Al fine di arginare le fake news diffusesi ultimamente sul web che vedrebbero il COVID-19 come una malattia creata in laboratorio a scopi militari, ci proponiamo di esporre la reale provenienza del virus e le responsabilità del governo cinese in merito.

Era il 31 dicembre 2019 quando la Cina ammise di avere un nuovo grave problema sanitario. Un numero crescente di cittadini cinesi stava infatti contraendo una particolare forma di polmonite per alcuni rivelatasi fatale. Presto i medici identificarono il virus come 2019-nCoV (designazione poi modificata in SARS-CoV-2), e trovarono la sua origine più probabile nel mercato alimentare di Wuhan: dei primi 41 malati, infatti, ben 27 erano stati lì. Il mercato venne immediatamente chiuso, poiché il  virus sembrava avere in comune fin troppo con la SARS, un altro coronavirus nato nel 2002 in un mercato alimentare cinese, che raggiunse ben 29 paesi del mondo e uccise circa 800 persone.

Quindi, la domanda che sorge spontanea è: perché questi pericolosi virus trovano terreno fertile in Cina e soprattutto, cosa hanno a che fare con i mercati cinesi all’aperto? 

Molti dei virus trasmissibili all’uomo sono di origine animale. Alcuni virus che provocano influenza vengono dai maiali o dagli uccelli, l’HIV e l’AIDS dagli scimpanzé, l’ebola e il coronavirus probabilmente dai pipistrelli. E’ qui che entra in gioco il mercato di Wuhan, un cosiddetto wet market o mercato umido, dove animali vivi vengono macellati e venduti: uno scenario, quindi, in cui la promiscuità tra uomo e animale è notevole.

I wet markets sono, purtroppo, diffusi in tutto il mondo, tuttavia quelli cinesi sono particolarmente celebri poiché offrono una vastissima quantità di specie animali, anche selvatiche, quali: pavoni, serpenti, cammelli , pipistrelli, cerbiatti, topi, tartarughe, orsi. L’esistenza di questi mercati risale proprio a una decisone del governo cinese presa molto tempo fa.

Difatti, l’allevamento di animali selvatici ha una lunga storia in Cina, che emerge dopo decenni di disastroso controllo statale della produzione rurale sotto Mao Zedong. Alla fine della Rivoluzione culturale nel 1976, circa 36 di milioni di cittadini cinesi morirono di fame a causa di un sistema che non riusciva produrre abbastanza cibo per la popolazione.

Nel 1978, al limite del collasso, il regime iniziò a consentire l’allevamento ai privati. Mentre le grandi aziende agricole si dedicavano all’allevamento di animali cosiddetti comuni, come il pollame e i bovini,  i piccoli allevamenti puntarono invece sugli animali selvatici come fonte di sostentamento: serpenti, tartarughe o pipistrelli. Poiché questa pratica era effettivamente utile al sostentamento della popolazione, il governo cinese la appoggiò, incoraggiando i cinesi guadagnarsi da vivere con qualsiasi attività produttiva trovassero efficace al fine di uscire dalla condizione di povertà.

Nel 1988, il governo prese poi una decisione che cambiò definitivamente il commercio di animali selvatici emanando la Legge sulla Protezione della Fauna Selvatica, riconoscendola come risorsa di proprietà dello stato, permettendo al popolo cinese l’utilizzo di tale risorsa, incoraggiandone anche l’addomesticamento e la riproduzione. Questo diede vita a una nuova forma di mercato.

Piccole fattorie locali si convertirono presto in vere e proprie industrie. Chiaramente, una popolazione vastissima rende la possibilità di diffondere il virus, potenzialmente portato da un singolo animale, molto più concreta.  Questi animali, spesso esotici, vennero rivenduti ai wet markets come fonte di guadagno. Questa nuova industria legale in fase di evoluzione, tuttavia, portò anche alla diffusione del traffico illegale di animali in via d’estinzionecome tigri e rinoceronti.

Nel 2003, l’origine della SARS venne identificata nel mercato di Foshan, nel sud della Cina. I cinesi chiusero i mercati e vietarono l’allevamento di fauna selvatica ai privati, ma solo pochi mesi dopo l’epidemia, il governo cinese dichiarò 54 specie di animali selvatici nuovamente allevabili.

Anche durante la diffusione del coronavirus, il governo cinese ha ordinato la chiusura di  migliaia di wet marketse ha nuovamente vietato l’allevamento di specie selvatiche. Tuttavia, molte organizzazioni stanno esortando la Cina a rendere tale divieto permanente, dato l’enorme prezzo pagato in termini di vite umane. Al 22 Marzo i morti sono circa 13.000 in tutto il mondo.

A causa dell’evidente incapacità o riluttanza del governo cinese a regolamentarli, sarebbe quindi auspicabile una chiusura permanente dei suddetti mercati al fine di arginare il rischio di contagio. Tale approccio sarebbe certamente  un’inversione di rotta rispetto a decenni di politica governativa e di pratiche di mercato, ma appare chiaro che, fino a quando questi mercati esisteranno, il rischio di una pandemia sarà sempre dietro l’angolo.

Fonti

https://www.nationalreview.com/2020/03/the-chinese-wild-animal-industry-and-wet-markets-must-go/

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: