica. Secondo le ultime prospettive fornite dall’analista britannico Tim Judah, entro il 2050 la popolazione bulgara si ridurrà del 39% rispetto all’epoca comunista, quella della Romania del 30%, quella della Bosnia del 29%, quella della Serbia del 24%, mentre quella dell’Albania del 18%. La popolazione della Moldavia, invece, si è già ridotta di un terzo in trent’anni e i tassi di fecondità sono ai minimi storici. Una donna bosniaca in media ha 1,26 figli, in Serbia 1,48, in Bulgaria 1,58[2]. Questa fotografia ci permette di trarre alcune considerazioni sulle dinamiche interne dei Balcani e su quelle che potranno essere le prospettive future.

 

 

In primo luogo, delle importanti ripercussioni si notano sotto il punto di vista pensionistico. Partendo dalla considerazione che i sistemi pensionistici pubblici si fondano sul principio di solidarietà intergenerazionale, e che quindi basano il loro funzionamento su una continua erogazione tributaria dei più giovani nelle casse pubbliche, venuto meno il ricambio generazionale anche la spesa previdenziale accusa un brusco ridimensionamento. Ciò comporta un taglio nella spesa sociale, che viene accusato in maniera diretta dalle fasce più deboli della popolazione. Questo discorso potrebbe essere replicato per molti settori, come quello sanitario, o, più in generale, in tutti i comparti assistenzialisti dello Stato.

Inoltre, circolando meno denaro, si produce una maggiore stagnazione economica, che si tramuta in una minore propensione statale a investire nel comparto occupazionale e sociale. Tale meccanismo produce un’evidente contraddizione, dato che per aumentare l’occupazione è necessario creare posti di lavoro e, quindi, un maggior interventismo statale in materia economica. Dato che ciò avviene raramente nei Balcani Occidentali, il risultato è quello di una costante deflazione, con una lenta, ma progressiva, riduzione dei consumi.

L’emigrazione, dunque, colpisce doppiamente l’ex Jugoslavia, andando a intaccare le possibilità di crescita sia per la forza lavoro specializzata che per quella non specializzata. La seconda, mossa dal desiderio di ottenere guadagni maggiori, guarda fuori dai confini regionali nella speranza di partecipare attivamente a un percorso carrieristico, che possa rivalutare la propria posizione sociale attraverso il salario. La prima, invece, si muove principalmente per le mancanze di strutture nazionali che possano valorizzare la propria conoscenza. In questo caso il danno è ancor più grande, dato che gli Stati investono ingenti somme di denaro nell’educazione nazionale e che l’incapacità di trattenere i laureati spesso si tramuta in un investimento a fondo perduto. Inoltre, in tale maniera i contributi che i giovani emigranti specializzati forniranno nel campo delle tecnologie o della ricerca, saranno beneficiati dagli stati ospitanti, i quali non avendo dovuto investire nella formazione dell’emigrante specializzato, godranno di un profitto massimo da ogni suo successo accademico o lavorativo

Inoltre, in particolar modo per i lavoratori non specializzati, l’entrata nel mondo del lavoro in un Paese straniero è spesso correlata a un salario minore rispetto a quello medio della nazione ospitante. Ciò è dovuto anche a fattori sociali come, ad esempio, la conoscenza parziale della nuova lingua. Non mancano, così, le implicazioni economiche su scala globale, come la progressiva lotta a ribasso salariale innescata dai lavoratori degli Stati ospitanti, che pur di rimanere competitivi sono obbligati ad accontentarsi di salari minori. In questa maniera i grandi proprietari europei giovano dei forti flussi migratori provenienti dei Balcani, guardando a quelle terre come un continuo serbatoio di forza lavoro non specializzata a basso costo.  

L’odierna emigrazione dai Balcani, dunque, è figlia di quarant’anni di debito estero, conflitti armati e ricostruzioni mancate. E dato che sono proprio i più giovani ad emigrare, ovvero quelli che dovrebbero possedere il maggior spirito imprenditoriale e le conoscenze scientifiche, la ricostruzione sociale appare sempre più distante.

In questi termini l’Europa Centrale ha creato (mediante l’indebitamento prima e tramite la trappola lavorativa poi), un rapporto subalterno con i Balcani, che grazie alla precarietà sociale e occupazionale consente al blocco centrale del Vecchio Continente di soddisfare la propria offerta di lavoro minimizzando il salario comunitario. I Balcani sembrano essere incapaci di rispondere alle sfide lanciate dal libero mercato, e i rapporti che si vengono a istaurare con i vicini economicamente più progrediti, assomigliano sempre di più ad una sudditanza neocoloniale, mirata a bloccare ogni forma di sviluppo e d’indipendenza finanziaria.

In una recente intervista, l’ex sindaco di Tuzla Selim Bešlagić ha dichiarato che: “Se anche il Paese raggiungesse una fase di sviluppo economico, arriverebbe a una crisi di mancanza di forza lavoro. Ormai il problema non è più se la gente ha o non ha un lavoro: i dati ci indicano che emigra anche la gente che ha un lavoro. Questo significa che si tratta di un’incertezza completa dei cittadini verso l’intero sistema.”[1]

Anche alla luce di queste parole, non sembra errato sostenere che l’emigrazione sta uccidendo i Balcani Occidentali, trasformando gli Stati della regione in zone fantasma, popolate per la maggiore d’anziani, e da sempre meno famiglie.

 

 

[1] https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Selim-Beslagic-Non-fuggire-dalla-politica-202251

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