L’attuale traiettoria della politica indiana è pericolosamente simile al primo decennio del Pakistan: l’erosione del pluralismo e secolarismo a favore del maggioritarismo.

Negli ultimi anni l’India ha assunto una notevole importanza strategica nella politica americana nei confronti della regione dell’Asia-Pacifico. Le sue capacità economiche e militari hanno motivato la percezione di Washington che essa possa fungere da contrappeso alla crescente influenza cinese nella regione. I tradizionali valori democratici indiani, compatibili con quelli statunitensi, la rendono un potenziale partner strategico di prim’ordine per l’establishment americano.
Negli ultimi anni si è però assistito all’emergere di un progressivo autoritarismo nella vita politica indiana.
La storia più recente ha spesso dimostrato come in diplomazia questioni di realpolitik siano spesso prioritarie al rispetto dei valori democratici e dei diritti umani. È perciò importante analizzare gli sviluppi del sistema democratico indiano che potrebbero minarne la reputazione di più grande democrazia del mondo e la compatibilità ideologica con gli Stati Uniti.

 

A un anno di distanza dalla vittoria del partito ultraconservatore indù Bharatiya Janata Party (BJP) alle elezioni parlamentari del 2019, che ha inaugurato il suo secondo mandato alla guida del Paese, l’India è letteralmente di fronte a un bivio ideologico sulla strada della democrazia secolare.Il BJP ha strutturato la campagna elettorale del 2019 in maniera diametralmente opposta a quella del 2014. Quest’ultima fu quasi interamente incentrata su temi economici, quali la promessa di una crescita a doppia cifra e il famoso slogan «Make in India». Tale campagna ebbe un così grande successo, sia in patria che all’estero, che gli valse la vittoria e la guida del Paese. Il primo mandato del BJP si concluse però con un parziale fallimento delle promesse sottoscritte in campagna elettorale.
Le basse performance economiche hanno perciò spinto il partito a un discorso politico incentrato sul nazionalismo a base populista per vincere nuovamente il favore dell’elettorato nel 2019. È stato a questo punto che la miccia ha preso fuoco.

 

Così, durante i mesi precedenti le elezioni di maggio 2019 si è assistito a un progressivo dilagare di slogan ultranazionalistici e settari esaltanti la supremazia dell’identità indù, sulla base dell’ideologia culturale dell’Hindutva. Quest’ultima fu teorizzata negli anni ’20 del ventesimo secolo da esponenti quali V.D. Savarkar, K.B. Hedgewar e M.S. Golwalkar, ed è parte integrante dell’identità e del programma politico del BJP. Quest’ideologia politica crede nell’esclusivismo indù, contrariamente ai valori secolari e allo spirito della costituzione indiana.[1]
L’ampio consenso elettorale e popolare riscosso dall’idea di Hindutva ha di fatto rivoluzionato l’arena politica. La conseguenza è stata che anche l’altro più importante candidato alle elezioni, lo storico partito del Congresso, di stampo tradizionalmente secolare, è stato obbligato a combattere con le stesse armi, dimostrando di possedere le giuste credenziali indù per tenere testa al BJP. Per la prima volta dal 1947, cioè dall’indipendenza, la religione di un candidato ha di fatto rappresentato un fattore determinante in campagna elettorale per la sua pretesa di guidare il Paese.Al discorso nazionalistico e settario promosso dal BJP si è poi aggiunto, nel corso del 2019, un aumento della paura e del sospetto sia a livello interno che esterno, soprattutto all’indomani dell’escalation di tensione con il Pakistan seguita all’incidente di Pulwama abilmente integrato nel discorso elettorale. In questo episodio, accaduto nel febbraio 2019, un convoglio dell’esercito indiano in Kashmir fu oggetto di un attacco suicida da parte di un gruppo militante islamico, il Jaish-e-Mohammed, con base in Pakistan. L’escalation della tensione fu quasi inevitabile, e il Pakistan venne accusato dall’India di essere il mandante dell’attacco. L’India diede il via ad azioni militari contro delle basi militanti in Pakistan, che fecero temere l’inizio di una nuova guerra, poi fortunatamente sventata.

Quanto già emerso in campagna elettorale non si è risolto con la fine delle elezioni. Anzi, la demagogia intrapresa continua a influenzare il dialogo politico indiano. Si è assistito così a una generalizzazione e perfino istituzionalizzazione dell’intolleranza e della violenza, soprattutto a livello locale.
Questa si è esplicitata nei confronti di minoranze religiose, in particolar modo contro la comunità musulmana, la più importante e numerosa del Paese; sociali, con l’ancora irrisolta questione delle caste e le discriminazioni verso gli intoccabili (dalit) nonostante il sistema delle caste sia stato ufficialmente abolito nel 1950; linguistiche, attraverso tentativi di rendere l’hindi lingua nazionale e scapito delle altre 21 lingue ufficiali; e politiche, soffocando il dissenso e l’opposizione pluralistica e secolare contro il partito al potere, in netto contrasto con la natura costituzionale del Paese. 

Il preambolo della Costituzione indiana, redatta nel 1949, indica l’India essere una Repubblica Democratica,Secolare, Socialista e Sovrana, che assicura a tutti i suoi cittadini Giustizia, Libertà, Uguaglianza e Fraternità. Ciononostante, i primi settant’anni di storia dell’India indipendente hanno visto la coesistenza religiosa, etnica, linguistica, sociale e politica basarsi su equilibri molto fragili e con rapidi punti di rottura.  La sistematica intimidazione verso ogni forma di dissenso rischia di minare lo stato di diritto minacciando ulteriormente il tessuto democratico e pluralistico del Paese.  Il ricorso al nazionalismo e al settarismo nel discorso politico indiano contemporaneo ha aperto un vaso di Pandora che potrebbe essere molto difficile chiudere. Il che significa che si potranno scatenare una serie di eventi i cui esiti saranno impossibili da controllare.

 

La temperatura dell’arena politica e sociale in India è quindi sul punto di ebollizione. Come detto, gran parte di questa politica su linee identitarie e settarie tende a una più incisiva marginalizzazione della più grande minoranza religiosa del Paese, quella musulmana. Circa 200 milioni di persone, nella visione del partito al potere, rischiano di trovarsi perciò in posizione di inferiorità gerarchica rispetto ai loro concittadini indù, in contraddizione alla nozione di uguaglianza promossa dalla Costituzione.
A livello oggettivo, dal 2014 ad oggi sono aumentati esponenzialmente gli episodi di intolleranza e violenza di aspetto individuale perpetrati ai danni di musulmani accusati, ingiustamente o meno, di contravvenire ai valori indù, quali la macellazione di bovini.  La diretta responsabilità spetta ad organizzazioni militanti dell’estrema destra indù quali Vishva Hindu Parishad (VHP), Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS) e Shiv Sena. Le loro attività sono del tutto ignorate, se non oggetto di tacito assenso, da parte del partito al potere, al quale queste organizzazioni sono informalmente legate. Lo stesso BJP non è nuovo a episodi di violenza settaria su larga scala nel Paese.
In particolare, l’attuale Primo Ministro Narendra Modi fu tra i diretti responsabili del pogrom contro i musulmani avvenuto nel 2002 nello Stato del Gujarat, del quale era governatore sempre per conto del BJP, e di cui il numero totale delle vittime è ancora imprecisato. O ancora, la diretta responsabilità dei leader del BJP, a fianco di quelli di VHP e RSS, nel mobilitare i loro militanti nel 1992 per distruggere la moschea Babri Masjid ad Ayodhya, nell’Uttar Pradesh.

 

Il sito, venerato dagli indù come il luogo di nascita del Dio Rama, e sul quale nel 1528 fu costruita la moschea per ordine dell’imperatore mughal Babur, è stato oggetto di disputa da allora da parte di entrambe le comunità. A novembre 2019, una decisione della Corte Suprema ha definitivamente assegnato il sito agli indù. Su tale decisione sembra esserci stata l’influenza del partito al potere, in contrasto al principio di indipendenza giudiziaria del maggiore organo giurisdizionale del Paese, pietra angolare del sistema democratico indiano.Più recentemente, a dicembre 2019, il governo ha varato l’emendamento della legge sulla cittadinanza (Citizenship Amendment Act, CAA). In base a questo, individui provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan potrannopresentare richiesta per ottenere la cittadinanza indiana solo se di religione hindu, sikh, cristiana, buddista ojainista, escludendo di fatto i musulmani. La legge, definita profondamente discriminatoria dalle Nazioni Unite, e giudicata dai suoi oppositori essere in aperto contrasto del valore costituzionale di uguaglianza religiosa, ha provocato una serie di proteste da parte della società civile in tutta l’India.

Dopo giorni di proteste pacifiche, la polizia è intervenuta nell’università Jamia Millia Islamia di Delhi, reprimendo brutalmente i manifestanti, innescando il propagarsi delle manifestazioni in tutto il Paese. Le proteste hanno così assunto i tratti di una lotta a difesa del secolarismo, portata avanti tanto nelle università quanto nelle strade, unendo le diverse parti sociali. Agli studenti universitari e alle comunità musulmane si sono aggiunte molte forze progressiste, di tutte le fedi religiose, che ha provocato una precipitosa risposta da parte delle autorità.La repressione della polizia contro gli oppositori, inclusi i musulmani, è stata maggiore negli stati governati dal BJP, dove si sono contati migliaia di casi di arresti, violenze sui civili e uccisioni. È significativo notare che l’opposizione del partito del Congresso al crescente settarismo religioso nella società e nella politica indiana si è mostrata molto debole. Rivelando così, quasi implicitamente, l’abbandono della difesa attiva dei principi costituzionali di pluralismo e secolarismo per necessità politica.

 

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La posizione del Congresso a questa ondata antidemocratica dimostra che la natura della politica indiana rischia di essere sempre più caratterizzata dal populismo e dallo sciovinismo, invece di rispecchiarsi nei suoi tradizionali valori di democrazia liberale. Recentemente è emersa la tendenza, influenzata anche dall’industria televisiva, di servirsi di generali e membri delle forze armate per commentare pubblicamente questioni delicate di politica interna ed estera che dovrebbero essere di competenza esclusiva delle parti civili. Quali, ad esempio, quelle riguardanti l’immigrazione dai Paesi confinanti e le relazioni con il Pakistan.Ciò è un vero e proprio shock identitario nel discorso politico indiano, nel quale a differenza di quello pakistano, la supremazia del potere civile su quello militare è sempre stata salvaguardata, e l’esercito escluso dall’arena politica.

Il paragone tra l’attuale traiettoria della politica indiana e quella del primo decennio di vita politica del vicino Pakistan è importante. L’aumento del maggioritarismo alimentato dall’intolleranza religiosa, il ricorso al nazionalismo derivante dall’insicurezza strategica, e l’erosione delle istituzioni politiche civili per mano di quelle militari, hanno condotto il Pakistan alla violenza settaria e all’uso della militanza per fini politici.
Oltre a minare l’intera stabilità regionale, ciò ha contribuito a destabilizzare il tessuto sociale del Paese.
Il Pakistan non si è mai ripreso dai danni causati da queste scelte politiche, e per i quali paga ancora oggi un prezzo molto alto. Se l’India dovesse seguire lo stesso percorso, la più grande democrazia del mondo potrebbe trovarsi ad affrontare un futuro altrettanto desolante.

[1] V. D. Savarkar, “Hindutva: Who Is a Hindu?”, 1928

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