Tra venerdi 11 ed sabato 12 ottobre il Presidente Cinese Xi Jingping ha incontrato il Premier Indiano Narendra Modi per poco più di 24 ore a Mamallapuram, nello stato meridionale dell’India di Tamil Nadu. Questo vertice, sebbene informale, ha calcato temi estremamente sensibili per la comunità internazionale e sopratutto ha riproposto una modalità di dialogo che pareva ormai caduta in disuso dai tempi della guerra fredda: il summit bilaterale tra grandi potenze.

Essere partner univoci in un mondo multilaterale è complesso e richiede notevole tatto e disinvoltura, sopratutto se a presiedere i colloqui sono i leader di due paesi che assieme rappresentano quasi un terzo della popolazione mondiale.

Non è stato un semplice passatempo quindi il lungo viaggio di Xi per incontrare Modi, le modalità ricordano i tempi della guerra fredda, quando il Presidente Russo ed Americano di turno si incontravano per decidere le sorti del mondo, relegando il multilateralismo alle Nazioni Unite ed alle altre nascenti Organizzazioni Internazionali, le quali, sebbene rappresentassero cardini del sistema Internazionale, mancavano di quella incisività che necessaria in un mondo bipolare.

Le relazioni Sino-Indiane nella storia hanno registrato frequentemente andamenti incostanti, prima alleati contro l’imperialismo durante la Conferenza di Bandung, nel 1955, poi nemici durante una breve guerra di confine nel 1962 e di nuovo cautamente propensi al dialogo.Tra i due paesi, in particolare, dal 2017 si sono susseguiti vari incidenti di confine che hanno ancora messo in luce le crescenti frizioni strategiche. Alle tensioni in Jammu e Kashmir si sono sommati 70 giorni di Impasse nel Doklam, un territorio conteso da Cina e Buthan congiunzione tra i due contendenti e lo stato Indiano del Sikkim.

I militari indiani sono più volte intervenuti per bloccare la costruzione di infrastrutture ad opera delle truppe cinesi, un metodo spesso usato da Pechino per espandere la sua influenza in territori di interesse, che ritiene di suo legittimo possesso denunciando il trattato tra Regno Unito e Cina del 1890.

Queste frizioni non da poco hanno obbligato l’India negli anni passati ad un riavvicinamento verso Washington, il quale si era distanziato per quasi un decennio dal 1998 a seguito di un test Nucleare in India ritenuto contrario al programma di non proliferazione nucleare. Visto però il crescente interesse USA nel contenimento della Cina, gli Stati Uniti hanno necessariamente cambiato atteggiamento nei confronti della più grande nazione democratica al mondo, uno stato che nonostante le contraddizioni interne rimane molto più affine ai valori ed alla politica americana di quanto mai potrà esserlo la Cina.

Secondo il Freedom of the World Index, l’India si colloca tra i paesi liberi, con un ottimo risultato nelle categorie dei diritti politici e delle libertà civili. L’India ha conseguito un notevole progresso nella tutela della libertà di espressione e in particolare la costituzione indiana ha saputo tutelare negli anni della decolonizzazione l’unità federale, un successo eccezionale considerando l’eterogeneità di una terra ospitante numerose comunità religiose. Lo stato indiano si professa laico e la costituzione prevede la libertà dei vari culti tra cui la maggioranza Hindu, seguiti da Musulmani, per lo più migrati in massa nel 1947 con la nascita del Pakistan, cristiani e sikh.

L’india ha saputo ritagliarsi uno spazio di influenza nel mondo post-guerra fredda con una crescita economica comune a molti altri paesi del terzo mondo. Tuttavia, a differenza di molti regimi illiberali, l’India ha mantenuto l’assetto democratico e si è imposta come alternativa concreta alle politiche di sfruttamento della manodopera: secondo la Banca Mondiale l’India ha registrato tra il 2004 ed il 2007 un tasso di crescita annuale del PIL superiore o uguale al 7%, per poi risentire della recessione mondiale (che comunque non ha causato un rallentamento sotto il 3,9%) tornando rapidamente ai livelli pre-crisi, con un picco di crescita del 10% nel 2010.

In particolare, l’India ha sapientemente puntato sull’outsourcing dei servizi, evitando la concorrenza della Cina nel settore industriale; il paese quindi, almeno sotto questo punto di vista, non rappresenta un competitor per Pechino. Ciononostante, il viaggio di Xi Jinping ha registrato informalmente l’interesse reciproco dei due paesi in alcune questioni ancora aperte, oltre al mutuo riconoscimento come colonne geopolitiche della regione.

Temi principali della conferenza sono stati “Commercio e terrorismo”; nel 2018 l’interscambio sino-indiano è arrivato a quota 84,5 miliardi di dollari, il dato aggregato cela però come di questa somma l’export indiano verso la Cina ammontava solo a 21,7 miliardi, uno squilibrio pesante nella bilancia dei pagamenti che Modi ha denunciato con forza, una malattia comune a tutti gli altri partner di Pechino che si aspetterebbero un rapporto più equo con un’apertura maggiore dei mercati cinesi.

La questione commerciale ed infrastrutturale non si disgiunge dal commercio proprio per la sua collocazione nella regione del Kashmir, la dove Pechino vorrebbe far transitare uno dei canali della Nuova Via della Seta. Pechino irrita Delhi frequentemente con dichiarazioni congiunte ad Islamabad; le minoranze musulmane del Kashmir è di frequente sotto attacco, politico e militare delle forze indiane che con non esitano a classificare come terroriste oppure, nel migliore dei casi, come una “questione interna” del paese.

Le forze armate indiane sono infatti le terze più grandi al mondo dopo Stati Uniti e Cina. Un esercito vasto, che evidenzia purtuttavia di pari passo alla Cina alcune carenze in termini di equipaggiamento ad alta tecnologia ed il carattere obsoleto di sistemi chiave di comando.

Ciononostante, l’assenza di potenze vicine in possesso di una flotta che possa apporre una seria minaccia concede all’India un vantaggio tattico concentrando i suoi sforzi al confine nord occidentale. E’ per tali ragioni che assieme ad un accordo sul nucleare civile, l’India ha firmato una visione strategica comune per la regione Asia-Pacifico con gli Stati Uniti, un partnerariato strategico con il Giappone e un accordo quadro di cooperazione di sicurezza con l’Australia, traducibili in termini di investimenti e sviluppo e di allineamento verso l’ordine internazionale precostituito.

Assieme alla politica militare, l’India detiene e ambisce a un range di grande potenza anche in virtù delle testate nucleari di cui si è dotata a partire dal 1974, anno del suo primo test. l’Arsenale indiano ha innescato la corsa agli armamenti del Pakistan ed entrambi i paesi ad oggi infatti, non figurano tra i firmatari del trattato contro la proliferazione nucleare né il trattato di divieto dei test nucleari ed è prevedibile che la situazione rimanga inalterata ancora per molto tempo.

«La retorica dei due paesi che cambieranno il mondo ha sempre mascherato i pressanti problemi strutturali che da sempre fanno zoppicare i loro rapporti», sono queste le parole di Raja Mohan, il massimo esperto indiano di relazioni internazionali, direttore dell’Istituto di studi asiatici dell’Università di Singapore, parole solo in apparenza contraddittorie con gli sforzi di multilateralismo indiani, la bussola suprema delle Relazioni internazionali è ancora la politica di potenza, sia essa soft o hard, e l’India ha scelto di imparare a muoversi autonomamente fin dalla sua nascita, e la regione del Kashmir rimane il cammino più pericoloso nelle vie dello scacchiere geopolitico.

Fonti

Everyone Thinks the Economy Is Issue No. 1 for India’s Modi. It’s Not.

https://www.ilsole24ore.com/art/cina-india-cosa-c-e-dietro-retorica-vertice-xi-e-modi-ACtd1cr?fbclid=IwAR01rDtwI9FMgzqu6NPRQXJSBmUyuko7J_Dh6YNz2plqXbDqdVo-VnoDB8c

The Leaders of the World’s Two Biggest Countries Meet—and Come Away With Little Progress

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-modi-factor-19619

https://www.chathamhouse.org/publication/ia/indias-national-security-challenges-and-dilemmas

The following two tabs change content below.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: