Arabia Saudita, 20-21 Maggio 2017. Tra sorrisi, promesse e strette di mano si consuma la due-giorni di Riad, un Arab-Islamic-American Summit dove Donald Trump, fresco di elezioni presidenziali, lancia alla comunità internazionale un chiaro segnale: la nuova geopolitica statunitense riparte dal Medioriente. Due, le strategie elaborate e da mettere in atto: Deal of the Century da una parte, Middle East Strategic Alliance (MESA) dall’altra.

La Riyadh Declaration, il memorandum di intesa adottato alla fine del Summit dagli USA e dai paesi membri del GCC (Gulf Cooperation Council), è la prova su carta del desiderio mutuale, statunitense e saudita, di prendere le distanze dalla linea Obama del geopolitical equilibrium.

Nella visione di Donald Trump e del Re Saud, garantire sicurezza e stabilità significa prima di tutto adottare una strategia di contenimento del soft e dell’hard power iraniano nella regione: indebolire Teheran per rafforzare Riad e suoi alleati sunniti. Questa, l’equazione alla basa della Middle East Strategic Alliance.

Il ritiro dall’accordo sul nucleare (JCPOA) del 2015 e la reintroduzione delle sanzioni contro la Repubblica Islamica sono un chiaro segnale della discontinuità politica e strategica tra la nuova e la vecchia amministrazione statunitense nel rapportarsi al dossier iraniano e più in generale al complesso scacchiere mediorientale (1). La carota ha lasciato il posto al bastone, l’engagement allo strumento sanzionatorio.

La Middle East Strategic Alliance si presenta sulla carta come un’architettura politica ed economica di sicurezza collettiva, una sorta di contributo alla pace ed alla sicurezza nella regione e nel mondo; de facto è l’ennesimo strumento ad hoc ideato dall’amministrazione statunitense per colpire l’Iran e che molto probabilmente contribuirà a fomentare il caos in una regione già abbastanza destabilizzata, militarizzata, martoriata da guerre civili e scontri etno-confessionali.

L’alleanza, che dovrebbe vedere la luce non prima del 2020, da un punto di vista tecnico (2) si inscrive all’interno di un comprehensive framework di natura strategica, politica ed economica, tale da permettere agli USA di disimpegnarsi militarmente nella regione senza il timore di un potenziale espansionismo sovietico, cinese ed iraniano.

Il timore statunitense di vedere ridimensionato il proprio ruolo nell’area dalle rising power straniere Russia e Cina e dalla nuova potenza regionale iraniana, è la lente analitica attraverso la quale analizzare i tre pilastri (strategico, economico e politico) del progetto MESA. Nello specifico, il progressivo interesse cinese per la regione è giustificato da considerazioni securitarie di garanzia d’accesso alle risorse energetiche, essenziali per un paese poggiante su di un’economia di consumo (3).

Recentemente la Repubblica Popolare Cinese non solo ha venduto missili balistici e droni armati ai Paesi del Golfo ma ha anche stabilito la prima logistical facility (nel discorso pubblico cinese si preferisce tale termine a quello di base militare proprio per evidenziarne il carattere neutrale e non belligerante) a Djibouti(4). Mosca in termine di interessi e di sforzi di penetrazione nell’area non è seconda a Pechino e la diplomazia russa lavora assiduamente per avvicinare lo Zar di Russia Vladimir Putin ai tradizionali alleati statunitensi.

Cosa ne consegue? Una minaccia alla dominazione spaziale statunitense nella regione.

L’alleanza MESA, che sulla carta si propone come un meccanismo di difesa volto a potenziare l’interoperabilità tra i suoi membri nel dominio marittimo, aereo e missilistico nella lotta contro il terrorismo di matrice islamica (ed iraniana) attraverso l’avvio di un programma operazionale di condivisione di competenze, informazioni, personale (sotto l’egida USA) al fine di colmare le lacune dei rispettivi sistemi di difesa nazionali, de facto vuole anche essere uno strumento di prevenzione contro ogni tentativo e forma di ingerenza interna ed esterna alla regione.

Da un punto di vista economico, la promozione di processi di cooperazione e quindi di potenziamento dei legami fiduciari nel settore strategico/militare e politico (con conseguente diluizione dell’identità politica e militare dei rispettivi membri), risulterebbe benefico soprattutto allo sviluppo del settore energetico regionale.

Inutile ricordare quanto Cina e Russia stiano attualmente investendo in progetti infrastrutturali concernenti petrolio, gas ed energia nucleare. Il calcolo politico alla base dell’alleanza, deve essere invece inscritto nella più ampia grand strategy trumpiana (ammesso che sia opportuno parlare di disegno strategico) sul Medioriente. La coalizione arabo-sunnita risulterebbe funzionale per due aspetti: da un lato, con la potenziale adesione di Israele, diverrebbe uno strumento di sostegno al Deal of the Century e dall’altro, garantendo un meccanismo di risoluzione delle crisi regionali, renderebbe più complicata qualsiasi ingerenza cinese, russa ma soprattutto iraniana.

A tale riguardo, è opportuno fare una precisazione: se la presenza cinese o russa risulta essenzialmente una minaccia indirizzata agli USA nella misura in cui è la stessa leadership regionale (e globale) statunitense ad essere messa in discussione, il fattore Iran è un “problema” che riguarda indirettamente gli Stati Uniti e direttamente i paesi sunniti della regione, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in primis.

Il rapporto tra il regime di Teheran e le milizie affiliate in Medioriente (Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, gli Houthi in Yemen, le milizie paramilitari in Iraq, le forze filo-Assad in Siria) non piace a Re ed Emiri: il nuovo patto strategico offertogli dagli Stati Uniti risulterebbe pertanto funzionale a rinsaldare le relazioni diplomatiche e militari e contrastare il ruolo regionale della Repubblica Islamica nei principali teatri di conflitto. Le simulazioni di war games (denominate Arab Shield 1) condotte il Novembre scorso da unità navali, aeree e di terra di Bahrain, Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nella zona ovest dell’Egitto con Marocco e Libano in qualità di osservatori, hanno rappresentato per molti analisti il primo passo concreto verso la creazione della “NATO araba”.

Nonostante il feedback positivo dell’esercitazione (era la prima volta che i 6 paesi arabi attuavano delle operazioni congiunte), vi sono molteplici ostacoli alla realizzazione effettiva di tale alleanza. Da un punto di vista operativo a seguito del mancato Summit di Washington dell’ottobre 92018, alcuni nodi quali il numero degli attori coinvolti, la gestione delle risorse o la decisione di dove ubicare il quartiere generale (scelta tutt’altro che banale in quanto potrebbe alimentare tensioni e rivalità tra gli stati membri), sono tuttora irrisolti.

La stessa riflessione attorno alla natura difensiva dell’alleanza fa sorgere delle perplessità: in un contesto come quello mediorientale, contrassegnato da conflitti non convenzionali ed asimmetrici, è plausibile applicare lo schema NATO in soccorso di qualsiasi membro vittima di un attacco esterno? Gli stati interessati sono veramente disposti ad accettare una limitazione alle proprie manovre strategiche? Gli ostacoli politici sono ancora più ardui da superare (o aggirare): la presenza di Israele nell’alleanza, la frattura interna allo stesso Gulf Cooperation Council, la percezione non monolitica della minaccia iraniana, la posizione egiziana.

Ad eccezione di Egitto e Giordania, che hanno riconosciuto lo Stato di Israele ratificando un trattato di pace, per le Monarchie del Golfo formalizzare i rapporti con tale paese porterebbe a delle conseguenze in termini di dibattito pubblico interno non irrilevanti. Escalation di violenza e processi di radicalizzazione non sono scenari da escludere o da sottovalutare soprattutto quando ci si rapporta ad un tema critico quale il conflitto israelo-palestinese.

La frattura interna ai paesi del Golfo sembra insanabile. A primeggiare è la crisi diplomatica tra il Qatar e gli altri membri del GCC, uno scontro economicamente attuato mediante una politica di embargo (promossa da Arabia Saudita, UAE, Egitto e Bahrain) ed esacerbato negli ultimi anni dalla retorica promossa dai rispettivi eredi al trono di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Mohammed Bin Salman e Mohammed Bin Zayed, e fortemente criticata da Oman e Kuwait.

La stessa tensione tra Arabia Saudita e Kuwait sulla questione del campo petrolifero del Khaji, accentuatasi progressivamente nel corso degli ultimi anni, contribuisce a rendere il panorama geopolitico regionale tutt’altro che propizio alla creazione di un fronte difensivo comune. Se a tali considerazioni politiche si somma il rallentamento dell’economia di alcuni paesi (in primis Emirati Arabi Uniti) si evince facilmente una ritrosia 11a sostenere i costi militari ed economici di un’alleanza quale quella proposta da Trump. Infine è importante sottolineare come i paesi del Golfo ed in generale i paesi sunniti dell’area, percepiscano differentemente le varie minacce regionali.

La stessa attitudine verso l’Iran non necessariamente si inscrive nella linea aggressiva adottata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che perpetuando una narrativa settaria hanno demonizzato il paese etichettandolo come il male assoluto da sconfiggere. Una politica finalizzata al contenimento dell’espansionismo iraniano non è pertanto vista da tutti i paesi come una delle priorità ai vertici dell’agenda setting. Lo dimostra il caso egiziano che già nel 2015, rifiutandosi di prendere parte all’operazione “Decisive Storm” in Yemen, aveva preferito dissociarsi dalla strategia saudita di contenimento della potenza iraniana.

Inoltre, la stretta relazione tra Al-Sisi e Vladimir Putin ha sempre reso la posizione egiziana nei confronti della Middle East Strategic Alliance molto ambigua ed incerta. Un’incertezza che viene meno ad Aprile di quest’anno quando l’Egitto annuncia ufficialmente la propria non-adesione alla NATO 2.0, dubitando della “serietà dell’iniziativa” e definendosi preoccupato degli effetti che la coalizione potrebbe produrre in termini di rivalità con la Repubblica Islamica.

Alla base del ritiro egiziano dall’alleanza, stando a dichiarazioni ufficiali egiziane, vi sarebbe anche il timore che difficilmente il progetto MESA potrebbe sopravvivere senza la rielezione di Trump alle presidenziali che si terranno a Novembre del 2020. Rieletto o non, è la stessa assenza di credibilità di cui gode Trump e la sua amministrazione che potrebbe risultare fatale, in termini di fallimento della Middle East Strategic Alliance.

Se le alleanze si costruiscono su rapporti fiduciari di lungo periodo, risulterà difficile (se non improbabile) che i paesi della regione vorranno imbarcarsi in un progetto impegnativo sia politicamente che finanziariamente parlando (MESA) “affidandosi” ad un leader politico che sta compromettendo la pluriventennale alleanza con i propri partner occidentali ovvero la vera NATO.

 

1- Lisa, Watanabe. “Trump’s Middle East policy”, CSS Analyses in Security Policy, No.233, October 32018

2-Yasmine, Farouk. “The Middle East strategic alliance has a long way to go”, Carnegie Middle East 4Center, February, 2019

3-Flynt L. Leverett and Wu, Bingbing. “The new silk road and China’s evolving Grand Strategy”, China 5Journal, 77, 2017, pp, 110-132

4-Tyler, Headley. “China’s Djibouti Base: a one year update”, The Diplomat, December 4, 2018. 6Available at:

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