Il Mare di Mezzo: tra contese attuali e storiche

Il Memorandum d’Intesa fra Turchia e Libia, stipulato dopo le rivendicazioni ottomane a Cipro, ha riacceso il dibattito sulla sovranità “marittima” (e di conseguenza territoriale) di molti Stati, tra i quali due appartenenti all’Unione europea (Grecia e Cipro).

Non è certo la prima volta nella storia che uno Stato o più Stati insieme cerchino di dividersi porzioni del Mediterraneo per i propri interessi nazionali: ne sono prova la perenne guerra fredda fra Grecia e Turchia nell’Egeo, le contese su Leviathan e Tamar fra Libano, Israele, Palestina, Siria, Cipro e Turchia, oltre che i recenti inasprimenti fra le ultime due e la Grecia. Nel Mediterraneo occidentale v’è poi il perenne contenzioso su Gibilterra fra Spagna e Regno Unito a rendere le acque di quella fetta del Mare di Mezzo ancora più calde.

Il Mare nostrum non suscita solo l’interesse dei popoli che hanno immediato accesso ad esso, ma nel corso degli anni ha attirato a sé numerosi concorrenti lontani. Nel 2015, ad esempio, fece scalpore l’esercitazione militare congiunta di Russia e Cina nelle acque del Mediterraneo, così come importante fu la concessione di quote di maggioranza del Porto del Pireo alla società statale cinese COSCO nel 2016, come conseguenza diretta del progetto governativo di Pechino, che nel 2013 aveva inserito il Mar Mediterraneo nel programma della Nuova Via della Seta; la fredda Russia, dal canto suo, ha sempre provato, nel corso della storia, ad allungare le proprie mani nel bacino caldo del Mediterraneo, anzitutto influenzando la politica dei Balcani e, un’altra importante e recentissima occasione, le è stata offerta dalle Primavere arabe, grazie alle quali ha potuto sottoscrivere accordi con la Repubblica siriana, che le hanno concesso l’appoggio nel porto di Tartus.

L’influenza del Mediterraneo: fin dove si estendono realmente le sue acque.

Accanto a questi due giganti (economici, politici e geografici) possiamo annoverare il vecchio Impero britannico, che ha sempre esercitato enormi pressioni nel Mediterraneo, da Gibilterra a Suez e che oggi è in grado di amministrare, in maniera ridotta e minimale, una qualche forma di potere nei territori autonomi di Gibilterra, Malta e Cipro.

Volersi appropriare di un mare come il Mediterraneo è dunque consuetudine antica. Lo storico francese Braudel, nella sua celeberrima opera “Il Mediterraneo”, ne tratteggia la geografia storica in chiave realisticamente poetica. Egli apre il primo capitolo (§La Terra) con questa sentenza lapidaria: “Su una carta del mondo il Mediterraneo non è che una fenditura della crosta terrestre, uno stretto fuso che si allunga da Gibilterra all’istmo di Suez e al mar Rosso”. Il Mediterraneo è un vulnus, una ferita della terra, una spaccatura profonda fra tre continenti, così intimamente diversi fra loro.

In verde i principali porti del Mediterraneo per volume di traffico commerciale

Eppure, anche se crepa, “il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro […]. È attraverso tale sistema che possiamo arrivare a comprendere fino in fondo il Mediterraneo, che si può definire, nella totale pienezza del termine, uno spazio-movimento”.

È un mare che divide e riavvicina e che per questa sua profonda ed unica caratteristica ha la capacità di allargare i propri confini oltre quelli propriamente geografici. Soprattutto perché i movimenti culturali, le popolazioni che si nutriranno dalle sue sponde e le civiltà che fioriranno dalle sue terre (e sulle sue acque) rapidamente attireranno la curiosità dei vicini e viaggeranno oltre i confini del mare. Ecco perché Braudel scrive di un “Mediterraneo più vasto”: per la vita politica, economica, mercantile, culturale e religiosa che attraverserà le sue acque e che sarà capace di influenzare il mondo intero.

È quasi giustificabile storicamente l’interesse pressante di paesi talvolta molto lontani dal Mare Interno. Ma l’interrogativo profondo della sua reale appartenenza resta.Di chi è il Mediterraneo? Può essere il mare di tutti? È forse il catino caldo della Russia, la via più rapida al successo per la Cina, patrimonio geloso dei Paesi che vi si affacciano, scrigno prezioso dell’Europa del nord?

Dallo spazio-movimento alla regione Mediterranea: possibilità concreta?

Il Mediterraneo è un mare ricco di possibilità: frattura fra tre continenti, ventitre paesi affacciati sulle sue sponde, capace di fornire il 20% dell’intero Prodotto marino mondiale lordo, nonostante ricopra appena l’1% della superficie degli Oceani, ma, di contro, è scarso bacino di idrocarburi. L’interesse di paesi talvolta lontani non risiede dunque nella quantità o qualità delle risorse naturali di cui il Mediterraneo dispone, quanto più nella sua straordinaria capacità comunicativa.

Il Mare di Mezzo è un’autostrada perfetta, che dà accesso diretto ai commerci propizi per grandi produttori e consumatori, come la Cina, ed è passerella politica non trascurabile per nazioni che vogliono allargare la propria influenza, come la Russia.

Nella sua dimensione comunicativa, bisogna domandarsi se sia possibile la costituzione di una regione mediterranea, politicamente intesa. Edgar Pisani considerava “pericoloso il concetto ‘euro-mediterraneo’ [come] espressione di una realtà da raggiunge […] poiché frutto di un’irresponsabile mascheramento o di un sogno incontrollabile [che ignora] le molto diverse realtà che circondano il mare comune”.

Lo studioso Bruno Amoroso riprende la critica di Pisani in chiave costruttiva, asserendo che la costituzione di monoliti politico-economici altamente centralizzati (come l’Unione europea) diventa (in assenza di un nemico, quale poteva essere l’URSS prima del crollo del Muro) pericoloso all’economia stessa delle singole nazioni, e dunque un attentato alla loro autonomia ed identità.

A tale proposito, Amoroso postula un modello di solidarietà, formato da quattro anelli e che abbia come obiettivo la conservazione e valorizzazione delle differenze, in opposizione a quello dell’integrazione monocentrica, per trasformare quella ferita tra le terre (che è il Mediterraneo) in cerniera di pace, non escludendo per questo gli sforzi di una maggiore integrazione fra i paesi dell’Europa del sud e i mediterranei e quelli scandinavi con la regione baltica (comprendendo un dialogo con la Russia).

Ma perché la costruzione di una più profonda collaborazione divenga fattibile è strettamente necessario che i paesi di cultura mediterranea si riapproprino della loro identità, considerandola parte integrante del loro essere europei, mediorientali, maghrebini. Soprattutto per l’Europa: già nell’ormai lontano 2000, Amoroso asseriva che “ripensare il Mediterraneo significa anche ripensare l’Europa”, perché “si riflette sul Mediterraneo come in uno specchio”. E c’è da auspicarsi che la Commissione europea lo faccia seriamente.  

È giusto pensare dunque che il Mare di Mezzo non sia né l’affluente dell’Atlantico, né che non possa ridursi a bacino Europeo, né che non possa considerarsi solo via privilegiata di un’economia disumanizzata, quale quella ipercapitalista, perché è intrinsecamente portatrice di identità, di eredità che hanno ancora tanto da insegnare.

Mappa che mostra la diversità culturale delle popolazioni del Mediterraneo prima dell’espansione romana (218. a.C.)

L’eredità Mediterranea: cosa ha da dire al mondo globalizzato.

C’è tra gli studiosi chi ama riferirsi ad una qualche cultura propriamente Mediterranea, come una realtà ontologica di senso, una realtà costitutiva. Eppure, nessuno di questi studiosi osa ridurre la cultura mediterranea ad una identificazione univoca e definitiva. Costituirebbe un oltraggio alla storia, che nel corso dei millenni e dei secoli è stata testimone anche di scontri armati, civili, culturali. Il Mediterraneo ha imposto anche attraverso tali reazioni i propri confini interni e aiutato così a costruire identità molteplici, oltre il cui limite c’è l’annientamento di ciò che si è.

È proprio il confine a creare identità, il limite a definire la forma culturale, sempre labile, certo, ma così indispensabile. È questo il motivo per cui, per secoli, popoli, culture, civiltà hanno potuto convivere (ed anche scontrarsi) senza mai perdere la propria identità. Perché “il Mediterraneo è un pluriverso irriducibile che non si lascia ridurre ad un solo verso, e il suo valore sta proprio in questa irriducibile molteplicità di voci, nessuna delle quali può soffocare l’altra”. Non è annullamento di identità, non è annientamento di peculiarità culturali, ma con-vivenza, dove la vita è pulsante e comprende inesorabilmente anche lo scontro.

È un multiculturalismo antico che ha molto da illustrare al mondo contemporaneo: dove la globalizzazione ha osato assottigliare le differenze culturali, riducendole a specie in via d’estinzione prima e marchiandola come genere protetto poi, destinandola ad una promiscuità che lentamente porta al deterioramento, alla morte delle differenze in nome di una comunanza (che però è valorizzata solo nel suo contrario), il Mediterraneo insegna, attraverso “l’esteriorità terrestre dei continenti […] che la loro differenza non può essere rimossa e che la coesistenza da costruire non si può fondare su una sola legge”.

Oggi il Mediterraneo afferma il valore della differenza, del confine, della bellezza dell’identità come mattone costitutivo del ponte di incontro fra le civiltà e non punto da nascondere alla vista dell’alterità. Non il valore annacquato della globalizzazione, che pensa ad una società multiculturale integrata e spinge alla spersonalizzazione e allo scontro repressivo, ma quella intensità di relazione che impreziosisce territori, riconosce centralità ed importanza e non rende solamente passivo il soggetto. È protagonismo attivo, che guarda all’altro come un pari con cui intessere relazioni profonde e durature nella storia.

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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