Alla fine di luglio ufficiali russi hanno incontrato il Primo Ministro dello Yemen Saeed e i rappresentanti del Consiglio politico supremo degli Huthi per discutere della guerra civile nel Paese. La volontà di incontrare entrambe le parti testimonia come Mosca voglia mantenere buone relazioni anche con le milizie armate e tentare di mediare nel conflitto. Nel Paese dilaniato dalla guerra Mosca mette in pratica una politica di non allineamento, tenendo conto che lo staff diplomatico russo è rimasto sia ad Aden, sede ufficiale del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, sia nella capitale Sana’a, nonostante il peggioramento della situazione negli ultimi anni.

Il fatto che Mosca rimanga neutrale all’interno del conflitto in Yemen non significa affatto che il Paese non costituisca un’area di interesse geopolitico. Fondamentale restano sia il Mar Rosso che lo Stretto di el-Mandeb, insieme al Golfo di Aden, per i traffici commerciali, ma resta prioritario per Putin costruire una base militare nel sud del Paese per espandere la propria influenza nell’area, rafforzando così la presenza russa in Medio Oriente. 
Già nel 2008 Mosca aveva maturato il suo interesse per un’eventuale base militare ad Aden che le avrebbe permesso di espandersi nel Corno d’Africa ma questo ha dovuto far fronte agli scontri tra le forze lealiste, gli Huthi e i separatisti del sud.
La politica di neutralità in Yemen ha permesso a Mosca di potenziare le sue già buone relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita e l’Iran, sottolineando i rischi di ulteriori escalation e criticando, tuttavia, il supporto statunitense ai raid Sauditi. Particolare attenzione è stata attribuita agli attacchi degli Huthi che avrebbero costituito una minaccia per l’export di greggio attraverso lo Stretto di el-Mandeb e per il buon funzionamento dell’OPEC+ in cui proprio Mosca può vantare di detenere un ruolo chiave assieme a Riyad.

Mosca ha più volte affermato la necessità di porre fine agli attacchi condotti dalla coalizione a guida Saudita in Yemen su obiettivi legati agli Huthi, suggerendo anche “pause umanitarie” all’interno del dialogo dell’ONU. Sempre a tal proposito si è fatta portavoce di un possibile dialogo tra Arabia Saudita e il rivale Iran per fermare la guerra, anche se il conflitto per procura continua. Il Cremlino non ha mai sottovalutato, inoltre, la possibilità di irrobustire il dialogo tra il governo di Hadi e le milizie tribali che rappresentano alcune regioni del Paese, tra cui quelle del sud.
In questo senso va letto l’incontro di marzo tra il leader del Consiglio di Transizione del sud al-Zoubaidi e il Ministro degli Esteri russo Lavrov che ha rimarcato l’importanza dell’integrità territoriale del Paese.
Difficilmente, però, la Russia potrà esporsi maggiormente nel conflitto in corso, in quanto resta ancora fortemente impegnata a combattere la minaccia terroristica di Idlib in Siria e a liberare i territori nei pressi di Hama che sono nelle mani dell’opposizione supportata dalla Turchia. Alcuni analisti ritengono che Bin Salman, in futuro, potrebbe servirsi della Russia per facilitare il dialogo con i filo-iraniani degli Huthi. 
Intanto Mosca non allenta la sua presenza diplomatica nel Paese che potrebbe aumentare tramite la mediazione con le diverse parti impegnate nel conflitto. Sarà interessante capire fino a che punto si svilupperà il dialogo con le milizie separatiste del sud e se gli EAU permetteranno al Cremlino di mediare senza limiti o condizioni.

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