Nelle prime settimane di aprile 2020 nell’area di Tripoli è stata tagliata la fornitura d’acqua a circa due milioni di persone, fra cui seicento mila bambini. Nella terra degli idrocarburi non c’è limite al peggio e la risorsa idrica, finora risparmiata dalle contrapposizioni politiche interne, entra a pieno titolo nel conflitto con la preoccupante possibilità di influenzarne pesantemente l’esito.



 L’acqua è un elemento sempre più presente nelle recenti analisi geopolitiche. Tale eventualità è legata soprattutto al fatto che la stessa, in virtù di una molteplicità di tendenze globali di lungo periodo (crescita demografica, riscaldamento globale, inquinamento, spreco ecc.), risulta essere sempre più indisponibile o difficilmente accessibile.

Sebbene le criticità da deficit idrico riguardino un numero sempre crescente di Stati, appare ancora evidente, seppur sfumata, una regionalizzazione del fenomeno. L’Europa meridionale, il Nord Africa e il Medio Oriente rientrano nel così detto “triangolo della sete”, ma situazioni analoghe sono rinvenibili anche negli Stati Uniti e in Australia.

Con circa il 5% del territorio esposto ad almeno 100mm di pioggia all’anno e una superficie prevalentemente desertica, la Libia, uno dei Paesi più importanti del Nord Africa, sconta una carenza idrica strutturale che la caratterizza nell’intimo e ne ha plasmato nel tempo gli aspetti più sostanziali, fra i quali la distribuzione demografica, l’economia e la struttura occupazionale. Qui la scarsità idrica è da sempre una costante, madre di una serie di criticità che spaziano dall’igiene alla sicurezza alimentare, fino alla stessa instabilità politica.

In virtù di questi aspetti, si è cercato nel tempo di rispondere alle richieste di maggior sicurezza della popolazione con la ricerca di fonti di approvvigionamento idrico alternative come le falde d’acqua fossile, di cui il Paese venne a conoscenza già negli anni 50, sotto la monarchia di Re Idris.

Il più importante di questi corpi idrici è il Nubian Sandstone Aquifer, un bacino transfrontaliero che dalla Libia si estende ai territori di Sudan, Ciad ed Egitto. Considerato il bacino fossile più grande del mondo, ha una capacità totale pari a cento volte la portata delle precipitazioni annuali di tutto il continente. Qui nel 1983 il Colonnelo Gheddafi diede vita al più grande progetto di infrastrutturazione idraulica che il mondo avesse mai visto, il Great ManMade River (Grande fiume artificiale), un acquedotto costituito da più di 4.000 km di canali di derivazione e più di 1.300 pozzi, da realizzare in cinque fasi. Le prime tre (le uniche completate) avrebbero dovuto portare l’acqua verso le città più importanti della costa settentrionale, fra le quali Bengasi, Sirte e la capitale Tripoli. Le ultime due invece, avrebbero dovuto collegare le condotte con il cuore del deserto libico, formando un reticolato che avrebbe permesso di coltivare un’area di circa 150.000 ettari.

Oltre a soddisfare in larga parte le esigenze della popolazione, l’opera era pensata per svolgere appieno un’importantissima funzione geopolitica, che nel tempo avrebbe non solo determinato il riposizionamento delle potenze (soprattutto occidentali) nei confronti della vecchia “scatola di sabbia”, ma avrebbe anche segnato inesorabilmente le sorti del regime.



In un quadro politico complesso come quello libico infatti, la costruzione dell’acquedotto, dalla forte valenza simbolica, fu da subito un importante elemento di coesione. Sebbene infatti i contrasti fra i vari gruppi tribali (storicamente presenti nel Paese) continuassero a provocare sensibili spinte centrifughe, lo sforzo generale per la sua costruzione e la sua rilevanza dal punto di vista socio-economico, contribuirono ad infondere nella collettività un forte sentimento di unità. La popolazione considerò l’opera una sorta di monumento nazionale, attribuendogli un carattere fortemente identitario, motivo di orgoglio per tutti i libici.

Forse proprio per questo motivo la risorsa idrica era stata sostanzialmente salvaguardata nei vari conflitti che dalla caduta del regime si sono susseguiti senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri. Solo in alcune occasioni l’acqua era stata impiegata come arma di pressione politica. Una prima volta nell’ormai lontano 2011 quando le forze NATO, nelle operazioni di supporto ai ribelli che si opponevano al regime di Gheddafi, bombardarono le condotte del Great ManMade River sostenendo che in esse vi fossero nascosti alcuni depositi di armi (ipotesi finora mai dimostrata).

Un secondo episodio, questa volta legato però alle complesse dinamiche interne, si concretizzò nel maggio 2019. In tale circostanza un gruppo armato indipendente assaltò alcune centrali di controllo costringendo i dipendenti della società che gestisce l’acquedotto alla chiusura delle condotte, imponendo di fatto un pesantissimo razionamento idrico all’area tripolitana. La situazione in quell’occasione si risolse in pochi giorni senza alcuna apparente richiesta da parte dei ribelli.Già in quest’occasione però i timori degli analisti per l’utilizzo bellico della risorsa idrica crebbero esponenzialmente. Il fatto che un tale avvenimento fosse riconducibile a una dinamica sostanzialmente endogena lasciava presagire la fine del mito dell’inviolabilità dell’acqua, aprendo di conseguenza a possibilità di una reiterazione del fenomeno.

L’ultima vicenda in ordine di tempo è quella occorsa nelle prime settimane di aprile 2020. Questa a differenza della precedente è opera di un singolo individuo, Hassan al-Gheddafi (nessun legame con il Ra’is), Sindaco –nominato dal generale Haftar- della città di al-Schwerf, a est di Tripoli. Oggetto della rivendicazione fu la scomparsa del fratello nei pressi della capitale, circostanza la cui responsabilità è stata attribuita dallo stesso al Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da al-Sarraj, da diverso tempo al centro di un duro scontro contro l’Esercito di Liberazione Nazionale (LNA) controllato dal generale Haftar, per la presa della capitale. 

Per costringere Tripoli a scendere a compromessi, al-Gheddafi ha deciso di cingere la capitale e le zone immediatamente adiacenti nella morsa della sete, tagliando l’approvvigionamento idrico per quasi due milioni di persone, fra le quali seicento mila bambini. Per la seconda volta dunque l’acqua è stata sfruttata come arma di ricatto da attori interni. Se anche fosse vero infatti che Hassan al-Gheddafi avrebbe agito da solo e per motivi sostanzialmente personali è anche vero che esiste fra lo stesso e il generale Haftar una certa affinità politica, che ha portato l’ultimo a conferirgli l’importante nomina amministrativa suindicata.

Analizzando questi episodi, è facile rilevare un pesante sbilanciamento degli effetti nefasti di tali condotte ai danni del governo di Tripoli, lasciando propendere per un’attribuzione totale delle responsabilità alle forze leali al generale Haftar e vicine all’LNA.

Considerare questo aspetto apre a scenari del tutto nuovi. Viene innanzitutto confermato il crollo della sacralità della risorsa idrica e appare oltremodo possibile ipotizzare un crescente uso futuro della stessa come elemento di pressione nei confronti del Governo di Accordo Nazionale, in un periodo in cui (in virtù soprattutto della pandemia da covid-19) gli esiti di tali manipolazioni potrebbero “beneficiare” di un effetto moltiplicatore non indifferente.

Sebbene infatti la situazione epidemiologica non sia attualmente critica nel Paese, alcuni esperti ipotizzano un’espansione del fenomeno nel continente africano nel prossimo futuro. Se così fosse, potrebbe risultare fatale per Tripoli, che si troverebbe di fatto a scegliere fra la resa e la sopravvivenza.Qualora ci trovassimo di fronte a quest’eventualità infatti, in virtù del forte potere di “leverage” attribuibile al controllo delle risorse idriche, è lecito ipotizzare una soluzione della vertenza, con la vittoria definitiva delle milizie del generale Haftar, che nell’acqua avrebbero trovato la chiave di volta di un conflitto che ci accompagna da ormai un decennio.

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