L’incontro del 7 gennaio fra i ministri degli esteri italiano e turco, svoltosi ad Istanbul, non ha riguardato solo il dossier libico, ma ha riservato una cospicua parte dei colloqui alla situazione corrente nel Mediterraneo orientale e, maggiormente nel dettaglio, alla legittimità delle trivellazioni turche nella Zona economica esclusiva di Cipro.

L’Italia, come il resto d’Europa, aveva profondamente condannato l’iniziativa turca, preoccupata di perdere, dopo la scottante esperienza libica degli ultimi anni, la posizione di prestigio energetico anche in quelle acque.

Dopo la decisione da parte di Macron di inviare navi di pattugliamento nelle acque cipriote, a sostegno sia dell’Isola che della Grecia, anche l’Italia ha optato per una mossa di soft power, inviando la Nave Virginio Fasan per alcune operazioni di pattugliamento e sorveglianza a tutela del diritto internazionale e degli interessi nazionali (ergo, contenimento turco). Allo stesso tempo, continuando le esercitazioni congiunte fra Italia e Grecia. Quest’ultima poi sta allargando la propria alleanza con Francia ed USA, soprattutto con l’acquisto di nuovi equipaggiamenti militari.

Tutti segnali che, accanto alle dichiarazioni di condanna dell’atteggiamento turco in Libia, mostrano chiaramente l’intenzione dell’Italia di non ostacolare l’implementazione dell’EastMed nel Mediterraneo orientale. Potrebbe infatti rappresentare un’opportunità importante se la situazione libica non migliorerà, soprattutto se i fili delle alleanze si aggroviglieranno al punto tale da trasformare gli amici in nemici.

L’ingerenza turca è certamente più mediatica rispetto il contenimento europeo che comunque può mostrarsi efficace nel lungo periodo, almeno fino a quando le varie situazioni politiche non ritorneranno in un quadro di normalità. Il terremoto politico in Israele non ha certamente aiutato la risoluzione della questione: le elezioni dello Stato sionista sono un elemento fondamentale, tanto quanto gli sviluppi del conflitto libico da una parte e siriano dall’altro. Ankara è occupata nella sua battaglia personale su entrambi i fronti.

In ciò, la Turchia dovrebbe essere molto cauta: non sempre, storicamente, avere “le mani in pasta” in molte situazioni di impantanamento si rivela la mossa vincente. Il logoramento dei conflitti e delle relazioni ha, in queste specifiche situazioni, la possibilità di trasformare in disastri le prime piccole conquis

 
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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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