Lo scenario che si prospetta è, inevitabilmente, quello di una crisi sociale violenta che si sommerà alla quotidiana mal gestione dell’emergenza sanitaria, creando non solo scontenti, non solo un picco negativo della produttività economica del Paese, ma anche tante vittime, la cui responsabilità sarà in capo all’impotenza dei governi.

Restare a casa, in America Latina, è un consiglio. Non si parla, nella maggior parte degli Stati della regione, di obblighi e rispettive sanzioni. Restare a casa, in Messico, è invece un privilegio. Così come è un privilegio essere curati, in caso di contagio. Il Ministero della Salute messicano risolve la questione scegliendo di non identificarli, i malati: con meno di mille test al giorno, per una popolazione che è il doppio di quella italiana, il Messico si volta dall’altra parte, e non guarda in faccia ai più deboli, che coincidono spesso con le fasce più povere della popolazione. Il Paese del centroamerica, uno dei più sviluppati del continente, investe ogni anno, nel settore sanitario, solamente il 3% del PIL.

Eppure il coronavirus altro non è che l’ennesimo virus in circolazione, arrivato dopo la dengue, dopo il narcotraffico, dopo la violenza, dopo la disuguaglianza. Il Messico è uno dei Paesi con la più alta forbice sociale del mondo, in cui vivono i più poveri e i più ricchi del pianeta. I più poveri, senza tutele statali, senza lavori fissi e regolari, senza pensioni assicurate, senza condizioni igieniche sanitarie garantite nelle proprie abitazioni e sui posti di lavoro, sono coloro che non possono permettersi il lusso di stare a casa in una situazione di emergenza mondiale, perché lavorare equivale a garantirsi la sopravvivenza. Che lavorino o che non lavorino, in una situazione come quella che il mondo si è trovato a vivere, i messicani senza reddito sanno quello a cui vanno incontro. In una prospettiva sociologica, continuare a lavorare accende forse un barlume di speranza. E così, senza dispositivi di protezione individuale, senza un sistema sanitario capace di gestire la crisi, senza tutele sociali, la popolazione più povera del Messico affronta ogni giorno il virus e le pallottole fuori dalle mura di casa.

Lo scenario che si prospetta è, inevitabilmente, una crisi sociale violenta che si sommerà alla quotidiana mal gestione dell’emergenza sanitaria, creando non solo scontenti, non solo un picco negativo della produttività economica del Paese, ma anche tante vittime, la cui responsabilità sarà in capo ai governi.  Il Messico ha una popolazione vulnerabile, che vive in città sovraffollate con un trasporto pubblico disfunzionale e un sistema sanitario indebolito dai tagli di bilancio del suo governo nel 2019. Ma non solo: ricordiamoci che il Messico è il Paese dei narcos, della violenza inaudita e quotidiana, delle regole imposte a livello locale e dell’impotenza dello Stato. E’ il Paese in cui solo nel mese di marzo si sono consumati 2500 omicidi. In questo quadro ampio, caotico, diseguale e incontrollato, solo i ricchi sopravvivranno, perché i poveri sono lasciati in balia dell’insicurezza sanitaria, dell’incertezza economica e di tutti i virus in circolazione. Compresi quelli sociali.

 

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