Nelle intenzioni del governo indiano il “boycott China” dovrebbe ridurre la dipendenza del Paese da merci e capitali cinesi. In realtà quest’iniziativa populista rischia di generare un effetto boomerang.

La risposta del governo di New Delhi agli scontri di confine in Ladakh tra India e Cina tra il 15 e il 16 giugno 2020, che hanno causato la morte di 20 soldati indiani, si è avuta anche attraverso la chiamata nazionale al boicottaggio dei prodotti cinesi tramite lo slogan del “boycott China”.
Questa è stata proposta da alcuni membri del partito al potere Bharatiya Janata Party, dopo aver opportunamente riesumato il concetto di Swadeshi. Quest’idea, comparsa più volte nella storia indiana moderna, ha assunto il suo significato peculiare durante il movimento per l’indipendenza dal controllo coloniale britannico, essendo associata al concetto di autosufficienza economica da realizzarsi mediante il boicottaggio delle merci britanniche. Non è un caso quindi, se il partito al potere di orientamento nazionalista, non nuovo a slogan populisti e alla speculazione della storia del Paese, abbia deciso di fare uso proprio di questa idea per mobilitare il sentimento popolare su posizioni anticinesi.
Le immagini delle manifestazioni di piazza nelle quali è ritratta gente comune intenta a bruciare bandiere della Cina e foto del suo presidente Xi Jinping hanno fatto il giro del mondo.
Tuttavia, considerando l’alto volume del commercio indo-cinese e la dipendenza dell’industria e dei consumatori indiani dai beni e dai capitali cinesi, un reale boicottaggio, al di là della sua valenza propagandistica, avrebbe una limitata fattibilità. Inoltre, questa mossa rappresenterebbe un’ulteriore complicazione per l’economia indiana già alle prese con problematiche e performance poco promettenti ulteriormente aggravate dalla pandemia.

L’ex ministro delle finanze indiano P. Chidambaram ha dichiarato che il semplice boicottaggio dei prodotti cinesi non danneggerà l’economia cinese, in quanto per la Cina il commercio con l’India rappresenta solo una frazione del suo commercio mondiale.

Nel 2019, la Cina ha rappresentato per l’India il primo Paese per valore e volume di importazioni, per un totale di 74,7 miliardi di dollari, pari al 17% delle importazioni totali. Questa cifra è pari al doppio delle importazioni dal secondo Paese dopo la Cina, cioè gli Stati Uniti, con un totale di 35,5 miliardi di dollari. Analizzando invece i dati riferiti alle esportazioni, la Cina rappresenta il terzo Paese per esportazioni totali dall’India, con un valore di circa 17,9 miliardi di dollari.  Oltre al deficit di circa 57 miliardi di dollari della bilancia commerciale indiana con la Cina, occorre considerare anche la natura delle merci esportate dall’India ed importate dalla Cina.  L’India esporta principalmente materie prime e articoli di basso valore, importando invece articoli ad alto valore aggiunto.[1] Il deficit commerciale indiano e la dipendenza del Paese dalle esportazioni cinesi sono particolarmente evidenti nell’industria, anche nei settori considerati strategici. È stimato infatti che tre quarti delle centrali elettriche indiane utilizzino apparecchiature cinesi.

Nonostante l’appello al “boycott China” da parte del partito in carica, assieme alla bizzarria di alcuni politici, tra i quali merita una particolare menzione Ramdas Athawale e la sua proposta di vietare ai ristoranti di vendere cibo cinese, l’India mostra una sempre più manifesta volontà di opporsi alla Belt and Road Initiative (BRI). Questo si configura sia nel perseguimento dell’obiettivo strategico di ridurre la dipendenza indiana dai prodotti cinesi non solo per i prodotti di largo consumo ma anche, come visto, per settori chiave dell’economia, e infine ridurre l’influenza cinese nell’economia nazionale.

Sebbene l’influenza economica cinese in India sembri trascurabile rispetto ad altri paesi dell’Asia meridionale come il Pakistan, lo Sri Lanka, il Myanmar e il Bangladesh, l’afflusso dei capitali cinesi è aumentato considerevolmente durante il primo governo Modi trasformando la natura delle relazioni commerciali tra i due Paesi. Nel 2014, all’inizio del suo primo mandato, la cifra fu di 1,6 miliardi di dollari, cresciuta fino a 8 miliardi in soli tre anni. Mentre è stato rilevato come alla data di marzo 2020 gli investimenti cinesi totali in India ammontassero a 26 miliardi di dollari.[2]

 

Se nel 2014 la maggior parte degli investimenti riguardava il settore infrastrutturale, nei successivi tre anni, l’aumento del capitale cinese nel mercato indiano si è inserito nel settore dell’high-tech delle start-up.
Queste ultime in particolare hanno beneficiato di investimenti cinesi per circa 4 miliardi di dollari, e anzi ben 18 delle 30 aziende unicorno indiane hanno almeno un investitore cinese.[3]  Inoltre, a seguito della politica di demonetizzazione avviata da Modi nel 2016, che ha promosso al contempo un uso più estensivo delle transazioni digitali, il colosso cinese Alibaba ha acquisito oltre il 40% di Paytm, la principale piattaforma indiana di pagamenti digitali.
Agli occhi dell’indiano medio però, la presenza cinese è particolarmente visibile nei beni di consumo.
La Cina domina il mercato indiano degli smartphone, i cui produttori detenevano il 66% della quota di mercato nel primo trimestre del 2020. Ciò significa che tre telefoni su quattro venduti in India erano di fabbricazione cinese.

 

Ovviamente tale dipendenza non si esaurisce ai soli prodotti hi-tech, ma anzi si estende a tutti i settori. Insieme alla tecnologia, le importazioni dalla Cina riguardano anche prodotti necessari al settore agricolo, fonte primaria di sostentamento di circa il 58% della popolazione indiana. Qualsiasi tentativo di boicottare l’importazione di prodotti agricoli cinesi ambito comporterà un sostanziale aumento dei prezzi per gli agricoltori indiani. La Cina sembra in procinto di avvolgere l’India con una collana di diamanti così lucente e attraente da minimizzare al confronto la strategia della “collana di perle”. Quest’ultima è una teoria geopolitica che descrive le intenzioni cinesi di supremazia nell’oceano Indiano, attraverso l’isolamento dell’India mediante la costruzione di una fitta rete di strutture militari e commerciali nei Paesi con essa confinanti.

In realtà gli interessi dei consumatori indiani per i beni cinesi hanno risentito ben poco dalle relazioni indo-cinesi. Anzi, problemi di natura politica, quali gli scontri di confine, o l’avvicinamento cinese al Pakistan, nemico storico dell’India, non hanno impattato negativamente il mercato nel quale vige invece la regola del “rapporto qualità-prezzo”. I beni cinesi, visti come convenienti e competitivi continuano ad essere preferiti dalla maggioranza dei consumatori, come mostrato nel caso dei telefoni cellulari.  Secondo una stima, se i due Paesi smettessero di commerciare, la Cina perderebbe solo il 3% delle sue esportazioni e meno dell’1% delle sue importazioni. Viceversa, l’India perderebbe il 5% delle sue esportazioni e il 14% delle sue importazioni.

Nel complesso, sarebbe molto più facile per la Cina sostituire l’India che per l’India sostituire la Cina.

Il problema è in realtà di portata ben più ampia. Gran parte della retorica politica si è concentrata sul convincere i consumatori indiani a boicottare i prodotti fabbricati in Cina, preferendo invece quelli made in India. Tuttavia, in un mondo dove l’integrazione globale è così profonda e pervasiva, sarebbe impossibile che un prodotto di largo consumo possa essere effettivamente realizzato interamente in India.  Anzi, se gli scambi con la Cina dovessero venire interrotti o subire una contrazione, si avrebbe un impatto significativo sulle capacità produttive indiane.  Riguardo i soli componenti elettronici infatti, viene importato dalla Cina una percentuale pari al 67%.  Ciò significa che anche acquistando un articolo di elettronica indiano, una grande quantità del suo valore tornerebbe comunque in Cina. Un impatto ancora maggiore dalla sospensione dall’approvvigionamento cinese si avrebbe nell’ambito della salute pubblica dove è importato dalla Cina ben il 69% dei farmaci sfusi venduti nel Paese, mentre per gli antibiotici la percentuale sale fino al 90%.[4]

 

L’India ha riposto grandi aspettative nel progetto guidato dagli Stati Uniti della Trans-Pacific Partnership al fine di bilanciare gli scambi cinesi nella regione. Tuttavia, la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritirarsi da questo nel 2016 ha lasciato l’India senza altre valide alternative. L’appello di parte della classe dirigente indiana al “boycott China”, nei fatti un vero e proprio palliativo per l’economia del Paese duramente provata da performance poso incoraggianti e dalla recente pandemia, si scontra direttamente con una realtà bisognosa di proposte concrete e non di semplici slogan populisti.  L’India deve fare i conti con la necessità di aumentare e diversificare la propria capacità industriale al fine di fornire un’alternativa valida per i produttori locali all’importazione di merci e all’afflusso dei capitali cinesi. Ciò potrebbe in qualche modo spiegare il paradosso di come nei sondaggi il 93% degli indiani si dichiari a favore del “boycott China” in risposta ai fatti del 15 e 16 giugno 2020, ma nei fatti l’acquisto dei prodotti made in China non subisce alcuna flessione.

 

Note

[1] G. Das, U. Paul, “Is BCIM-EC beneficial for India?”, in: BCIM Economic Cooperation: Interplay of Geo-economics and Geo-politics, G. Das, C. J. Thomas, parte 2, sezione 6, Routledge, 2019

[2] A, Krishnan, “Following the money: China Inc’s growing stake in India-China relations”, Brookings India, Marzo 2020, pag. 05

[3] Si definiscono “aziende unicorno” quelle nuove aziende o start-up non ancora quotate in borsa che in un breve arco di tempo hanno raggiunto un valore di mercato complessivo di 1 miliardo di dollari.

[4] “The n-CoV fallout”, febbraio 2020, Crisil, lista totale della dipendenza indiana dai prodotti cinesi pag. 9-12

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: