Il presidente filippino Duterte si dimostra determinato a contrastare la crescente presenza cinese nelle Spratly Islands, arcipelago conteso nel Mare Cinese Del Sud. Le Filippine assumono una politica estera del tutto nuova, con il rischio di intaccare i rinnovati accordi commerciali e provocare ulteriori dissapori. Filippine e Cina si trovano al centro di un equilibrio più che mai precario: mantenere forti rapporti economici o scontrarsi per il predominio marittimo.

Negli ultimi mesi, la Repubblica delle Filippine sta mettendo a dura prova la propria politica estera. Si sono susseguite delle frecciate tra il governo filippino e quello cinese, a seguito della violazione della giurisdizione delle acque circostanti Manila, oltre all’incalzante presenza cinese nelle acque dell’Isola di Thitu, o Pagasa in filippino. L’isola fa parte dell’arcipelago delle Spratly Island, conteso non solo da Cina e Filippine, ma reclamato anche da Taiwan, Brunei, Malesia e Vietnam. Le isole sono un prezioso territorio di pesca e contengono una vasta riserva di petrolio e gas naturale. Ma prima di tutto hanno vitale importanza strategica e commerciale: essendo un punto di passaggio fondamentale per il Nord Est Asiatico, le isole hanno una posizione cruciale ai fini del controllo dell’intera area del Mare Cinese del Sud.

Le dispute hanno luogo da tempo immemore, ma si sono intensificate verso la fine della Seconda Guerra Mondiale e di nuovo alla fine degli anni Sessanta, grazie alla scoperta di giacimenti petroliferi. Tra il 2015 e 2016 tali dispute hanno assunto carattere più internazionale, a causa delle continue provocazioni cinesi, che hanno portato le Filippine a richiamare l’attenzione mondiale sulla presenza costante di vessilli cinesi nelle acque limitrofe alle Spratly. Le tensioni sono notevolmente aumentate anche a causa della trasformazione cinese di isolotti in isole fornite di piste di atterraggio per scopi militari, attrezzate in seguito con un sistema di difesa missilistica.

Le Filippine, sebbene mantengano un regime di tolleranza, hanno in diverse occasioni dimostrato al rivale cinese di voler mantenere la sovranità su Pagasa, arrestando in diverse occasioni pescatori cinesi e chiedendo ad organi di controllo internazionale di porre fine alle violazioni cinesi. Attualmente, le Filippine stanno puntando ad un consistente incremento di infrastrutture militari e della presenza navale nelle Spratly. Inoltre, la Marina Militare ha completato la costruzione di un avamposto sull’isola di Mavulis, nella catena delle Batanes, in reazione alle lunghe violazioni da parte della Cina.

Soldato dell’essercito filippino effettua una ronda di controllo sull’isola di Thitu, chiamata Pag-asa nelle Filippine, Maggio 2015. Courtesy of: Reuters

Allo stato attuale, appare chiaro che la presenza di navi battenti bandiera cinese voglia indicare una forte volontà di affermazione nel Mar Cinese Meridionale, e che le più di 200 navi schierate siano una dimostrazione di controllo marittimo e commerciale e una sorta di avvertimento per le Filippine, decise a militarizzare l’area. Secondo il presidente filippino Rodrigo Duterte, la Cina starebbe ostacolando l’accesso a Pagasa, così come la costruzione delle infrastrutture militari.

Negli ultimi anni, le Filippine e la Cina hanno intrapreso un percorso di collaborazione economica, intensificato dalla visita di Duterte a Pechino nel mese di aprile, in occasione del secondo “Belt and Road Forum”, piattaforma di cooperazione economica a livello internazionale. Le Filippine si trovano quindi a dover assumere un doppio atteggiamento, cercando di mantenere salda la presenza nel Mare Cinese del Sud, ma allo stesso tempo cercando di non alterare i benefici dei rapporti commerciali. In questo senso si è pronunciato nei giorni scorsi il portavoce del Ministero degli Esteri Shuang assicura che “la Cina attende con impazienza di collaborare con le Filippine, per compiere sforzi attivi per salvaguardare gli interessi generali della cooperazione Cina-Filippine e la pace e la stabilità nel Mar Cinese Meridionale.”

La situazione è in fase di stallo: mentre Pechino cerca di confermare il proprio dominio nel Mar Cinese del Sud, Manila assume una linea dura ed una politica estera senza precedenti. Ma affinché gli accordi economici siano mantenuti, entrambi i paesi dovranno scendere a compromessi. Ma questa non sembra una ipotesi attualmente realizzabile. Le Filippine devono conquistare la piena fiducia cinese, compito particolarmente arduo, dati i precedenti. Per il momento, Duterte si è dimostrato in grado di poter mantenere gli impegni presi sia con il proprio partner, che con l’elettorato. Nonostante quanto ottenuto finora, è però improbabile che i due paesi raggiungano un concordato su entrambi i fronti, dal momento che per il consolidamento di un sodalizio, la Cina necessita di un’intesa politica, per il momento, inesistente.

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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