Ieri, 28 gennaio 2020, Trump ha finalmente lanciato l’iniziativa “Peace to Prosperity”, Piano d’azione economico-politico per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Al suo fianco è spiccata la persona di Netanyahu, senza una adeguata controparte Palestinese.

 

Nel corso degli ultimi giorni, dopo l’annuncio della Casa Bianca dell’imminente lancio del Piano, le autorità palestinesi, da Abu Mazen fino ai capi politici di Hamas e del Jihad Islamico, hanno espresso tutto il loro disappunto e si sono riuniti per una seduta di emergenza a Ramallah, dopo aver indetto manifestazioni ufficiali per venerdì 31 gennaio (“Giornate di Collera”).

 

Non può certamente spiegarsi in poche righe l’impatto geopolitico e la portata storica di questo patto che quasi sicuramente modificherà gli equilibri regionali, seppur molto lentamente. Cercheremo in questo breve commento di tratteggiarne il contorno e le possibili ripercussioni.

 

Anzitutto, il Piano arriva in un momento particolare sia per quanto riguarda la politica domestica dei due Paesi, che sulle loro proiezioni regionali. Israele è reduce da due tornate elettorali vuote, che hanno lasciato aperta la finestra politica: Netanyahu è alle strette, sia in termini elettorali che giudiziari; l’ANP cerca disperatamente di indire nuove elezioni, ma gli è preclusa la possibilità di svolgerle a Gerusalemme est. Il Piano, inoltre, riconosce ad Israele la maggior parte degli insediamenti, gli stessi che Netanyahu in campagna elettorale aveva promesso di annettere allo Stato d’Israele, ed avanza una certa ambiguità sulla questione gerosolomitana.

 

Se la maggior parte dei paesi arabo-musulmani non ha accettato l’iniziativa statunitense, l’Europa resta ferma a guardare, senza esprimersi adeguatamente sulla faccenda, mentre Israele se ne avvantaggia. Non solo l’appoggio targato USA sembra essere ormai diventato incondizionato, lo Stato sionista sta altresì ampliando la propria influenza, soprattutto nel settore energetico. Israele si trova in una posizione di netto vantaggio, in termini reali ed anche all’interno del Piano così come concepito. Se una volta la sopravvivenza dello Stato israeliano poteva sembrare minacciata in maniera veemente, e dunque necessitava di una certa tutela, oggi servirebbe invece un piano per la sopravvivenza dei palestinesi e del loro diritto all’autodeterminazione. 

 

La “risoluzione Trump” sta solamente gettando sale sulla ferita aperta tra Israele e Palestina, non solo per il modo, i tempi e gli spazi geopolitici in cui è stato lanciato, ma per un motivo molto più semplice: può mai esserci soluzione se le legittime autorità di una delle parti in questione si rifiutano di riconoscere la validità e la fattibilità del piano?

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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