Lo Zimbabwe uscito dal Golpe militare del 2017 si affaccia al mondo col suo pesante passato ereditato da Mugabe, un futuro in mano ad una vecchia nomenclatura ma con il desiderio di riavvicinarsi agli storici contatti con l’Occidente

Il novembre del 2017 segna uno spartiacque nella storia nazionale dello Zimbabwe. Il golpe dei militari che ha scalzato l’ultranovantenne Robert Mugabe è stata la reazione della vecchia guardia del partito dello stesso Mugabe, lo ZANU-FP, al crescente potere che la nuova cerchia dei burocrati del regime, guidati da Grace Mugabe, seconda moglie del dittatore stavano ottenendo ad Harare. Quella vecchia guardia che aveva combattuto la guerra contro il governo rhodesiano di Ian Smith e le sue forze armate, che si era formata sul campo di battaglia e con la transizione pacifica sancita con gli accordi di Lancaster House ottenuti con la mediazione britannica si era accaparrata vantaggi e onori infatti reputava a ragione, che la figura sempre più potente di Grace Mugabe puntasse ad escludere dalla successione i vertici delle Forze armate.

Ad emergere dal colpo di stato militare fu Emmerson Mnangagwa, reduce della Guerra contro il governo rhodesiano, generale, membro di lunga data dello ZANU-FP e vicepresidente del paese. Ereditava un paese in piena crisi, senza una propria moneta visto che dal 2009 il Dollaro zimbabwese era stato sospeso a causa dell’eccessiva inflazione e sostituito per i pagamenti internazionali o dal Dollaro americano o della Sterlina britannica e dal Rand sudafricano. Lo Zimbabwe poi necessitava di investimenti nella propria economia e quindi di migliorare le relazioni con i paesi occidentali e gran parte della comunità internazionale, la quali a causa del regime repressivo di Mugabe e delle sue violazioni dei diritti umani oltre all’esproprio senza indennizzo della terra ai contadini bianchi , aveva oramai imposto sanzioni al paese.

Il nuovo Presidente tuttavia nonostante ciò, pur cercando un avvicinamento a Washington e Londra, non ha mancato di coltivare e rinforzare i legami con i tradizionali alleati del governo di Harare, Russia e Cina. In particolare degna di nota la visita fatta dal generale Chinegawa, Ministro della Difesa pochi giorni prima del golpe, secondo cui pur senza conferma del fatto non pochi ritengono che Pechino possa aver dato il suo placet all’iniziativa dato il deteriorarsi della situazione sociopolitica ed economica del paese, di cui la Cina è senza alcun dubbio il primo partner economico. La Cina per lo Zimbabwe è da sempre un alleato storico – avendo rifornito assieme all’URSS la guerriglia nera contro l’allora governo di Ian Smith. Tuttavia sarà con l’attenzione prestata da Deng Xiaoping che verranno gettati i ponti per solidi rapporti economici tra i due paesi, rapporti oggi ulteriormente rafforzati a causa degli investimenti cinesi nel ricco settore minerario zimbabwese ospitando il paese notevoli riserve di oro, coltan e diamanti. Inutile ovviamente dire che tanto Mosca quanto Pechino non abbiano mai sanzionato lo Zimbabwe in questi anni.

Se quindi per rafforzare la propria economia il nuovo governo dello Zimbabwe si è rivolto nel corso degli anni perlopiù alla Cina, con Emmerson Mnangagwa si sono ulteriormente rafforzati anche i rapporti con la Russia. Possedendo infatti il paese per le proprie forze armate in quest’ordine perlopiù materiali di origine sovietica, cinese e rhodesiana Harare da sempre ha trovato nei russi un prezioso alleato. Il rinnovato attivismo di Mosca nella regione ha consolidato i rapporti tra i due paesi ,infatti grazie al costo relativamente contenuto delle armi russe lo Zimbabwe negli ultimi anni si è confermato un solido acquirente di armi russe. In quest’ottica va letta la partecipazione del presidente zimbabwese sulla Piazza Rossa durante la festa della Vittoria e la calorosa accoglienza riservata da Mosca a Mnangagwa. Altre collaborazioni rilevanti sono poi state lanciate nel settore petrolchimico e in quello minerario, possedendo entrambe i paesi notevoli risorse in tal ambito.

Mnangagwa ha poi provato a migliorare i rapporti con l’ex madrepatria, la Gran Bretagna, avendo sostenuto la necessità di far riammettere il paese nel Commonwealth, tuttavia al seguito delle elezioni giudicate non trasparenti da parte rilevante dei paesi occidentali e a causa del malessere espresso in merito dalla diaspora zimbabwese in Gran Bretagna che conta quasi un milione di persone Londra non ha revocato le sanzioni alla Zimbabwe. Di avviso avverso invece l’Unione Europea che poche settimane fa ha promesso aiuti economici e revoca totale delle sanzioni in gran parte già abolite da Bruxelles nel 2014 a causa della tragica situazione del paese. La Gran Bretagna tramite il proprio ufficio diplomatico ad Harare ha espresso il proprio ottimismo sui colloqui col nuovo governo zimbabwese. Mnangagwa per favorire una distensione dei rapporti con l’occidente in grado di attirare investimenti nel paese ha deciso di restituire il diritto di voto alla minoranza bianca del paese e ha promesso indennizzi ai contadini bianchi espropriati da Mugabe, puntando molto sulla distensione dei rapporti interrazziali che da sempre sono fonte di travaglio economico. Gli Stati Uniti di Trump tuttavia in assenza di efficaci progressi nel cammino del paese verso la democrazia non hanno eliminato le sanzioni pur rimanendo possibilisti sul cammino intrapreso da Harare

In sintesi il paese pur proseguendo decisamente nella rete di alleanze che ha intessuto con Mosca e Pechino nel corso dei decenni sta mostrando una crescente voglia di tornare a ricucire i propri legami con i paesi occidentali e del Commonwealth ,troncati da Mugabe. L’occidente tuttavia preclude possibili sviluppi nelle relazioni con Zimbabwe a meno che Harare non intraprenda un’opera di democratizzazione del paese. Spetterà alla leadership zimbabwese decidere a questo punto quale cammino intraprenderà il paese, ma soprattutto se sarà realmente un nuovo cammino

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