L’emergenza epidemiologica legata alla diffusione del COVID-19 ha un impatto considerevole sul versante economico, sul mercato del lavoro e degli investimenti, sulla circolazione di beni e servizi e sulla stabilità finanziaria di tante imprese a livello globale. Pertanto le conseguenze si riverberano anche nel mondo delle relazioni commerciali, comportando effetti distorsivi nelle trattative in corso per la negoziazione di nuovi contratti, nonché sull’adempimento delle obbligazioni già in essere tra le parti perché regolamentate da contratti già conclusi.



In particolare, le circostanze straordinarie dovute all’imperversare del corona virus comportano importanti implicazioni nell’ambito del diritto civile e, nello specifico, del diritto contrattuale.
Il caso italiano legato all’emergenza sanitaria e alla conseguente applicazione di misure restrittive previste dall’esecutivo per arginare il contagio è stato il precursore di uno scenario di crisi transazionale senza eguali nella storia recente. In un mondo sempre più globalizzato una minaccia così feroce al bene salute ci ha insegnato che certi terrori ignorano i confini, ma il diritto domestico si radica proprio sulla peculiarità degli ordinamenti confinati alla dimensione interna di un determinato territorio.

Prima di procedere a una disamina tecnico giuridica delle conseguenze del virus, delle misure restrittive imposte dal governo e dei rimedi esperibili nel regime di diritto privato italiano è opportuno considerare che il nostro ordinamento è imperniato sul principio di buona fede.

Tale principio assume rilievo particolare nell’ambito delle trattative in corso. L’art. 1337 prescrive infatti l’obbligo di “agire in buona fede durante le trattative e nella conclusione di un accordo“. L’obbligo di comportarsi secondo buona fede si sostanzia nel mantenere condotte aderenti ai canoni di correttezza che non comportino alcun nocumento né conseguenze pregiudizievoli per gli interessi della controparte.

Come osservato dalla giurisprudenza, la prescrizione imposta dall’art. 1337 c.c. “non si riferisce alla sola ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative ma ha valore di clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in modo preciso ed implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto”. Da ciò ne discende che una eventuale violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nella fase negoziale antecedente alla formazione del contratto si configura non soltanto nell’ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative, con conseguente mancato perfezionamento del contratto, ma anche nel caso in cui il contratto concluso comporti pregiudizi a detrimento della parte che subisce i comportamenti contrari ai canoni di buona fede.[1]

Il principio in parola impedisce quindi alle parti di ritirarsi dalle negoziazioni senza che ci sia un giustificato motivo, nella fase in cui la controparte negoziale abbia ormai maturato una ragionevole aspettativa sulla conclusione dell’accordo. Inoltre, lo stesso principio determina che non siano oggetto di ulteriore rinegoziazione quegli aspetti della trattativa già considerati come ormai smarcati durante le precedenti trattative intercorse tra le parti.

In generale, il nostro ordinamento garantisce come rimedio alla parte vittima di un recesso ingiustificato il risarcimento delle spese sostenute in relazione alle trattative, nonché il risarcimento di un danno ulteriore relativo alla perdita di chance. Nel caso di interruzione delle trattative in conseguenza al COVID-19 è molto probabile che la situazione di emergenza dettata dall’epidemia sia considerabile alla stregua di un giustificato motivo di recesso, non comportando alcuna violazione dell’art. 1337 c.c e potendo altresì comportare la rinegoziazione di aspetti contrattuali già risolti durante le previe trattative.

Occorre rammentare che anche in questo caso tale valutazione sarà condotta dal giudice di merito avuto riguardo delle circostanze concrete relative al caso di specie. Per ciò che concerne invece l’adempimento di contratti già perfezionati occorre tener presente sia le previsioni del dettato contrattuale che regolamenta gli interessi tra le parti, sia le norme del codice civile che assicurano rimedi esperibili. Si rammenta che l’emergenza epidemiologica rappresenta una delle ipotesi di ciò che potrebbe essere ricadere nel perimetro definitorio di causa di forza maggiore.

L’ordinamento italiano non dispone di una definizione codificata e univocamente applicabile del concetto di forza maggiore. Esistono però molteplici meccanismi di tutela, disseminati nel codice civile e volti a garantire protezione alle parti di un rapporto obbligatorio nelle ipotesi in cui occorrano eventi di natura straordinaria che incidano sull’effettiva esecuzione del contratto. In particolare, l’impossibilità sopravvenuta di esecuzione della prestazione è un istituto che troverebbe applicazione in questo contesto. La giurisprudenza italiana stratificatasi nel corso del tempo ha individuato alcuni requisiti da soddisfare per l’applicazione dei rimedi esperibili nelle ipotesi di impossibilità sopravvenuta. In particolare:

(i) gli accadimenti che giustificano l’impossibilità sopravvenuta devono essere completamente estranei alla volontà e ai comportamenti delle parti;

(ii) tali accadimenti non devono essere ragionevolmente prevedibili al momento della stipula del contratto (tale principio è un corollario del principio di buona fede analizzato sopra);

(iii) le parti hanno tentato di porre in essere ogni ragionevole sforzo per provare a eseguire l’obbligazione.

In generale, quindi, si potrebbe ritenere che secondo l’ordinamento giuridico italiano, l’impossibilità sopravvenuta è considerata applicabile nell’ipotesi di fatti come quelli connessi all’emergenza naturale o umana (ad esempio, calamità naturali, uragani, sommosse, eventi sismici, guerre, scioperi nazionali, incendi o altri accadimenti che, in considerazione della loro imprevedibilità e della loro straordinarietà, non possono essere controllati dalle parti e si collocano quindi al di là del loro margine d’intervento).

 

I meccanismi rimediali contemplati dal nostro ordinamento nel caso di impossibilità sopravvenuta sono analizzati a seguire.

(i)  la rescissione di cui all’art. 1447 può essere esercitata sulla domanda della parte obbligata nel caso in cui con il contratto con sono state assunte obbligazioni a condizioni inique, ossia sia stato concluso da una parte “per la necessità, nota alla controparte, di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”. Tale istituto potrebbe trovare applicazione ai contratti eseguiti proprio a ridosso della pandemia a condizioni particolarmente svantaggiose.

(ii) L’art. 1218 garantisce il rimedio del risarcimento del danno nel caso in cui il debitore non esegua esattamente la prestazione dovuta, se lo stesso “non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”. In questo contesto l’impossibilità di adempiere per causa non imputabile alla condotta del debitore esonera lo stesso dalla responsabilità da inadempimento. L’emergenza epidemiologica integrerebbe senz’altro una ipotesi di impossibilità sopravvenuta non imputabile all’agire del debitore, né dallo stesso prevedibile ed evitabile utilizzando i canoni di diligenza minima.

(iii) L’art. 1256 del Codice Civile disciplina contempla l’estinzione dell’obbligazione nel caso in cui l’adempimento sia impossibile per ragioni non imputabili al debitore. Tale articolo disciplina inoltre gli effetti dell’impossibilità sopravvenuta di natura temporanea, secondo cui “il debitore finché essa perdura, non è responsabile del ritardo nell’adempimento. Tuttavia l’obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla.” La giurisprudenza ha altresì esteso l’ipotesi di estinzione anche ai casi in cui il creditore non sia più nelle condizioni di ricevere la prestazione.

(iii) La risoluzione del contratto, prevista dall’articolo 1463, che stabilisce che una parte liberata da un’obbligazione divenuta impossibile da adempiere non ha il diritto di pretendere l’esecuzione dall’altra parte e, pertanto, il contratto si risolverebbe con la completa liberazione delle parti dal rapporto obbligatorio. Laddove l’impossibilità sia solo temporanea, anche l’effetto sul corrispettivo è temporaneo ai sensi dell’articolo 1460 del Codice Civile.

(iv)L’impossibilità parziale, prevista dall’articolo 1464 stabilisce invece che nel caso in cui l’impossibilità di adempiere ad un’obbligazione riguardi solo una parte dell’obbligazione, l’altra parte può chiedere una riduzione proporzionale della sua controprestazione o altrimenti può domandare la risoluzione del contratto nel caso in cui non abbia un ragionevole interesse a una esecuzione parziale dell’obbligazione originariamente concordata.

(v) L’art. 1467 c.c., in relazione a contratti da eseguirsi in via continuativa o ricorrente o che prevedono comunque un termine differito, qualora l’adempimento di una parte diventi eccessivamente oneroso (eccessivamente oneroso) a causa del verificarsi di “eventi straordinari e imprevedibili”, tale parte può chiedere la risoluzione del contratto, a condizione che la controparte abbia il diritto di evitarlo offrendo di rivedere i termini del contratto per riportare l’affare alla correttezza.

Si segnala che il rimedio di risoluzione non si applica ai contratti caratterizzati da spiccati elementi di incertezza, avendo loro una più ampia alea. In quel caso, essendo il rischio normalmente associato alla natura del contratto, non trova applicazione l’istituto della risoluzione per eccessiva onerosità perché la ratio dello stesso è tutelare il rapporto di corrispettività economica proprio dei contratti commutativi.

[1] Cassazione civile sez. I, 23/03/2016, n.5762, in Banca Dati De Jure.

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Simona Siciliani

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