Consenso interno, petrolio e spregiudicatezza militare. Il cocktail di elementi che spingono il numero uno di Ankara a mettere mano al caos libico

style="display:block; text-align:center;" data-ad-layout="in-article" data-ad-format="fluid" data-ad-client="ca-pub-7315138348687543" data-ad-slot="8401026869">

Poco più di 42. Sono gli anni che Muammar Gheddafi ha guidato con polso fermo la Libia, la quarta nazione in termini di estensione d’Africa e – storicamente – uno dei principali attori del palcoscenico del Mar Mediterraneo Dal colpo di Stato del 1969, Gheddafi, è capitolato soltanto sotto le rivoluzioni potenti che nel 2011 hanno scosso il Maghreb e non solo: la cosiddetta primavera araba ha portato all’autunno dell’epoca del Colonnello, catturato e trucidato nell’ottobre di quell’anno. La guerra civile iniziata qualche mese prima, dopo aver sconvolto gli equilibri di un paese variegato e complesso, si conclude solo formalmente dopo la sua uccisione. Il disordine sia sociale che istituzionale che ne è seguito – e ne segue tutt’ora – è visibile nella completa assenza di unità all’interno dello Stato, dove negli ultimi nove anni hanno prevalso le divisioni su base settaria e tribale.

style="display:block; text-align:center;" data-ad-layout="in-article" data-ad-format="fluid" data-ad-client="ca-pub-7315138348687543" data-ad-slot="8401026869">

La composizione a mosaico della matrice etnico-familiare della nazione, un tempo governata dalla fermezza di Muammar Gheddafi, ha di fatto portato alla balcanizzazione del contesto libico. E se è vero che la geopolitica come la fisica rifiuta il vuoto, il vuoto di potere in Libia è stato via via riempito da milizie, clan, trafficanti e approfittatori.  Ognuno con il proprio territorio da proteggere, ognuno con il proprio profitto da lucrare. Un paese, insomma, terra di tutti e al contempo terra di nessuno. Le ultime settimane, però, sono da considerarsi nevralgiche negli sviluppi del quasi decennale conflitto che lo abita e che, negli anni, ha visto coinvolti non solo protagonisti locali, ma anche e soprattutto player internazionali. Negli ultimi giorni, infatti, il Presidente della Repubblica di Turchia Recep Tayyip Erdoğan –  all’interno della sua ampia e muscolare strategia di politica estera – ha deciso di sferrare alcuni decisivi colpi alle ostilità in corso.

style="display:block; text-align:center;" data-ad-layout="in-article" data-ad-format="fluid" data-ad-client="ca-pub-7315138348687543" data-ad-slot="8401026869">

Se un epilogo alla guerra è comunque difficile da immaginare, e con ogni probabilità lontano dall’avverarsi, il rais turco ha certamente impresso una poderosa accelerata. Le truppe di Erdoğan sono riuscite a frapporsi nel conflitto sporco che da mesi si protrae alle porte di Tripoli. La capitale libica è casa del governo di unità nazionale e da aprile del 2019 è anche terreno di scontro fra le sue truppe, e le truppe fedeli all’autoproclamata governo di Tobruk. “Unità nazionale” e “autoproclamato” sono definizioni utili ad orientarsi nel groviglio lessicale dei sistemi di potere libici, ma non utili per comprendere appieno l’essenza delle due entità. Nessuno dei due governi ha, infatti, una completa legittimazione territoriale, tantomeno statale. Il primo è guidato da Fayez al-Sarraj, politico non di spicco dell’era Gheddafi, che verso la fine del 2015 è stato indicato dalle Nazioni Unite per conciliare i già presenti dissapori proprio fra Tripoli e Tobruk.

style="display:block; text-align:center;" data-ad-layout="in-article" data-ad-format="fluid" data-ad-client="ca-pub-7315138348687543" data-ad-slot="8401026869">

Supportato – quantomeno formalmente – dal Consiglio di Sicurezza ONU, ha il controllo del tacco nord occidentale della Tripolitania. Il secondo, invece, è retto da Khalifa Haftar, anch’egli noto al comando Gheddafi, del quale diviene in fretta uno dei generali più ascoltati. Sfortunata però è la campagna in Ciad, quando sul finire degli anni Ottanta viene catturato, incarcerato, e accusato di cospirazione e tradimento proprio da Gheddafi.
Esule in America, che lavora per la sua liberazione, ne diventa cittadino nei suoi vent’anni di residenza. Torna in patria solo nell’estate del 2011, pronto ad affiancare e guidare i rivoltosi. Oggi la sua mano si allunga su buona parte del territorio libico, in particolare sulla Cirenaica e sul Fezzan, le due regioni che assieme alla già citata Tripolitania compongono il puzzle Libia. Il suo profilo, invece, legittimato e accreditato in numerose cancellerie occidentali – Italia compresa – e specialmente da quella francese Il suo esercito, il Libian National Army, è foraggiato in particolar modo da Russia e Emirati Arabi Uniti, oltre a disporre dell’appoggio dell’Egitto e di svariati mercenari sudanesi. Quando circa un anno fa il LNA era giunto a pochi chilometri dal centro di Tripoli, probabilmente Haftar immaginava di poter conquistare la città in poco tempo.

style="display:block; text-align:center;" data-ad-layout="in-article" data-ad-format="fluid" data-ad-client="ca-pub-7315138348687543" data-ad-slot="8401026869">

Il conflitto che è scaturito, e dal quale sembravano dipendere buone parte delle sorti del paese, è stato stravolto dal coraggio interventista di Erdoğan. Il Presidente turco è sceso in campo al fianco di Fayez al-Sarraj, rompendo gli indugi della contesa. Combattenti reclutati dalla Siria e un efficiente lavoro a tappeto dei droni militari hanno allontanato i soldati e scombinato i piani del Generale della Cirenaica, ma più che altro hanno permesso all’uomo di Tripoli di offrire rassicurazioni al comparto di produzione petrolifera sotto il suo protettorato. Il petrolio – la linfa vitale dell’economia della Libia – è stato a lungo un fattore chiave nella guerra civile, poiché le autorità rivali si affrontano soprattutto per il controllo dei giacimenti e delle raffinerie.

style="display:block; text-align:center;" data-ad-layout="in-article" data-ad-format="fluid" data-ad-client="ca-pub-7315138348687543" data-ad-slot="8401026869">

Le riserve di greggio libiche sono fra le più ricche al mondo, è facile immaginare che siano la vera preda nel mirino del numero uno di Ankara, bisognoso di recuperare consenso in patria. È per questo che gli occhi delle grandi potenze impegnate fra Tripoli e Tobruk, Russia e Stati Uniti d’America su tutte, guardano con bramoso interesse alle gesta di Erdoğan. In particolare l’amministrazione Trump, che a novembre affronterà le elezioni presidenziali, è stata negli ultimi giorni a stretto contatto con Ankara. Il caos libico – quindi – si presenta ancora come un cubo di Rubik dalla difficile soluzione. È però il Presidente turco che, d’ora in poi, vuole muoverne i tasselli.

 

The following two tabs change content below.
Davide Agresti

Davide Agresti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: