Considerata un’area di estrema rilevanza geopolitica, l’intera America Latina si trova da sempre a dover fare i conti con l’onnipresente ombra degli Stati Uniti. La competenza esclusiva sugli affari dell’Emisfero occidentale, caposaldo della politica estera americana, fu rivendicata in modo particolare durante gli anni di Reagan: gli Stati Uniti fecero dell’America Centrale una questione di assoluta importanza geopolitica, arrivando persino a violare il  diritto internazionale e la legislazione nazionale adottata dal Congresso.

Due Americhe, accomunate dalla posizione geografica nello stesso emisfero e da radici che affondano in parte nella vecchia Europa. Due subcontinenti le cui sorti si sono via via intrecciate in modo sempre più fitto, sfociando in complesse e diversificate relazioni politiche ed economiche dalle dinamiche tanto affascinanti quanto intricate. L’unicità di questo rapporto quasi simbiotico fu sancita già nel 1823, in occasione della proclamazione della Dottrina Monroe da parte dell’omonimo presidente statunitense: secondo tale principio, qualsiasi tentativo di ingerenza negli affari interni dell’emisfero occidentale da parte di una potenza europea sarebbe stato interpretato come un attacco alla pace e alla sicurezza degli Stati Uniti. Ottantuno anni dopo, la Dottrina fu completata dal corollario elaborato dal Presidente Theodore Roosevelt, che avrebbe consentito, “pur con riluttanza, l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata” per scongiurare pratiche illecite “in America e altrove”.

Gli interventi statunitensi in America Latina costituiscono una costante nei rapporti inter-americani dell’ultimo secolo e mezzo. Oltre agli interventi militari diretti (come nel caso dell’occupazione del Nicaragua tra il 1912 e il 1933), l’ingerenza degli USA negli affari nazionali degli Stati latinoamericani si è infatti parallelamente concretizzata nel supporto ad operazioni di regime change, finalizzate a destituire alcuni governi giudicati “scomodi” da Washington. Per citare alcuni casi celebri, il colpo di stato che rovesciò il governo di Jacobo Arbenz in Guatemala nel 1954 fu coordinato dalla CIA, così come il “Progetto FUBELT”, operazione organizzata tra il 1970 e il 1973 con il benestare dell’allora Segretario di Stato Henry Kissinger e finalizzata alla rimozione del presidente socialista cileno Salvador Allende. L’evento segnò l’inizio della dittatura militare di Augusto Pinochet sul Cile, destinata a durare fino al 1990.[i]

Secondo lo storico John Coatsworth, tra il 1898 e il 1994 gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in America Latina per un totale di 41 volte – una volta ogni 28 mesi. La frequenza di tali interventi conobbe un incremento negli anni della Guerra Fredda: secondo Washington, qualsiasi governo di stampo filomarxista – e, per estensione, filosovietico –  nell’emisfero occidentale avrebbe costituito una minaccia per gli Stati Uniti, che cercarono di influenzare la dimensione politica e sociale dei paesi latinoamericani mettendo in campo risorse economiche (come nel caso dell’Alliance for Progress annunciata dal presidente Kennedy nel 1961), diplomatiche (la creazione dell’Organization of American States nel 1948, inizialmente promossa con l’obiettivo di arginare la diffusione del comunismo nell’emisfero) e militari (il sostegno alle giunte militari in Nicaragua, Honduras, Costa Rica, El Salvador, Argentina, Guatemala).

Gli anni di Ronald Reagan (1981-1989) coincisero con una riorganizzazione della politica estera statunitense, che segnò l’inizio di una nuova escalation nelle tensioni internazionali tra gli USA e l’Unione Sovietica, un processo che pose fine al periodo di distensione (détente) che aveva caratterizzato le relazioni bilaterali tra le due superpotenze, in particolare durante la presidenza di Richard Nixon (1969-1974). Parte della campagna elettorale di Reagan si basò proprio sul concetto di ristabilire lo status di potenza mondiale degli Stati Uniti, la cui posizione, nel corso degli anni Settanta, risultava particolarmente indebolita a seguito degli insuccessi in politica estera – dall’esito della guerra del Vietnam al fallimento dell’operazione Eagle Claw[ii] – e dello scoppio dello scandalo Watergate, che ebbe pesanti ricadute sull’immagine del partito repubblicano e dell’esecutivo in generale. La visione della politica estera di Reagan, offerta come risposta alle politiche dell’amministrazione Carter, giudicate “ignare del disegno di conquista mondiale sovietica”, fu condensata nella formula “preservare la pace attraverso la forza” – che viene peraltro riproposta oggi nel sito ufficiale della Casa Bianca come direttiva per le strategie di sicurezza nazionale.[iii]

A livello del dibattito politico nazionale, la seconda metà degli anni ’70 fu caratterizzata dalla crescita dell’influenza di gruppi di interesse e think tank neo-conservatori, che giocarono un ruolo fondamentale nell’elaborazione dei punti del programma politico di Reagan. Secondo gli esponenti di questa corrente ideologica, la nuova politica estera statunitense avrebbe dovuto basarsi su una strategia di riarmo militare come deterrente per eventuali attacchi alla sicurezza americana da parte di potenze rivali. Secondo lo stesso Reagan, il riarmo degli Stati Uniti avrebbe inoltre costretto l’Unione Sovietica ad aumentare la propria produzione di armamenti per cercare di preservare l’equilibrio tra le superpotenze, uno sforzo economico che, sul lungo periodo, sarebbe stato difficile da sostenere. Oltre all’inasprimento dei rapporti bilaterali tra Washington e Mosca, la nuova politica estera americana contemplava una rinnovata attenzione nei confronti del Terzo Mondo, in cui gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a “ridurre i tentativi di destabilizzazione da parte dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati” e a “indebolire e, dove possibile, recidere” questi legami.

L’influenza del pensiero neo-conservatore si manifestò in modo più evidente sulla politica estera americana nei confronti dell’America Latina. Reagan fu infatti particolarmente colpito da un articolo intitolato “Dictatorships and Double Standards”, apparso sulla rivista Commentary nel 1979. L’articolo, ad opera di Jeane Kirkpatrick, professoressa di scienze politiche e membro del think tank conservatore American Enterprise Institute, attaccava la gestione delle ondate rivoluzionarie nel Terzo Mondo da parte dell’amministrazione Carter, e suggeriva di distinguere i regimi autocratici “tradizionali” – generalmente più inclini ad abbracciare la democrazia – da quelli “rivoluzionari”, contro i quali gli Stati Uniti avrebbero dovuto adottare qualsiasi mezzo per scongiurare l’avvento del comunismo. La stessa Kirkpatrick entrò poi a far parte dell’amministrazione Reagan in qualità di ambasciatore presso le Nazioni Unite, e ricoprì un ruolo di prim’ordine nella gestione della politica estera americana nel corso del primo mandato del presidente repubblicano.

Il modello proposto dalla Kirkpatrick trovò un fertile terreno di applicazione proprio in America Centrale, una regione che sul finire degli anni ’70 finì per acquisire un peso geopolitico sempre più considerevole: nel luglio del 1979, la pluridecennale dittatura militare della famiglia Somoza veniva rovesciata dal Frente Sandinista para la Liberación Nacional (FSLN) capeggiato da Daniel Ortega, la cui vittoria sul regime minacciava di estendere il fuego della rivoluzione all’intera America Latina. Contemporaneamente, nel vicino El Salvador, il Frente Farabundo Martì para la Liberación Nacional  (FMLN) si organizzava con il supporto degli omologhi nicaraguensi e degli alleati cubani per sferrare l’”offensiva finale” contro la giunta militare che governava il Paese reprimendo le rivolte nel sangue attraverso gli “squadroni della morte”, organizzazioni paramilitari create negli anni ’60 con il supporto della CIA. Tali avvenimenti si inquadrarono in una più ampia trasformazione dell’assetto internazionale: se da un lato l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche nel dicembre del 1979 veniva percepita da Washington come una rivendicazione di autorità da parte dell’URSS negli affari del Medio Oriente, la caduta dello scià Reza Pavlavi e lo scoppio della rivoluzione iraniana sul finire del decennio sancivano l’ingresso di un terzo attore nella tradizionale struttura bipolare del mondo post-bellico, stimolando una revisione dell’approccio statunitense al panorama internazionale.[iv]

L’idea che l’America Centrale fosse uno dei principali terreni di scontro tra le superpotenze fu suffragata da un ulteriore documento elaborato dal Committee of Santa Fe, affiliato al think tank neoconservatore Council for Inter-American Security. Nel testo, dal titolo “A New Inter-American Policy for the Eighties”, gli autori dichiaravano: “la Terza Guerra Mondiale è quasi conclusa, e l’America, che batte in ritirata su ogni fronte, deve prendere ora l’iniziativa o perire per sempre”. “Persino il bacino caraibico…si sta trasformando in un lago marxista-leninista. Mai nella storia la nostra Repubblica si è trovata così a rischio ed esposta alle minacce provenienti dal proprio fianco meridionale”.[i] Le linee guida del documento furono recepite e implementate nella politica estera americana nel corso degli anni ’80 (vedasi la Carribbean Basin Initiative annunciata nel 1982), e tutti i membri del Committee of Santa Fe finirono per ricoprire incarichi di rilievo nell’amministrazione Reagan.

Nei primi mesi del 1981, gli eventi in El Salvador presentarono al neoeletto Presidente Reagan la prima occasione per “inviare un messaggio a Mosca”. L’offensiva finale lanciata dalle milizie del FMLN contro la giunta militare al potere nel gennaio del 1981, seppure fallimentare, offrì infatti un pretesto prezioso per testare la nuova dottrina del rollback: nel febbraio dello stesso anno, l’amministrazione Reagan approvò un pacchetto di 25 milioni di dollari in aiuti militari per il governo salvadoregno, affiancato ad un incremento dei consiglieri militari americani presenti sul campo per addestrare la Guardia Nazionale nelle tattiche della “guerra irregolare” per contrastare i ribelli. Nel corso della guerra civile del Salvador, conclusa con gli accordi di pace di Chapultepec del 1992, gli Stati Uniti stanziarono fondi di assistenza al governo del Paese per un totale complessivo superiore ad un miliardo di dollari. Tali fondi, secondo un’inchiesta del General Accounting Office, assicurarono la tenuta del governo al potere, ma non furono determinanti per la sconfitta dei rivoluzionari: gli scontri tra le forze governative e le milizie del FLMN si protrassero ininterrottamente per dodici anni, lacerando il tessuto economico-sociale del Paese e mietendo oltre 75.000 vittime tra i civili.[ii]

Connesse a stretto giro con le vicende salvadoregne, anche le relazioni americano-nicaraguensi si trasformarono in funzione della nuova direzione impressa alla politica estera statunitense. Dopo Cuba, la presenza di un ulteriore governo rivoluzionario nell’emisfero occidentale era giudicata inaccettabile da Washington: già nel 1980, un ex agente della CIA di servizio in America Latina e membro della Heritage Foundation – un altro influente think tankconservatore – consigliava di agire subito per destituire il governo sandinista: “più a lungo rimane al potere consolidando il proprio apparato di sicurezza, più difficilmente sarà possibile esautorarlo”. Questo obiettivo, perseguito con sempre maggiore determinazione dall’amministrazione Reagan nell’ambito del programma di addestramento delle forze anti-sandiniste (i contras) a partire dal febbraio del 1981, aveva tuttavia delle delicate implicazioni a livello di diritto internazionale, specialmente dopo che le elezioni del 1984 legittimarono il governo del Fronte Sandinista di Daniel Ortega. Nel caso del Salvador, pur trattandosi di supportare un regime responsabile di atroci violazioni dei diritti umani, gli Stati Uniti nel corso degli anni di fatto finanziarono quello che si poteva considerare il governo legittimo del paese (seppure insediatosi a seguito di elezioni dalla dubbia trasparenza).[iii] Nel caso del Nicaragua, invece, la destituzione di Ortega da parte dei contras avrebbe implicato necessariamente una violazione del diritto internazionale consuetudinario, come poi stabilito dalla CIG nella sentenza Nicaragua v. United States del 1986, che fu pronunciata a seguito della denuncia delle attività di destabilizzazione condotte – all’insaputa del Congresso statunitense – dalle milizie antigovernative con il supporto logistico e militare della CIA.

La guerra segreta di Reagan, iniziata ufficialmente con i sabotaggi alle infrastrutture nel nord-ovest del Nicaragua nel marzo del 1982, fu appunto condotta anche contro la volontà del Congresso degli Stati Uniti, che tra il 1982 e il 1984 approvò due emendamenti ad hoc – Boland I e Boland II – con l’obiettivo di vietare l’utilizzo dei fondi stanziati per il supporto “diretto o indiretto, di operazioni militari o paramilitari in Nicaragua da parte di qualsiasi nazione, gruppo, organizzazione, movimento o individuo”. Nonostante l’esplicita manifestazione di dissenso da parte dell’organo legislativo nazionale, le covert operations in Nicaragua proseguirono grazie ad un complesso sistema di finanziamenti e contrabbando di armi messo a punto nell’ambito del Project Democracy, coordinato dal Colonnello Oliver North del Joint Chiefs of Staff con l’aiuto dell’Assistente al Segretario di Stato Elliott Abrams e al direttore della Task Force della CIA per l’America Latina Alan Fiers. Dopo l’entrata in vigore del secondo emendamento Boland, l’equipaggiamento e l’addestramento dei contras venne quindi finanziato grazie agli apporti economici di Stati terzi (tra cui l’Arabia Saudita e Taiwan), e dai proventi della vendita illecita di armi statunitensi all’Iran (su cui vigeva l’embargo), che avrebbero consentito a Teheran di sostenere il conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein, all’epoca alleato degli Stati Uniti. L’intera operazione venne alla luce a seguito dell’abbattimento, nell’ottobre del 1986, di un aereo con personale americano in viaggio per rifornire le milizie dei contras: l’operazione scatenò l’avvio delle indagini che portarono al processo per il cosiddetto scandalo Iran-Contras, che rischiò di portare Reagan all’impeachment.

Nel corso del decennio l’intera America Centrale subì le conseguenze della “guerra a bassa intensità” intrapresa dall’amministrazione Reagan per contrastare le presunte mire espansionistiche dell’Unione Sovietica nella regione. Oltre al sostegno al governo salvadoregno e al finanziamento dei contras, gli Stati Uniti fornirono infatti assistenza militare anche al governo del Guatemala, che tra il 1982 e il 1983 perpetrò una feroce repressione ai danni dei cittadini guatemaltechi di etnia maya – giudicati più inclini all’adesione alla causa della rivoluzione comunista –  un massacro passato alla storia come l’”Olocausto Silenzioso”. Le conseguenze dell’antagonismo tra Washington e Managua ebbero delle ripercussioni anche sul vicino Costa Rica, che in virtù della forte dipendenza dai finanziamenti statunitensi fu gradualmente costretto ad abbandonare la posizione neutrale inizialmente assunta per abbracciare la linea degli USA e scongiurare il proprio collasso. A Panama, nel frattempo, la presa del potere da parte del generale Manuel Antonio Noriega, già presente nella rete degli asset della CIA a partire dagli anni ’50, fornì un supporto strategico per le operazioni condotte dai contras attraverso finanziamenti provenienti dal contrabbando di armi e di droga.

In origine, l’intera operazione della CIA era basata su una struttura denominata La Tripartita, che coinvolgeva, oltre al supporto finanziario degli Stati Uniti, l’apporto militare dell’Argentina  e l’utilizzo di basi di addestramento dislocate in Honduras, la cui militarizzazione divenne un pilastro della strategia americana nella regione nel corso degli anni ’80. Gli aiuti militari statunitensi destinati al Paese decuplicarono tra il 1974 e il 1984, e gli Stati Uniti incrementarono in modo sostanziale la presenza del proprio personale stanziato nel territorio honduregno a seguito dell’esito della guerra delle Falklands/Malvinas (Aprile 1982), che privò la Tripartita del contributo militare dell’Argentina dei generali.[iv]Anche nel caso dell’Honduras, il governo represse nel sangue le rivolte e si macchiò di crimini atroci nei confronti dei presunti simpatizzanti della rivoluzione: le esecuzioni sommarie condotte dagli squadroni della morte sono passate alla storia come “la guerra sporca dell’Honduras”, le cui vittime vanno ad aggiungersi a quelle della guerra civile in Salvador e in Guatemala.[v]

La pressione statunitense si intensificò anche nei confronti di Cuba, che Washington identificava come la “fonte dell’aggressione comunista” responsabile della diffusione dell’ondata rivoluzionaria nel sub-continente.[vi] Le relazioni cubano-statunitensi furono particolarmente tese nel primo biennio della presidenza Reagan: durante questo periodo, l’allora segretario di Stato Alexander Haig fece più volte riferimento alla possibilità di applicare un blocco navale all’isola di Cuba per interrompere i rifornimenti alle guerriglie in Salvador e volgere la situazione a favore degli Stati Uniti, ma la proposta, che secondo il Joint Chiefs of Staff avrebbe comportato il rischio di un confronto diretto con l’Unione Sovietica, non si concretizzò mai. Dopo le dimissioni di Haig nel 1982, le minacce militari dirette furono abbandonate, ma gli Stati Uniti continuarono ad attribuire pubblicamente l’instabilità regionale all’attività sovversiva di Cuba.[vii]

Pur mantenendo un approccio generale impostato sulla guerra a bassa intensità con l’idea di limitare per quanto possibile il coinvolgimento diretto di personale militare statunitense in loco, nel corso della sua presidenza Reagan dimostrò di essere pronto anche a schierare l’esercito per rivendicare l’autorità statunitense. Oltre agli interventi in Libano (1982-1984), Libia (1986) e Iran (1987), gli USA in America Centrale ricorsero all’intervento militare diretto nell’ambito dell’operazione Urgent Fury. Il 25 ottobre del 1983, le forze statunitensi sbarcarono sull’isola di Grenada a seguito dell’omicidio del presidente socialista Maurice Bishop da parte di una fazione ribelle all’interno del suo partito, con l’obiettivo di sedare i tumulti, “proteggere la vita degli americani presenti sull’isola”, e ristabilire l’ordine instaurando un governo provvisorio.[viii]

A distanza di due secoli dalla sua formulazione, la Dottrina Monroe è forse il principio-guida della politica estera statunitense che più dimostra un’adattabilità all’evoluzione della storia. Per esempio, pur dichiarando a sorpresa l’abbandono formale della Dottrina, l’amministrazione Obama di fatto non rinunciò totalmente al proprio ruolo in America Latina, come testimonia il ruolo ricoperto da Hillary Clinton (all’epoca Segretario di Stato) nel colpo di stato in Honduras nel 2009. La questione, oggi più che mai, si dimostra attuale per l’America di Trump. Dopo aver dichiarato che “la Dottrina Monroe è viva e vegeta”, l’intera politica estera americana per l’America Latina è stata infatti reimpostata sulla pressione retorica ed economica e sul supporto a forze anti-governative con l’obiettivo di  destituire quelli che il Presidente Trump riconosce come “governi illegittimi” (Nicaragua, Venezuela, Cuba), tacciati di dittatura e collaborazionismo con la Russia di Putin e con il nuovo colosso cinese guidato da Xi Jinping. Capire l’importanza giocata dall’America Latina sul finire della Guerra Fredda e le azioni messe in campo dagli Stati Uniti permette forse di gettare luce sulle possibili evoluzioni dell’assetto internazionale odierno.

fonti

[i] US Department of State, Foreign Relations of the United States, 1969-1974, Volume XXI, Chile 1969-1974, United

States Government Printing Office, 2014, p. 373 “It is firm and continuing policy that Allende be overthrown by a coupâ€.

[ii] L’operazione Eagle Claw fu condotta durante l’amministrazione Carter con l’obiettivo di salvare gli ostaggi americani

detenuti a seguito dell’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran durante la Rivoluzione Iraniana.

L’operazione fallì per inconvenienti logistici, assestando un colpo fatale alla credibilità del presidente democratico in carica Jimmy Carter.

[iii] Per una ricostruzione dettagliata della presidenza Reagan si consigliano S. Wilentz, The Age of Reagana History,

1974-2008, Harper Perennial, 2008 e la biografia ad opera di L. Cannon President Reagan: the Role of a 

Lifetime, Touchstone/Simon and Schuster, 1991.

[iv] O.A. Westad, The Global Cold War, Cambridge University Press, 2009, p. 295.

[v] L. F. Bouchey, R. Fontaine, D. C. Jordan, L. Tambs (eds.), A New Inter-American Policy for the Eighties, 1980

[vi] Per analisi approfondite sulla presenza degli USA in America Centrale durante questo periodo si vedano B.

d’Haeseleer, The Salvadoran Crucible,:The Failure of U.S. Counterinsurgency in El Salvador, 1979-  1992,         University Press of Kansas , 2017; M. J. Blachman, W. Leogrande, K. Sharpe, (eds.), Confronting Revolution:

Security Through   Diplomacy in Central America, Pantheon Books, 1986; R. Crandall, The Salvador Option:

The United States in El Salvador, 1977-1992, New York, Cambridge   University Press, 2016; W. LaFeber,

Inevitable Revolutions: The United States in Central America, W.W. Norton & Company,  1993; W. M.

Leogrande, Our Own Backyard, The University of North Carolina Press, 2000.

[vii] R. Bonner, Weakness and Deceit: America’s Dirty War in El Salvador, OR Books, 2016.

[viii] “Reagan Likely to Retain Limit of 55 on Trainers”, The Washington Post, 18.8.1983
“U.S. Raises the Total of Military Advisors in Honduras to 100”, The New York Times, 20.3.1982,

[ix] Vedi K. Norsworthy, W. J. Robinson, David and Goliath: Washington’s War Against Nicaragua, Zed Books, 1987

[x] U.S. Department of State, Communist Interference in El Salvador (Special Report No. 80), Bureau of Public Affairs,

Washington D.C.

[xii] L. Schoultz, That Little Infernal Cuban Republic, University of North Carolina Press, Chapel Hill, 2009, pp. 386-387.

[xiii] S. Wilentz, The Age of Reagan, pp.161-162.

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Marco Tumiatti

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