Lo scorso 10 giugno un grave incidente navale tra Francia e Turchia è avvenuto nelle acque al largo della Libia, un evento di cui forse si è volutamente parlato poco in ambito NATO, a livello diplomatico e governativo. Il ruolo degli USA e il possibile asse Washington-Ankara.

L’incidente franco-turco

Secondo le ricostruzioni[1], intorno al 26 maggio, il mercantile Çirkin, battente bandiera tanzaniana, sarebbe partito dal porto di Istanbul diretto a Gabès, in Tunisia. Tuttavia, dopo aver lasciato le acque territoriali turche, la nave avrebbe spento il sistema di tracciamento automatico (utilizzato per rilevare la posizione delle navi in alto mare) e si sarebbe unita ad una flotta di navi militari di Ankara, con destinazione finale non più Gabès, bensì il porto libico di Misurata, in Tripolitania, zona controllata dal Governo di Accordo Nazionale (GAN) sostenuto dalla Turchia. Il 27 maggio il convoglio sarebbe stato avvistato dal cacciatorpediniere francese Forbin, e le navi militari turche si sarebbero frapposte tra il mercantile e la nave francese, al fine di impedire ogni possibile tentativo di ispezione. La flotta sarebbe poi giunta a Misurata il 28 maggio, e il mercantile Çirkin avrebbe scaricato materiale bellico prezioso per il GAN, violando l’embargo imposto dall’ONU.

 

Tornato in Turchia, il Çirkin sarebbe nuovamente salpato da Istanbul il 7 giugno con destinazione ufficiale nuovamente Gabès, in Tunisia. Anche in questo caso, appena lasciate le acque territoriali turche, si sarebbe unito ad una flotta composta da tre fregate della marina turca: la TCG Gökçeada e la TCG Gökova, ex navi americane trasferite alla Turchia e ammodernate agli inizi degli anni Duemila, e la TCG Oruçreis, fregata costruita in Turchia negli anni Novanta con l’assistenza della Germania. 

Il 10 giugno il convoglio sarebbe stato avvicinato dapprima dalla nave della marina greca Spetsai della classe Hydra. La fregata ellenica, operante nell’ambito dell’operazione navale dell’Unione Europea “Irini” volta a far rispettare l’embargo sulle armi in Libia, avrebbe richiesto di ispezionare il mercantile Çirkin. Tuttavia, sarebbe stata fermata proprio dalle navi turche, che avrebbero comunicato via radio il fatto che il Çirkin era posto sotto la tutela e la sorveglianza della flotta turca.

Nel corso della stessa giornata, il convoglio sarebbe stato poi avvicinato dalla fregata francese Courbet, operante nell’ambito dell’Operazione NATO “Sea Guardian” a circa 200 chilometri al largo della Libia. Il Courbet avrebbe richiesto di ispezionare il cargo tanzaniano in base ad un ordine diretto dello stesso comando NATO. A questo punto, secondo la Francia, la fregata Oruçreis avrebbe “illuminato” con il proprio radar di tiro la nave francese per tre volte nell’arco di circa un minuto, atto fortemente ostile che precede il lancio di missili. La fregata di Parigi avrebbe quindi rinunciato ad ispezionare il cargo. Secondo quanto dichiarato dall’ambasciatore turco a Parigi, invece, sarebbe stato il Courbet a compiere una manovra altamente pericolosa incrociando e tagliando la rotta al mercantile Çirkin, che trasportava materiale umanitario (in tal caso, qualcuno potrebbe legittimamente chiedersi perché scortare un cargo, che trasporta semplicemente materiale umanitario, con ben tre navi militari e in una zona sicura per la navigazione marittima). Durante tale manovra, la fregata turca si sarebbe limitata a seguire e tracciare i movimenti della nave francese attraverso la telecamera di bordo integrata nel radar.

 

La (non) reazione della NATO e il ruolo degli USA

Quali sono state le conseguenze di tale incidente e cosa ci dice riguardo alla situazione attuale delle relazioni fra i Paesi NATO, soprattutto nei riguardi dell’assertivismo turco e del ruolo degli USA? Come era prevedibile immaginare, la Francia ha ufficialmente protestato in ambito NATO contro la Turchia, ricevendo il supporto di diversi Stati Membri, ma non degli USA e del Regno Unito. In conseguenza di ciò, Parigi ha deciso unilateralmente di ritirare le forze francesi impiegate nell’Operazione “Sea Guardian”.

Tale evento si inserisce nell’ottica delle crescenti tensioni nel Mediterraneo orientale e centrale tra la Turchia e diversi Paesi dell’area (Grecia, Cipro ed Egitto, ma anche la stessa Francia), e del massiccio coinvolgimento turco nella guerra libica. In Libia, Ankara sostiene il governo di Tripoli, mentre Parigi supporta la fazione opposta, l’Esercito Nazionale Libico (ENL) guidato da Khalifa Haftar. Tra Turchia e Francia vi sono dunque numerosi interessi divergenti, dal conflitto libico, ai diritti per le esplorazioni di idrocarburi nel Mediterraneo orientale, alla più generale lotta per l’influenza in Nord Africa, in Libano e nell’intero bacino del Mediterraneo. Quindi, da un lato, si tratta di un confronto diretto tra le due potenze che trascende gli ambiti NATO.Indubbiamente la Francia aveva un interesse diretto a fermare il convoglio turco diretto a Misurata, e che avrebbe rifornito (come poi è effettivamente avvenuto) la fazione opposta a quella supporta da Parigi in Libia.

Tuttavia, dall’altro lato, non bisogna sottovalutare la gravità del fatto avvenuto, a prescindere dalle posizioni di parte. Un Paese NATO ha apertamente impedito ad un altro Paese NATO di svolgere un compito che rientrava tra gli ambiti di una missione ufficiale della stessa NATO, e che gli era stato impartito mediante un ordine diretto dello stesso comando NATO. Se poi fosse confermato che la nave turca abbia effettivamente “illuminato” per tre volte col proprio radar di tiro la nave francese, il fatto sarebbe ancora più grave. Non si tratta infatti di un incidente fra due Stati apertamente nemici o fra la NATO e un Paese esterno all’alleanza (come potrebbe essere la Russia, ad esempio), ma di un atto ostile fra due Stati facenti entrambi parte della più grande e potente alleanza militare al mondo. Il fatto che tale evento sia passato “in sordina” a livello diplomatico e governativo, è probabilmente indice dell’elevata influenza raggiunta dalla Turchia, tale da potersi permette di passare “impunita” dopo azioni di tale calibro, ma soprattutto del probabile sostegno offerto ad Ankara da Washington. Gli USA, infatti, non hanno supportato Parigi nel suo atto di protesta ufficiale, e questo fatto è molto indicativo e spiega come sia stato possibile che un incidente di tale portata sia passato quasi del tutto inosservato. Conseguentemente, data la chiara volontà della potenza principale, la Francia non ha potuto fare altro che ritirarsi in segno di protesta dalla missione “Sea Guardian”, mentre la Turchia ha in pratica ricevuto in maniera indiretta il via libera per continuare ad agire indisturbata in Libia (d’altronde è l’unica potenza che è stata in grado di opporsi efficacemente alla Russia di Putin, la quale sostiene Haftar e quindi è un alleato “scomodo” della Francia in Libia, cosa probabilmente non gradita a Washington). Secondo alcuni analisti, il mancato supporto americano alla Francia, assieme alla recente decisione di ritirare parte dei soldati USA di stanza in Germania (rischierandone alcuni in Italia), sarebbe un chiaro segnale della volontà degli Stati Uniti di minare l’asse franco-tedesco in Europa e nel Mediterraneo, rafforzando invece in parallelo il fianco sud-est della NATO rappresentato dalla Turchia e dalla Grecia, a livello militare, logistico ma anche energetico, per contenere la proiezione russa e cinese. Come sempre, dunque, è a Washington che bisogna guardare per comprendere davvero le dinamiche interne all’Alleanza Atlantica.

Al tempo stesso, tale incidente potrebbe alimentare la narrativa del Presidente Francese Macron su una NATO “cerebralmente morta” (e in questo caso specifico, ad uno sguardo oggettivo, sarebbe difficile dargli torto), contribuendo a minare la solidarietà e la coesione interna dell’alleanza stessa. Non è un fatto nuovo che ogni Paese Membro cerchi comunque di promuovere i propri interessi nazionali attraverso la NATO (Francia in primis, non solo USA e Turchia), ma bisogna stare attenti, a Bruxelles come a Washington, a non tirare troppo la corda[2].

 

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