La Turchia e gli Stati Uniti hanno raggiunto, dopo tre intensi giorni di colloqui, un accordo per la creazione di un’operazione congiunta con base proprio nel Paese di Erdogan. Lo scopo sarà quello di coordinare e gestire una safe-zone nel nord-est siriano, così da scongiurare un’eventuale offensiva militare turca contro le milizie curde supportate da Washington nell’area.

Tale safe-zone garantirà l’esistenza di una striscia di terra con un’estensione di più di 400 km nel nord-est della Siria fino al confine con la Turchia che ha chiesto agli Stati Uniti di allentare i legami con le milizie curde che operano nell’area contro il terrorismo jihadista. Il Presidente turco ha rimarcato il buon esito della discussione tra le due parti anche se da parte del Ministro della Difesa turco non sono arrivati ulteriori dettagli sull’implementazione della zona cuscinetto. Si sa per certo che entrambi i Paesi hanno concordato sul fatto che da safe-zone si passerà a “corridoio di pace” per far sì che gli sfollati siriani possano ritornare facilmente nel loro Paese senza riversarsi in Turchia.

Alcune riflessioni sull’evento. Il fatto che Ankara abbia raggiunto finalmente un accordo sul nord-est siriano è sintomo del fatto che l’operazione militare che si prospettava a est dell’Eufrate era solo un modo per mettere pressione alla potenza a stelle e strisce e che mai si sarebbe potuta realizzare senza l’avvallo della superpotenza. Paradossalmente, se l’azione militare si fosse concretizzata, gli Stati Uniti avrebbero punito in qualche modo Ankara, non sarebbero rimasti a guardare. Washington ha cercato di non esacerbare i rapporti politico-diplomatici con uno degli alleati più importanti della NATO, tenendo conto del consolidamento dei rapporti tra Erdogan e Putin sul dossier missilistico. In sostanza, la Turchia continua a dipendere, nel nord e nell’est della Siria, dalle priorità statunitensi che si concentrano sulla lotta al terrorismo e Washington sa come gestire l’alleato. Ora Erdogan potrà farsi forte, agli occhi dei suoi elettori e dei suoi cittadini perché è riuscito a negoziare su una questione cruciale con una grande potenza e potrà mettere da parte, almeno parzialmente, la sconfitta subita nelle recenti elezioni municipali. 

L’evoluzione della safe-zone in “corridoio di pace”, invece, suggerisce che Ankara non è più disponibile ad accogliere illimitatamente i profughi siriani e che è necessario iniziare a porre un freno. Riguardo l’assenza di ulteriori dettagli sull’accordo tra le due parti, verrebbe da pensare che probabilmente ci sono ancora dei punti oggetto di discussione, per esempio la questione del controllo della safe-zone, oppure che si vuole evitare di fornire informazioni ai Russi che potrebbero sfruttare eventuali punti di disaccordo per dettare le regole di un nuovo piano. Anche se questa ipotesi resta poco valida, in quanto Mosca è già impegnata sul fronte di Idlib.
Gli Stati Uniti, dopo aver negoziato con Ankara, continuano a dominare incontrastati nel nord e nell’est della Siria, possono continuare ad appoggiare le YPG e le FDS per tenere lontane le cellule dormienti dell’Isis, evitano che l’area possa essere riconquistata facilmente da Assad, filo-iraniani e Russi, sperano di utilizzare i Curdi e la loro autonomia per spingere Damasco a concedere riforme ed evitano che eventuali profughi Curdi possano rifugiarsi in Iraq, mettendo in difficoltà la ripresa del Paese.
La Turchia è riuscita a far valere le proprie pretese ma dipende ancora fortemente dagli USA. L’esito positivo dell’accordo ha influenzato la lira turca che ha rafforzato il suo valore. Sarà determinante capire se, messa da parte l’escalation militare a est dell’Eufrate, la Turchia si concentrerà maggiormente sul versante di Idlib, incrementando il sostegno all’opposizione siriana.

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