Il 28 gennaio a Washington D.C, Donald Trump ha presentato il suo nuovo piano per la pace in medio oriente, disegnato a quattro mani con il leader israeliano Benjamin Netanyahu. Il piano prevede il riconoscimento della sovranità dello Stato di Israele su tutti gli insediamenti costruiti nella contesissima Cisgiordania, e Gerusalemme resterà capitale indivisa dello stato ebraico. I palestinesi, invece, otterrebbero, a quanto dice il Presidente Trump uno stato indipendente e un raddoppiamento del loro territorio attuale, e aiuti fino a 50 miliardi di dollari. La risposta dei Palestinesi è stata, ovviamente, negativa e il presidente dello stato palestinese Abu Mazen ha affermato che Gerusalemme non è in vendita. Senza entrare ulteriormente nei dettagli di un piano che sembra quasi un regalo politico di Trump a Netanyahu, il quale a marzo andrà incontro alla terza sfida elettorale in un anno, dopo essere stato accusato di corruzione, appare evidente come questa proposta di pace, non abbia niente a che vedere con l’enorme sforzo politico e diplomatico compiuto dal Presidente Jimmy Carter nel settembre del 1978 a Camp David.

Il conflitto arabo-israeliano ha rappresentato una delle questioni più impegnative per i leader responsabili della politica estera americana. Fin dal secondo dopoguerra, quando lo Stato di Israele venne fondato, gli Stati Uniti furono coinvolti in un difficile dilemma su come preservare i loro interessi economici e geopolitici in Medio Oriente, senza provocare risentimenti nel prezioso alleato israeliano.

L’enorme attrito tra Israele ed Egitto, allora il paese arabo più potente del mondo, risaliva essenzialmente alla fondazione dello Stato di Israele nel 1948, e in svariate occasioni i due Stati ebbero veri e propri scontri militari. In questo senso, un punto di svolta fu sicuramente la guerra del 1967, in cui Israele riuscì a occupare, tra i vari territori, la penisola del Sinai, una regione strategica che collegava l’Africa all’Asia.

Dopo l’ascesa alla presidenza di Anwar Sadat nel 1970, il neoeletto presidente si rese conto che il suo Paese, economicamente in crisi, aveva però bisogno di pace. Per raggiungerla, era necessario il controllo della penisola del Sinai. Il leader egiziano iniziò un’apertura verso gli Stati Uniti, visti i suoi stretti rapporti con Israele, sperando che alla fine gli americani sarebbero diventati i mediatori chiave. Sebbene l’obiettivo finale di Sadat fosse la pace, egli cercò comunque di migliorare la sua posizione in vista dei futuri possibili incontri con Stati Uniti ed Egitto.  

Nel 1973, quindi, scoppiò la guerra dello Yom Kippur. Durante una grande festa ebraica, l’Egitto e la Siria scagliarono un attacco congiunto contro Israele. Anche se lo Stato di Israele fu inizialmente sconfitto, alla fine riuscì a contrattaccare ed a riconquistare il territorio perso. Durante il mese di novembre le Nazioni Unite stabilirono un cessate il fuoco, e nel 1974 alcune parti della penisola del Sinai tornarono quindi all’Egitto. Per spianare la strada a ulteriori accordi con gli israeliani, nel 1975 Sadat visitò gli Stati Uniti riconoscendo Washington come mediatore chiave per stabilire la pace.

Non appena divenne presidente, Carter iniziò a discutere pubblicamente della possibilità di creare una “patria palestinese“. Carter, sostenuto sia dal suo Segretario di Stato Cyrus Vance che soprattutto dal suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, era incredibilmente interessato a risolvere la questione israelo-palestinese, sia per l’importanza petrolifera della regione, sia per ciò che la regione rappresentava per le sue convinzioni religiose, essendo egli cristiano. Era chiaro che l’instabilità permanente del Medio Oriente avrebbe potuto danneggiare l’economia degli Stati Uniti. Proprio per questo motivo, Carter e la sua cerchia ristretta di collaboratori erano certi che il raggiungimento di un accordo di pace in Medio Oriente avrebbe, tra le tante cose, permesso all’amministrazione di guadagnare punti agli occhi dell’opinione pubblica americana.  

L’approccio d Carter rappresentò una grande scissione con il passato. Mentre i precedenti leader americani, quali per esempio il presidente Richard Nixon e il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger, optarono una politica della “diplomazia dei piccoli passi” come soluzione alla questione del medio oriente, Brzezinski, Carter e Vance, al contrario, si resero conto che i piccoli passi non erano purtroppo sufficienti. Il presidente Carter, anche se probabilmente meno esperto di altri suoi predecessori, progettò una politica più ambiziosa per la risoluzione del conflitto mediorientale. Egli giunse alla conclusione che i piccoli passi erano troppo diplomaticamente costosi e conducevano a risultati quasi inesistenti. La questione mediorientale richiedeva un grande passo avanti, e gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere il principale mediatore durante i negoziati.

Secondo l’amministrazione Carter, la definizione di un accordo di pace in Medio Oriente era una priorità. Strada facendo, Carter si rese però conto che, per il momento, sarebbe stato meglio abbandonare la questione Palestinese, riducendo la sua ambizione ai soli colloqui di pace tra Egitto e Israele, che comunque, se andati a buon fine, avrebbero portato a un notevole miglioramento. Carter giunse quindi alla conclusione che l’obiettivo primario degli Stati Uniti sarebbe stato quello di raggiungere la pace tra Israele e l’Egitto, e che, qualora avessero raggiunto qualcosa in più, sarebbe stato tanto di guadagnato.

La decisione di Carter, nonostante fu il frutto di un grande dilemma, è comunque stata saggia: in quel momento storico, per gli Stati Uniti sarebbe stato molto difficile ottenere qualcosa di più della pace tra Egitto e Israele, e spingere anche per la risoluzione della questione palestinese avrebbe potuto mettere a rischio l’intero progetto.  

Carter decise quindi di avviare i colloqui per la pace invitando entrambi i leader, Anwar Sadat e Menachem Begin, a Camp David, la tenuta presidenziale nel Maryland. La permanenza nella tenuta durò ben tredici giorni consecutivi, infatti, le trattative non furono affatto facili.

Vale anche la pena ricordare che il rispetto e la stima reciproca tra Carter e Sadat fu estremamente importante per raggiungere l’accordo finale. Sadat si fidò quasi ciecamente della volontà di Carter di raggiungere un accordo onesto per l’Egitto, e non fu mai particolarmente interessato ai dettagli più superflui e formali dell’accordo, preoccupandosi maggiormente del quadro generale. Dall’altro lato, Begin fu  invece un negoziatore molto più duro, sospettoso della sua controparte e attento a ogni minimo dettaglio.

La firma effettiva del trattato il 26 marzo 1979 ricevette un ampio sostegno da parte dell’opinione pubblica americana. Nonostante la questione palestinese fosse stata quasi abbandonata, la pace tra i due Paesi più potenti del Medio Oriente, fece sperare al mondo che un lieto fine fosse possibile.

Nel 1978, Begin e Sadat vinsero insieme il premio Nobel per la pace, ma solo pochi anni dopo, nel 1981, Anwar Sadat fu assassinato al Cairo da un estremista islamico.

Ventiquattro anni dopo, nel 2002, Carter vinse lo stesso premio “per i suoi decenni di instancabili sforzi per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti internazionali, per far progredire la democrazia e i diritti umani e per promuovere gli sviluppi economici e sociali”.  Anche se erano ormai passati molti anni, e l’ex presidente Carter aveva già contribuito ulteriormente a risolvere diverse questioni di politica estera americana, il riferimento agli accordi di Camp David era chiaro.

Nessun presidente americano realizzò ciò che Carter riuscì a realizzare in Medio Oriente. Nella memoria collettiva, come Roosevelt rimase famoso per la seconda guerra mondiale e il New Deal, Carter divenne celebre per il raggiungimento della pace tra Egitto e Israele.

Fonti
Quandt, William B. Camp David Peacemaking and Politics. Washington, D.C: Brookings Institution Press, 2016

Naidu, A. G. “Camp David Accords: A Study in American Foreign Policy.” The Indian Journal of Political Science 53, no. 3, 1992

https://www.nytimes.com/1978/11/06/archives/after-camp-david-summit-a-valley-of-hard-bargaining.html

 

 

 
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