Se non puoi mantenere e/o ottenere la pace, la soluzione più semplice, e talvolta più proficua (bisogna sempre valutare in che termini, ma per ora sorvoliamo) è garantire una certa stabilità dei conflitti: evitare escalation che comporterebbero un intervento internazionale, mettere in gioco, sullo scacchiere di guerra, alleanza troppo intricate perché si possa fare un passo più lungo dell’altro e, alternativamente, mostrare e poi velare gli interessi sottesi delle proprie iniziative di politica estera.

In Libia lo schema è stato esattamente questo: la deterrenza turca ha avuto come conseguenza la rapida messa in opera del “concerto europeo” sui territori libici, che ha avuto in sé degli elementi dai significati enormi e non trascurabili.

La Conferenza di Berlino non sta funzionando: solo pochi giorni dopo, un drone del Generale è stato abbattuto ad est di Misurata e sono morti tre bambini a Tripoli dopo il lancio di alcuni colpi d’arma da fuoco.

Ieri, 4 febbraio, alla riunione del Comitato militare libico congiunto, svoltosi a Ginevra sotto l’egida dell’UNSMIL, l’inviato speciale Salamé ha più volte ribadito la necessità di un cessate il fuoco permanente, che Haftar peraltro ha chiaramente rigettato dopo il rifiuto di sottoscriverne uno (con alti guadagni per lui) a Mosca.

Tentativi che non avranno esiti chiari e duraturi se non verranno fatti rispettare pochi e complessi principi: bisogna chiarire chi sia e che ruolo abbia il Generale Haftar. Gli avvenimenti di gennaio hanno completamente legittimato il cosiddetto “uomo forte della Cirenaica”. Uomo forte, appunto. Al punto tale da equipararlo, in importanza e poteri (si intende, controlla i pozzi petroliferi dai quali attingono anche Francia e Italia), all’unico governo riconosciuto a livello internazionale. 

La Conferenza di Berlino non ha chiarito questo punto, auspicando un cessate il fuoco fra le parti, pensando di garantirlo solo attraverso l’embargo di armi e ripristinando il controllo statale sull’esercito. Contrariamente all’Accordo sul cessate il fuoco di Mosca, il documento di Berlino non ha garanzie per le parti (a parte quando cita le “riforme economiche strutturali”). Ed è proprio questa mancanza a garantire la stabilità del conflitto in maniera paradossale: Haftar ha negato la firma di un accordo, quello di Mosca, comunque vantaggioso, se valutiamo da che condizione è partito, probabilmente per approfittare dei buchi lasciati aperti da Conferenze vanghe ed ambigue.

Quale stabilità si ricerca, dunque? La stabilità del conflitto o la costruzione e stabilità della pace?

 
The following two tabs change content below.
Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: