L’arresto della giornalista Basma Mostafa avvenuto tra il 3 e 4 ottobre scorso mentre indagava sull’uccisione di un uomo operata dalla polizia durante delle proteste nella città di Luxor, nel sud del paese, è solo l’ultimo di una lunga serie di arresti arbitrari e in totale violazione dei diritti umani in Egitto. La giornalista, accusata dalle autorità locali di “pubblicare e promuovere notizie false”, è stata rilasciata il 6 ottobre grazie alle proteste della comunità internazionale. Secondo Amnesty International, sono più di 60mila – tra scrittori, artisti, giornalisti e attivisti per i diritti umani – le persone arrestate e detenute per motivazioni politiche nel paese, tra cui anche Patrick Zaki, in carcere dal 7 febbraio scorso, arrestato con l’accusa di aver pubblicato notizie false, di aver incitato a manifestare contro lo Stato egiziano e di aver promosso la violenza e il terrorismo.

L’organizzazione non governativa Committee to Protect Journalist (CPJ) ha posizionato nel 2019 l’Egitto come terzo paese al mondo –raggiunto nello stesso anno dall’Arabia Saudita – per numero di giornalisti detenuti in carcere, che ammonta a 26 persone. Nello stesso report si legge anche che il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi è stato il primo ad aver usato come pretesto quello della diffusione di notizie false per perseguire i giornalisti. Nel 2012 infatti CPJ aveva rilevato che nel mondo solo un giornalista era stato accusato con questo capo d’accusa. Oggi, invece, sono diversi i paesi dove vigono sistemi repressivi che hanno promulgato leggi che puniscono proprio la pubblicazione di “notizie false”, come in Russia.

La cornice legale del regime egiziano

Il campo nel quale si muove il regime di al-Sisi è quello costituito da una serie di decreti presidenziali che mirano a punire il dissenso e a silenziare qualsiasi voce opposta al regime, che costituiscono la cornice legale della legittimità del presidente egiziano. Alcuni dei più importanti sono stati varati tra il settembre 2013 e il novembre 2014, ovvero nel giro di pochi mesi dopo la presa del potere di al-Sisi. Questi primi provvedimenti hanno di fatto contribuito a formare quello Stato repressivo che poi sarebbe emerso ancora più fortemente negli anni successivi. Tali disposizioni – così come quelle che sono seguite negli anni successivi – permettono infatti ai settori della sicurezza di ricorrere a misure straordinarie, simili a quelle che erano state già sperimentate dal popolo egiziano con il trentennale stato di emergenza in vigore durante la presidenza Mubarak.

Gli emendamenti alla costituzione dell’aprile 2019 forniscono poi nuovi e più ampi margini di manovra al presidente, espandendo la durata del suo mandato attuale da quattro a sei anni e consentendogli di ricandidarsi ancora un’altra volta, cosa che di fatto permetterebbe ad al-Sisi di mantenere la presidenza fino al 2030. Il conseguente referendum popolare sulla conferma di questi cambiamenti si è svolto in un clima di attestate illegalità dilaganti, con violenze registrate ai seggi nei confronti di giornalisti indipendenti e manifestanti, oltre che di un attestato fenomeno di voto di scambio, promosso da alcune entità associate allo Stato [1].

Tra i provvedimenti che questa cornice legale permette di essere intrapresi dalle autorità sono presenti restrizioni sia alle libertà personali, di fronte a crimini commessi contro un generale “interesse nazionale”, sia alle libertà di associazione, previste nei casi raggiro del divieto di assemblee e dimostrazioni non autorizzate, oltre all’istituzione di una lista di “entità terroristiche”, che permette alle autorità di “colpire qualsiasi associazione, organizzazione o gruppo che minaccia l’ordine pubblico, l’unità nazionale e la pace sociale”. L’articolo 204 della Costituzione stabilisce che qualsiasi civile che compia “crimini contro…zone militari” debba automaticamente essere giudicato di fronte ad un tribunale militare. Per dare un’idea di cosa questo abbia significato, solo tra l’ottobre 2014 e il settembre 2017 sono stati 15,500 i civili condotti di fronte a tribunali militari che, ovviamente, non rappresentano nessuna garanzia di legalità. Negli ultimi anni, il regime ha presentato la lotta al terrorismo come motivazione principale per giustificare le drastiche misure messe in atto dalle autorità giudiziarie. In seguito agli attentati a due chiese copte ad Alessandria e Tanta nel maggio del 2017, infatti, è stato varato per la prima volta lo stato di emergenza della durata iniziale prevista di 3 mesi. Ad oggi, tale stato non è ancora decaduto e continua ad essere prorogato dal parlamento – al momento lo è stato 13 volte – prima della sua scadenza. La presenza dello stato di emergenza permette praticamente al regime di procedere con mezzi non convenzionali e lesivi delle libertà individuali quali il monitoraggio delle comunicazioni private, la censura, il sequestro di proprietà e detenzione coatta [2, 3].

La “lotta al terrorismo” del regime egiziano passa soprattutto per la lotta ai Fratelli Musulmani. L’ex presidente Morsi, detronizzato dal colpo di Stato militare guidato da al-Sisi, apparteneva al gruppo islamista, poi dichiarato fuorilegge nel settembre 2013 e ufficialmente identificato come gruppo terroristico. In seguito a questi provvedimenti, molte persone appartenenti o simpatizzanti dei Fratelli Musulmani sono state purgate nelle diverse sezioni della società – dalla giustizia ai sindacati, passando per l’istruzione e anche l’esercito. Anche alcune emittenti televisive come la qatariota Al Jazeera sono state vietate perché troppo vicine ai Fratelli Musulmani. In questo ambito, ad aprile scorso è stato anche varato un emendamento alla legge sull’antiterrorismo, che ha espanso le motivazioni che possono portare all’arresto di giornalisti e altre categorie come intellettuali e oppositori politici [4].

Nell’agosto 2018 è stata poi varata una legge sul “cybercrimine”, che ha ufficializzato la pratica già portata avanti dal regime di chiusura e censura di diversi siti internet non in linea con la visione del regime contestualmente all’arresto di chi condivide materiale non autorizzato sulla rete. Ad agosto scorso l’attivista per i diritti umani Bahey el-din Hassan è stato condannato dal tribunale dell’antiterrorismo a 15 anni di carcere in seguito ad alcuni tweet accusati di “insultare il sistema giudiziario” – nei quali l’attivista notava il fallimento del regime nell’individuare dei responsabili per la lunga serie di sparizioni ed omicidi che avvengono quotidianamente nel paese, come quello di Giulio Regeni.

La situazione nel paese

Dati questi presupposti, ad oggi le testate giornalistiche che riescono a svolgere il proprio lavoro in modo indipendente nel paese sono un numero limitato, come la testata al Manassa, per la quale lavora Basma Mostafa. Nonostante questo però, una nuova ondata di malcontento sta attraversando il paese con proteste partecipate in tutte le maggiori città come quella del mese scorso dove si chiedevano le dimissioni del presidente. Tra i manifestanti è stata uccisauna persona dalle forze dell’ordine. Se queste manifestazioni di opposizione al regime possono rappresentare un campanello d’allarme per al-Sisi, è pur vero che dalla comunità internazionale non è arrivata un’unanime condanna delle numerose violenze e limitazioni alle libertà perpetrare dal regime, come si è visto, da diversi anni.

Bibliografia

[1]

TIMEP, «Egypt’s 2019 Constitutional Referendum,» The Tahrir Institute for Middle East Policy , Washington, 2019.

[2]

B. Rutheford, «Authoritarianism Under Sisi,» Middle East Journal, vol. 72, n. 2, pp. 185-208, Primavera 2018.

[3]

G. Del Panta, L’Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione, Bologna: Il Mulino, 2019.

[4]

S. Khoury, «La repressione non ferma il dissenso,» Internazionale, n. 1379, 2020.

 

 

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