A cura diEmanuele Gibilaro, analista della politica estera USA, questioni di sicurezza nazionale, marittima, energetica e interscambi della diplomazia statunitense con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.

Interviewed: Germano Dottori, docente di Studi Strategici presso la Luiss-Guido Carli, Consigliere scientifico della rivista “Limes”, autore de “La visione di Trump” (Salerno Editrice, 2019).

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Come sono cambiati gli Stati Uniti dopo quattro anni di amministrazione Trump? Quanto conteranno gli “accordi di Abramo” in campagna elettorale? Perché la possibilità di una mossa iraniana alla vigilia del voto presidenziale è concreta? E ancora: cosa ha spinto Trump a minimizzare la diffusione del nuovo Coronavirus negli USA?

Gibilaro: Professor Dottori, le elezioni presidenziali incombono e possiamo finalmente tracciare un bilancio su questa amministrazione. Rispetto a quattro anni fa come è cambiato lo status internazionaledegli Stati Uniti?

Prof Dottori: Gli Stati Uniti rimangono oggettivamente la prima potenza del pianeta. Con Trump, tuttavia, hanno realisticamente preso atto dei limiti che incontra anche la loro capacità di trasformare il mondo e dell’assenza del consenso interno a farlo. Si è rinunciato all’esportazione dei valori occidentali, per perseguire un’agenda più circoscritta e concreta. È cambiata l’interpretazione stessa dell’interesse nazionale americano. Il Presidente in carica non crede che la chiave della sicurezza degli Stati Uniti risieda nella democratizzazione universale. È, al contrario, persuaso del fatto che occorra soprattutto stabilità – perché nell’incertezza non si investe, non si esporta e non si cresce – e che il rispetto delle sovranità nazionali ne sia una componente necessaria. Peraltro, questo convincimento di Trump non è interamente condiviso dalla sua amministrazione, dentro la quale vi sono ancora elementi di spicco sensibili alle suggestioni neoconservatrici. A volte, si osserva una polifonia molto peculiare. Il Presidente parla di minacce e interessi, Pompeo invece di democrazia e diritti. Trump non si propone nelle vesti di un democratizzatore, ma in quelle di uno stabilizzatore. Tutto questo non è particolarmente popolare in Occidente, malgrado questo approccio abbia dilatato significativamente la libertà politica di un gran numero di Stati. Non credo comunque che Trump sia particolarmente sensibile al plauso dell’opinione pubblica internazionale.

Gibilaro: Secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, i principali temi che orienteranno il voto di novembre saranno l’economia, la salute, le nomine alla Corte Suprema, la violenza e poi la politica estera. Nelle ultime settimane, Trump ha insistito molto sull’attività di mediazione per la normalizzazione delle relazioni di Emirati Arabi e Bahrein con Israele. In che misura può rivelarsi una carta da giocare in campagna elettorale?

Prof Dottori: L’economia pesa tradizionalmente molto nelle elezioni americane, non è una novità. Quanto alla salute, l’emergenza legata al Covid-19 ha condizionato in modo straordinario la vita dell’uomo comune, logico che conti. Le attività produttive e l’occupazione stanno recuperando terreno rispetto al punto di minimo raggiunto durante le quarantene, ma persiste ancora un’incertezza significativa, che inciderà anche sul numero di coloro che si recheranno materialmente ai seggi il prossimo 3 novembre. Molti voteranno per posta ben prima di quel giorno e per quanto sia previsto che lo spoglio delle schede votate ai seggi e di quelle spedite avvenga in contemporanea non si esclude che i risultati definitivi arrivino in forte ritardo. Potremmo avere un risultato del voto a caldo che viene capovolto successivamente da quello comprensivo del voto per posta. Il rischio di tensioni e battaglie legali è conseguentemente elevato. Hillary Clinton ha già consigliato a Biden di non concedere la vittoria a Trump qualora questi risultasse eletto all’alba del 4 novembre, mentre Trump ha lamentato il pericolo di brogli. Quanto rileva in tutto questo la politica estera? A mio avviso, comunque molto. Per due ragioni. La prima è che il ridimensionamento dell’impronta militare esterna degli Stati Uniti non è stato un dettaglio secondario del programma di Trump. Ne è invece tuttora un aspetto essenziale, sul quale Trump chiede esplicitamente l’investitura degli elettori. Il Presidente ha attaccato le gerarchie militari anche per gli ostacoli frapposti più volte ai ritiri annunciati, che in un caso hanno determinato addirittura le dimissioni del Segretario alla Difesa, Jim Mattis. Il secondo motivo è che l’elezione del 2020 sarà verosimilmente decisa da poche migliaia di voti in un pugno di Stati. Anche la politica estera può contribuire a fare la differenza. Sottoscrivendo gli “accordi di Abramo”, gli alleati mediorientali di Trump stanno certamente creando dei fatti compiuti per legare eventualmente le mani a Biden, ma contestualmente dimostrano pure la loro volontà di sostenere la riconferma del Presidente in carica. La tempistica della firma è estremamente significativa. Non mi meraviglierei se altri paesi si aggiungessero presto all’elenco di quelli che hanno normalizzato le proprie relazioni con Israele, per rafforzare ulteriormente la spinta in favore del Presidente americano, proprio come hanno fatto i politici scandinavi che lo hanno candidato al Nobel per la Pace. Di contro, chi vuol danneggiare Trump non ha altro da fare che indurlo ad usare la forza con qualche atto eclatante. Proprio per questo motivo, il rischio di una mossa iraniana alla vigilia del voto del 3 novembre è concreto. E su questa vulnerabilità di Trump sta giocando molto anche la Turchia, aggressiva nel Mediterraneo in questa fase anche perché certa della temporanea passività americana.

Gibilaro: Dalle anticipazioni del nuovo libro di Woodward emerge che Trump abbia saputo per tempo del virus ma ha intenzionalmente minimizzato. Perché, a suo avviso, un Presidente diretto e schietto come Trump si è comportato in questo modo? Errata percezione sulla pericolosità o c’è qualcos’altro?

Prof Dottori: Va precisato preliminarmente che la “schiettezza” non è una categoria della politica. È un’apparente modalità della comunicazione, questo certamente, tra l’altro necessaria nell’epoca dei social per ottenere più click e maggior attenzione. Cosa in cui Trump è maestro, come prova il numero dei followers che ha accumulato su Twitter. Ma la sostanza dell’azione politica è altra cosa, che richiede di continuo il velamento e la manipolazione della realtà. Per quanto riguarda la gestione del coronavirus, Bob Woodward non ha rivelato granché: ha riportato quanto gli ha detto personalmente il Presidente americano, evidentemente interessato a smontare la narrazione che lo ha descritto come un perfetto ignorante nelle prime fasi della pandemia. Nelle registrazioni che abbiamo ascoltato, Trump dà conto di quanto da lui appreso dalla viva voce di Xi Jinping, circostanza sulla cui rilevanza ho visto pochi commenti. In realtà, Trump ha fatto quello che hanno cercato di fare tutti i capi di Stato o di governo alle prese con il SARS-CoV-2: ovvero, controllare e gestire il flusso delle informazioni, per rassicurare la gente, proteggere l’economia e scongiurare le ondate di panico, assieme alle prevedibili conseguenze sull’ordine pubblico. Vorrei ricordare a questo proposito come la prima reazione al Covid-19 da parte degli americani sia stata quella di mettersi in fila davanti alle armerie del paese, mentre in Inghilterra si comprava la carta igienica e da noi i generi alimentari. Al silenzio e alla minimizzazione del pericolo hanno fatto ricorso in varia misura tutti, anche l’Italia – paese in cui il Governo ha secretato gli scenari più catastrofici elaborati dal Comitato Tecnico Scientifico – e persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ovviamente, Trump è stato in questo meno raffinato di altri, e forse anche più ottimista, nello sperare che l’ondata giungesse negli Stati Uniti in qualche modo attenuata. Comunque, in America è successo veramente di tutto. Ognuno ha recitato tutte le parti in commedia. Ad esempio, Cuomo si è opposto alla chiusura di New York e poi l’ha fatta, tra l’altro disponendo l’invio dei degenti infetti nelle case di riposo. Il virus ha imposto la sua logica. Nessuno ne è uscito bene.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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