Il 14 agosto scorso Israele ed Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo, noto più comunemente come “Abraham Accord”, che ha sancito la normalizzazione delle loro relazioni diplomatiche e la sospensione del piano di annessione di alcuni territori della Cisgiordania da parte dello Stato ebraico. L’accordo, che è stato celebrato da alcuni analisti come la vittoria di Israele e degli Stati Uniti rispetto al piano di pace mediorientale, fa sorgere alcune domande rispetto all’operato della Russia. Come si comporterà Mosca a seguito di tale accordo? Cercherà di irrobustire ulteriormente la sua posizione geopolitica nell’area interessata?

Inizialmente il Cremlino non ha fatto trapelare la sua posizione rispetto alla svolta, segno della sua volontà di mantenersi cauta e di non volersi schierare troppo. Successivamente il Ministro degli Esteri russo non ha appoggiato a pieno l’accordo e ha, invece, rilasciato una dichiarazione con cui si lascia intendere che la stabilizzazione del Medio Oriente dipende dalla risoluzione della questione palestinese. In questo modo Mosca dimostra di essere coerente rispetto alla sua strategia geopolitica nell’area: mantenere una posizione di equilibrio nei confronti delle potenze regionali, per poter accrescere il suo potenziale diplomatico, politico e militare. La normalizzazione dei rapporti Israele-EAU serve alla Russia per dialogare maggiormente con le due parti anche se si teme per un inasprimento della posizione dei due Paesi nei confronti dell’Iran.

 

Anche se ci sono dubbi, all’interno del Cremlino, sul miglioramento della questione palestinese a seguito dell’accordo tra Abu Dhabi e Gerusalemme, Mosca cercherà di sfruttare non solo dal punto di vista diplomatico ma anche dal punto di vista militare la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Per esempio, in Siria Mosca troverebbe un motivo in più per dialogare con gli Emirati che sono interessati alla fase post-conflitto e a erigersi come uno dei più importanti player regionali nell’area.

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