L’ex presidente yemenita Saleh, ucciso nel 2017 dai ribelli filo-iraniani degli Huthi, aveva ragione quando sosteneva che governare lo Yemen è come “danzare sulla testa dei serpenti”. Nel Paese, la scorsa settimana, si sono verificati degli scontri tra i separatisti del sud legati agli Emirati Arabi e le guardie presidenziali di Aden che fanno parte del governo nazionale con a capo il presidente Hadi, supportato dall’Arabia Saudita e riconosciuto dalla comunità internazionale. Gli scontri rimarcano, ancora una volta, la spaccatura interna al fronte saudita che comprende anche gli EAU e che combatte contro le milizie filo-iraniane degli Huthi. Solo formalmente i separatisti del sud e il governo del Presidente Hadi sono alleati, perché gli interessi geopolitici dei due Paesi del Golfo si contrappongono.

Gli scontri della scorsa settimana testimoniano la volontà dei separatisti del sud, che compongono il Southern Transitional Council (STC), di imporsi militarmente dopo il presunto lancio di un missile sulla città di Aden di cui non si conosce l’esatto responsabile. Si presume il gruppo degli Huthi che sta cercando di frazionare la coalizione a guida saudita per trarre vantaggio dall’indebolimento del fronte avverso. In ogni caso, l’obiettivo dei separatisti è stato quello di reagire all’episodio tentando di occupare il palazzo presidenziale e la banca centrale di Aden, oltre al porto, rovesciando il governo. Tuttavia, la tregua proposta dall’Arabia Saudita è servita per farli ritirare dall’area. Successivamente, per evitare ulteriori dissidi, il presidente del STC ha accolto l’invito a recarsi a Riyad per colloqui. Segnale, questo, che Bin Salman non vuole rinunciare all’alleanza strategico-militare con gli EAU e che non ambisce a vedere, ancora una volta, i cittadini del sud essere fomentati dalle milizie, dopo aver ripetutamente accusato il presidente Hadi di portare al lastrico il Paese.

Gli Emirati Arabi, appoggiando i separatisti, hanno sfruttato il fatto che Hadi fosse in Arabia Saudita per avere più ampio margine di manovra. Il Presidente del STC ha accettato i colloqui e, quindi, ciò ha testimoniato come le due monarchie, nonostante siano divise da disegni geopolitici diversi, hanno bisogno di rafforzare la cooperazione in chiave anti-Huthi, e quindi anti-Iran, e di combattere contro il terrorismo di al-Qaeda nel sud. 
Però non bisogna sottovalutare che gli Emirati, nello Yemen, restano interessati a città e porti strategici (Aden, Mukalla), terminal petroliferi e gasiferi (Bir’Ali e Ash Shir e altri ancora). Inoltre, essi ambiscono ad assicurarsi proiezione marittima, commerciale e militare sul Mar Rosso meridionale, sullo stretto del Bab el-Mandeb, sul Corno d’Africa, Golfo di Aden e Oceano Indiano. Infine, sono stati abili a penetrare in zone che potessero servire come trampolini strategici (Mahra, a est del Paese) e l’isola di Socotra al largo delle coste somale, trasferendovi numerosi separatisti.  La guerra in Yemen continua dopo quattro anni, i tentativi della mediazione ONU falliscono e si registrano circa 10.000 morti: ormai è diventato il Paese più povero della Penisola araba.

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