Al vertice G-20 di Osaka la Russia si è accordata con l’Arabia Saudita sull’estensione dell’accordo OPEC per la riduzione della produzione petrolifera. Tale accordo, che scade il 30 giugno e che riguarda il taglio alla produzione di petrolio di circa 1,2 milioni di barili al giorno, sarà prolungato per altri 6-9 mesi. Putin ha comunicato che molto probabilmente si opterà per nove mesi. Questa decisione arriva in vista dell’incontro che si terrà nei primi due giorni di luglio tra la Russia e gli altri Paesi produttori di petrolio, nell’ambito dell’alleanza che prende il nome di OPEC +.

Kirill Dmitriev (Amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti) che ha giocato un ruolo importante nel raggiungimento dell’accordo OPEC-Russia, ha affermato che il patto in vigore dal 2017 ha avuto un enorme beneficio sulle entrate di bilancio della Federazione Russa. Si parla di circa 110 milioni, quindi 7 trilioni di rubli. Inoltre, egli ha sottolineato che la partnership strategica in atto nell’OPEC + ha condotto alla stabilizzazione del mercato del petrolio e consentito di ridurre e incrementare la produzione in base alle condizioni della domanda di mercato.

L’OPEC, in cui l’Arabia Saudita si configura come stato-guida, cerca di mantenere il proprio ruolo rispetto all’espansione sul mercato dello shale oil americano che ha visto raddoppiare la propria produzione negli ultimi cinque anni. Infatti è stata proprio la rivoluzione dello shale oil, a partire dal 2014, a spingere i Sauditi ad agire per rivendicare la propria autorità sui mercati dell’energia con i tagli alla produzione del greggio.
L’obiettivo della monarchia saudita è stato quello di mantenere i prezzi ad un livello basso per scoraggiare la produzione del petrolio di scisto. Allo stesso tempo, però, i tagli alla produzione hanno permesso di alzare i prezzi sul mercato per dare sollievo ai bilanci statali.

Le previsioni elaborate dagli analisti stimano che il greggio, in questi mesi estivi, verrà scambiato tra 60 e 70 dollari al barile. Molto dipenderà dalle potenziali escalation nel Medio Oriente, con chiaro riferimento a quella tra Stati Uniti e Iran, che potrebbe portare il prezzo del petrolio a 90 dollari con un effetto negativo suoi mercati.

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