Un’analisi dei rapporti USA – Iran in relazione all’invasione dell’Iraq del 2003 e l’assassinio di Soleimani 

I legami tra Stati Uniti, Iran e Iraq hanno radici profonde e vedono quest’ultimo al centro della contesa tra Washington e Teheran per l’acquisizione di maggiore influenza nella regione mediorientale, in virtù della sua posizione strategica e della presenza di consistenti riserve petrolifere.  

L’invasione statunitense del 2003 e l’assassinio di Soleimani del 3 gennaio 2020 sono due eventi storici che non solo mettono in luce la centralità dell’Iraq nel confronto tra i due Paesi ma, in particolare, la volontà di Washington nel voler contrastare la presenza iraniana nella regione, sia in modo indiretto che diretto. Ad ogni modo, entrambe le iniziative non sembrano aver confermato le aspettative statunitensi portando ad un aumento, piuttosto che ad una diminuzione, dell’influenza iraniana in Medio oriente e, nello specifico, in Iraq. 

Soldati americani durante i primi giorni dell’invasione irachena nel 2003

Il supposto sviluppo iracheno di armi di distruzioni di massa e i presupposti legami esistenti tra Saddam Hussein e Al-Qaedail gruppo terroristico responsabile dell’attacco alle torri gemelle, sono state le argomentazioni con cui gli Stati Uniti hanno giustificato la propria invasione. Da un lato, questa decisione può essere considerata parte di un ampio processo di nation-building ed esportazione della democrazia in Medioriente.

 Washington mirava a portare in Iraq un esempio di democrazia favorendo la conversione depaesi della regione in nazioni pacifiche e democratiche. Dall’altro, si proponeva di mostrare la propria potenza militare con lo scopo di innescare un atteggiamento di bandwagon cosicché i propri nemici avrebbero considerato più efficiente una politica di alleanza con gli Stati Uniti piuttosto che di ostilitàL’invasione avrebbe inoltre consentito alla Casa Bianca di sostituire il proprio ruolo di off-shore balancer con un controllo diretto del Medio oriente riuscendo, al contempo, a contrastare la minaccia costituita dalla Repubblica Islamica 

Contrariamente a quanto desiderato, la rimozione di Saddam Hussein come contrappeso strategico nei confronti di Teheran ha aperto la strada ad un aumento della presenza iraniana nella regione.   L’invasione del 2003, infatti, ha determinato la formazione di un failed state, principalmente a causa della mancanza di un progetto per la costituzione di un nuovo Iraq. Il mancato ripristino della sicurezza e deservizi pubblici essenziali ha favorito la nascita di movimenti di resistenza contro l’occupazione straniera di cui combattenti jihadisti sono stati i protagonistiInoltre, la dissoluzione dell’esercito e lo smantellamento del partito Ba’th – tra i primi provvedimenti della forza occupante – hanno privato l’Iraq della propria classe dirigente lasciando spazio a gruppi anti-sunniti su cui l’Iran ha potuto esercitare la propria influenza.  

In ambito politico, i vertici iraniani hanno in primo luogo cercato di mantenere stabili le relazioni con i partiti curdi per assicurarsi un controllo indiretto dell’Iraq settentrionale. In secondo luogo, si sono posti l’obiettivo di raggruppare i vari partiti sciiti in un’unica coalizione con il fine di convertire il loro peso demografico in influenza politica e consolidare, di conseguenza, il controllo sciita sul governo.  

Questa strategia iraniana ha portato i suoi frutti durante le elezioni del gennaio 2005 presso l’Assemblea costituente grazie alla vittoria del UIA (United Iraqi Alliance – Alleanza Irachena Unita). Si tratta di un blocco sciita islamista comprendente il Consiglio Supremo per lRivoluzione Islamica in Iraq – il gruppo iracheno pro-iraniano per eccellenza –, il Da’wa (la chiamata all’islam) e il Movimento di Muqtada al-Sadr 

La proiezione di Teheran nel Paese ha coinvolto facilmente e velocemente anche l’ambito militare. Nel quadro di una politica di pressione nei confronti delle autorità statunitensi ancor presenti in Iraq, consistenti sono stati gli aiuti militari e logistici forniti dall’Iran ai gruppi armati di cui le principali forze politiche irachene si sono dotate con lo scopo di imporre il proprio volere  

Malgrado ciò, in una prospettiva a lungo termine, la principale minaccia all’indipendenza e sovranità irachena è rappresentato dal soft power iraniano. Teheran non ha esitato nel mettere in atto politiche economiche protezionistiche ai danni di Baghdaddi cui è il principale partner commerciale, oltre a finanziare stazioni radio e TV per favorire la diffusione di una propaganda vicina agli ideali della Repubblica Islamica tramite programmi di intrattenimento o di informazione per arabofoni. 

Foto del 26 giugno 2019 – esponenti governativi iraniani e iracheni hanno firmato un accordo per facilitare gli scambi tra le due parti e rimuovere gli ostacoli al modo di sviluppare legami economici. Copyright TehranTimes

L’influenza iraniana è aumentata successivamente al ritiro delle truppe americane dall’Iraq nel 2011 fino a condurre alla creazione di “legami speciali” tra le autorità iraniane e quelle irachene. A dimostrare ciò sarebbero dei rapporti dell’Intelligence iraniana ricevuti in anonimo da The Intercept1 e resi pubblici da tale agenzia di stampa e dal New York Times nell’autunno 2019. Si tratta di documenti risalenti per lo più a incontri avvenuti tra rappresentanti iraniani e iracheni tra il 2014 e il 2015 che mettono in luce i tentativi di Teheran di mantenere salda la propria presenza in Iraq.  

Una ulteriore spinta a favore della presenza iraniana nella regione e, nello specifico in Iraq, è il recente assassinio del Capo delle Guardie Rivoluzionarie, Soleimani, che Washington ha giustificato come una mossa necessaria per la difesa preventiva del Paese. Ad ogni modo, sembra chiaro che la scelta rientri nel quadro di una politica di deterrenza contro l’Iran affinché il Paese risponda alle richieste statunitensi. 

Tuttaviala decisione del presidente Trump ha aperto la strada al consolidamento della presenza iraniana nella regione. L’oramai insostenibile presenza USA in Medio oriente ha spinto il parlamento iracheno a richiedere l’espulsione delle truppe statunitensi dal territorio ponendo fine, allo stesso tempo, all’accordo di cooperazione con le forze americane per la lotta contro lo Stato Islamico. A beneficiarne è l’Iran, favorito, inoltre, dalla situazione di forte instabilità in Iraq, causata da proteste in nome della lotta contro la corruzione e il desiderio di cambiamento politico, e dalla rinnovata vicinanza delle milizie estere filoiraniane che non hanno tardato nel manifestare la propria solidarietà al Paese. 

In sintesi, la volontà di acquisire maggior peso geopolitico in Medio oriente attraverso un aumento del controllo dell’Iraq è condivisa dalle due potenze. Per l’Iran ciò equivale alla formazione di un varco che gli dia la possibilità di proiettare la propria influenza dal Golfo al Mediterraneo passando per l’Iraq, appunto, il Libano e la Siria. Dal canto statunitense, il controllo dell’Iraq funge principalmente da strategia per contrastare il peso della Repubblica Islamica. 

Diversi sono gli scenari che potrebbero seguire la morte di Soleimani2 ma il panorama lascia, in ogni caso, presagire una crescita del peso iraniano a discapito di un indebolimento statunitense. Difatti, sia che l’Iran porti avanti la propria “rivincita” tramite attacchi militari diretti alle basi militari americane nell’area, sia che colpisca lo stato clientelare statunitense per eccellenza, Israele, o che prosegua con la messa in atto di attacchi cibernetici, l’ordine di assassinare Soleimani non sembra far altro che minacciare l’influenza della Casa Bianca nell’area. 

 

FONTI 

  • Ted Galen Carpenter and Malou Innocent. “The Iraq War and Iranian Power”, Global Politics and Strategy 49 no. 4, 2007: 67-82. 

 

 

 

 
 
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Martina Brunelli

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa pressol’università degli studi di Napoli“L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la miavoglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire imiei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla provae di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa,la macro-areadi cui mi occuponelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre,di confrontarmi con un ambiente giovanilema allo stesso tempo stimolante.
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