Dimentichiamo le guerre convenzionali quelle che si combattono sui campi di battaglia, in un mondo sempre più interconnesso gli Stati quali attori della politica internazionale hanno deciso di affermare la propria supremazia attraverso il commercio internazionale, che ha ritrovato la sua centralità grazie alla guerra commerciale messa in atto dal Presidente Trump a suon di Dazi doganali soprattutto nei confronti della Cina. In questa lotta per il potere economico e commerciale mondiale tra l’aquila americana e il drago rosso cinese dove sta l’Unione Europea?

The Economist 6 Maggio 2017.

In questa ultima legislatura (2015-2019) la Commissione guidata da Jean Claude Junker ha designato come Commissario europeo al commercio la svedese Cecilia Malmström, la quale nonostante abbia iniziato il proprio mandato in sordina ha avuto la capacità di capire che nello scacchiere del commercio internazionale le cose stavano per cambiare, pertanto è riuscita a far accelerare l’unione su alcuni dossier molto importanti. Nel corso della legislatura ormai volta al termine sono stati infatti firmati e sono entrati in vigore circa 15 accordi commerciali, tra i quali il CETA e l’accordo con il Giappone, il più grande accordo commerciale mai negoziato dall’Ue, ma anche il primo che include gli impegni dell’Accordo di Parigi sul Clima. Sono stati inoltre finalizzati trattati con Singapore e Vietnam e lanciati nuovi negoziati con Australia, Cile, Messico, Nuova Zelanda, Tunisia, Mercosur e Indonesia.

Tutto questo è stato possibile grazie ad una serie di fattori tra cui una personale abilità politica e la particolare congiuntura degli scambi internazionali, i quali hanno contribuito a conferire un ruolo più rilevante al Commissario al Commercio dell’Ue, che in questi anni di lavoro è riuscito a siglare alcuni accordi significativi. Ma i notevoli passi avanti sono stati possibili grazie all’applicazione del Trattato di Lisbona, che è entrato in vigore da meno di dieci anni e ha conferito ampie responsabilità all’Unione in materia di commercio internazionale, attraverso l’adozione degli articoli 206 e 207 che conferiscono all’Ue una politica commerciale comune. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha senz’altro contribuito ad avviare una nuova politica di potenza, che ha radicalmente cambiato il peso che viene riconosciuto oggi al commercio internazionale come principale strumento di contesa politica tra paesi, soprattutto alla luce dello scontro per la supremazia tecnologica mondiale tra USA e Cina con i rispettivi colossi Apple e Huawei. Se da una parte questa rinnovata centralità del commercio può sembrare rassicurante, poiché la politica estera delle grandi potenze non viene più condotta (soltanto) con il riarmo e la minaccia atomica, per le aziende che prosperano nel mercato globale e per i consumatori non è necessariamente una buona notizia.

L’Unione Europea le cui basi del mercato interno poggiano sul principio del mercato libero e concorrenziale si è trovata inaspettatamente tra due fuochi quello Statunitense e quello Cinese. La cosiddetta Via della seta promuove la realizzazione di infrastrutture quali ferrovie, autostrade, porti e oleodotti con la finalità di garantire per la Cina innanzitutto un migliore accesso alle sue esportazioni e importazioni. Per paesi europei come l’Italia la via della seta (Belt and Road iniziative) è particolarmente interessante, poiché i tracciati dei collegamenti via terra e di quelli via mare confluiscono nella penisola e precisamente nella Venezia di quel Marco Polo che aveva seguito la Via della seta andando proprio in Cina. Questo collegamento commerciale rappresenta uno dei principali strumenti di politica estera della nuova era cinese segnata dalla presidenza di Xi Jinping ed è volto ad espandere l’area di influenza politica, economica e finanziaria di Pechino. In pochi anni la Cina è diventata la terza economia per Pil, sempre più vicina agli Stati Uniti e praticamente a pari livello con l’Unione post Brexit, che conterà solo 27 paesi membri perdendo il Regno Unito come grande contributore economico.

Ispi 2018

Il rischio per l’Unione europea è che ogni stato membro ritiene di poter beneficiare di una relazione speciale con la Cina e di poter superare negli scambi commerciali gli altri partner europei. I risultati di questa influenza si sono visti recentemente con la Francia, Germania, Italia, Grecia e Regno Unito. Se ogni paese tende a negoziare singolarmente la propria politica commerciale non potrà mai sperare di vincere contro la Grande Cina, la quale agisce secondo una logica di divide et impera e si è ormai da tempo affermata come potenza economica mondiale. Ecco che il 19 settembre 2018 l’Unione europea ha presentato una sua proposta di collegamento tra Europa e Asia. L’iniziativa, denominata “Connessione Europa-Asia Elementi essenziali per una strategia dell’UE”, è stata immediatamente approvata dal Consiglio del 15 ottobre in vista del 12° summit Asia-Europa (ASEM) del 18-19 ottobre. Con questa proposta l’Unione vuole affermare una propria centralità nel commercio internazionale facendo da cabina di regia.

vIl successore di Cecilia Malmström dovrà anche lavorare, insieme a tutta la Commissione europea, perché gli accordi che sono ancora in fase negoziale riescano a essere portati a termine: risultato non affatto scontato, perché la crescente complessità dei trattati ha avuto anche l’effetto di rallentarne ulteriormente la negoziazione e l’approvazione. Infine, l’Unione europea non può dimenticare la sua sfida più grande: riuscire a concludere trattati ambiziosi con Washington e Pechino. Sarà il compito più arduo del prossimo Commissario al Commercio: essere capace di parlare con i due giganti del mondo e trovare un accordo. Appare infatti paradossale che, in un mondo sempre più complesso e frammentato, gli europei non siano stati capaci di ottenere un accordo con i loro principali alleati, gli Stati Uniti dato che il TTIP per il momento è stato congelato. Con la Cina invece l’intesa sarà molto più difficile: da anni si sta provando, senza successo, a trovare un compromesso sugli investimenti. È però evidente che, senza un accordo (o quantomeno un vero tentativo di accordo) con Pechino, l’azione europea in Asia sarà sempre limitata.

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Gabriele La Spina

Gabriele La Spina

Gabriele La Spina, attualmente Capo Redattore e analista geopolitico per gli Affari Europei in IARI. Nato a Catania nel 1991, ha conseguito la laurea triennale in Politica e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Catania, ha proseguitogli studi a Milano, conseguendo il Diploma in Affari Europei presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Infine ha continuato con la laurea magistrale in Internazionalizzazione delle Relazioni Commerciali sempre presso l’Ateneo di Catania.
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