Con questa nomina gli Stati Uniti rompono una convenzione non scritta che va avanti da più di sei decadi, che impatto avrà sugli equilibri geopolitici dell’America Latina?

 

Mauricio Claver-Carone, cittadino statunitense con discendenze cubane, è stato nominato Presidente della Banca Interamericana di Sviluppo (da qui in avanti BID per la sua sigla in spagnolo). È in assoluto il primo Presidente statunitense nella storia del BID, rompendo di fatto una tradizione non scritta che andava avanti da più di sei decadi. Infatti, fin dall’anno della sua fondazione nel 1959, nel BID si erano sempre succedute nomine di presidenti provenienti dalla regione dell’America Latina. Questa convenzione non scritta è dovuta al fatto che questo istituto di credito internazionale, nonché una delle più grandi banche regionali a livello mondiale, è sempre stato a capo di grandi progetti per lo sviluppo economico, divenendo con i suoi circa 13 miliardi di dollari spesi ogni anno nella regione, la principale fonte di finanziamento per l’America Latina e i Caraibi.Era quindi sempre stato convenzionalmente accettato che il Presidente dovesse essere un membro di uno dei Paesi che rappresentano i maggiori destinatari dell’attività del BID, lasciando però il posto di vicepresidente a un cittadino degli Stati Uniti.  La già vasta influenza che il BID attualmente esercita nella regione è inoltre prevista aumentare ulteriormente, essendo al momento l’America Latina la protagonista di una grande recessione, maggiormente aggravata dalla pandemia Covid-19. Per questo motivo, la nomina di Claver-Carone è stata accolta come un cambiamento epocale per gli equilibri geopolitici di quest’area così frammentata e così in difficoltà.

Questa notizia ha decisamente scosso gli animi dei più coinvolti, l’insediamento del nuovo Presidente è stato infatti pesatamente osteggiato dal presidente dell’Argentina, Alberto Fernández, il quale appoggiato anche da Messico, Perù, Cile, Trinidad e Tobago ha esercitato molta pressione diplomatica contro il candidato dell’amministrazione di Trump. Con lui, anche gli ex Presidenti del BID, Cardoso (Brasile), Zedillo (Messico), González (Spagna), Lagos (Cile), Sanguinetti (Uruguay) e infine Santos (Colombia), colui che lascerà il posto a Claver-Carone, hanno dimostrato in maniera collettiva il loro disappunto, dichiarando questa scelta un’aggressione alla dignità latino-americana. Nonostante lo sdegno generale suscitato da questo evento, il candidato proposto da Trump ha comunque ottenuto la maggioranza al voto, supportato da alcuni Paesi in linea con la politica di Trump quali la Bolivia e la Colombia, che da questo cambio di potere potrebbero giovare un aumento dei fondi a loro destinati da parte del BID. Questa situazione dà vita a numerosi interrogativi sul futuro dei rapporti USA-America Latina, soprattutto davanti a un possibile secondo mandato di Trump o un trionfo di Biden. Il cambio di gestione del BID potrà infatti essere un importante strumento chiave della futura nuova amministrazione, con forti ripercussioni per la regione dell’America latina.

 
 

Il nuovo Presidente, insediatosi il primo di questo mese, è conosciuto per essere uno dei funzionari dell’amministrazione di Trump detti anti-Castristi di “linea dura”. Infatti, Mauricio Claver-Carone, avvocato di 44 anni, nato in Florida ma discendente di una famiglia di esuli cubani dissidenti del regime, è identificato come uno degli artefici dell’attuale politica di pressione contro Cuba. Fin da prima di ricoprire un ruolo all’interno dell’amministrazione di Trump, Claver-Carone che da sempre è un grande critico di Obama e dei suoi rapporti con Cuba, ha tentato di spingere, tramite anche il suo ruolo nel gruppo di pressione US-Cuba Democracy PAC, Washington verso la presa di una posizione più dura nei confronti del regime cubano, per il quale vorrebbe una transizione democratica e un passaggio al libero mercato. Inoltre, l’avvocato cubano-statunitense sembrerebbe aver avuto un ruolo chiave anche sull’applicazione delle pesanti sanzioni contro il governo di Nicolas Maduro in Venezuela.

La rottura di questa convenzione non scritta, avvenuta unilateralmente da parte degli Stati Uniti, non è casuale. La scelta dell’amministrazione di Trump proprio all’alba delle elezioni presidenziali del tre novembre di apporre un Presidente statunitense a capo del BID conferma quello che in parte già sapevamo, ovvero che la guerra economica che vede Washington contro Pechino non accennerà ad affievolirsi. Questo gesto inoltre lascia anche intravedere quella che potrebbe essere la nuova direzione che presumibilmente prenderà il governo della Casa Bianca nei confronti dell’America Latina, a prescindere dal presidente che verrà eletto. La presenza di Washington in America Latina durante il mandato del Presidente Trump è stata pressoché nulla, lasciando un vuoto che la Cina ha prontamente colmato investendo molto in alcune aree della regione, il colosso cinese è infatti il principale partner commerciale di paesi come Perù, Argentina, Cile, Uruguay e Bolivia. Per questo motivo il futuro Presidente USA, che sia Trump o Biden, dovrà improntare parte della strategia estera verso una graduale ricostruzione dei rapporti con la regione, la quale altrimenti in assenza di un’alternativa concreta finirà probabilmente per appoggiare per intero la Cina. La scelta di far ricadere la presidenza del BID può segnalare quindi la volontà Trump di marcare il “suo” territorio, con un atto volto a sottolineare come l’America Latina rappresenti una zona nella quale l’intromissione da parte di forze extra-continentali non sia affatto ben accetta. È possibile però che questa sia anche l’inizio di una nuova epoca dei rapporti USA-America Latina, laddove il primo, nel tentativo di avere un maggiore vantaggio nella guerra economica contro la Cina, avrà un ruolo molto più attivo e dedicato.

 

Molto probabilmente nei prossimi mesi vedremo un cambio nell’erogazione dei crediti del BID, e questo avrà delle grosse ricadute sulla regione, al momento stremata dalla recessione che imperversa, ma non è detto che questo sia necessariamente a discapito di quest’ultima. A prescindere dai risultati elettorali è quindi possibile pronosticare una futura presenza molto più forte del governo di Washington in America Latina e il BID avrà un grande ruolo nel rendere fattibile questa strategia. Il BID ha il potere di influenzare questo nuovo rapporto a vantaggio degli USA, attraverso progetti quali América Crece, che promuove la creazione di infrastrutture a livello locale e Regreso a las Américas, un programma che prevede il trasferimento di aziende statunitensi delocalizzate in Asia, nei Paesi dell’America Latina. Rimangono gli interrogativi sul futuro dei rapporti con Cuba e il Venezuela, il quale destino è indubbiamente legato all’esito delle elezioni, nel caso di un eventuale trionfo di Biden ci si potrà aspettare un ritorno al multilateralismo e alla negoziazione, mentre qualora si riconfermasse di nuovo Trump, la Casa Bianca potrebbe continuare una politica di stampo realista, basata su hard power, minacce e sanzioni. È sicuramente difficile fare delle predizioni accurate ma quel che è certo è che la nuova presidenza del BID sarà uno degli strumenti chiave della futura amministrazione per poter riaffermare il proprio controllo nella regione dell’America Latina.

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