Il 4 agosto scorso l’incendio al magazzino 12 del porto di Beirut, contenente migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio sul cui stoccaggio si rimbalzano responsabilità, ha provocato la morte di oltre 200 persone ed il ferimento di circa 7000, ed ha causato due importanti voragini. La prima, materiale, ad una delle arterie commerciali e sociali della capitale: il porto stesso e i quartieri limitrofi, scossi e danneggiati dalla detonazione. La seconda, incorporea, al sistema politico del paese.La democrazia libanese, fragile ma resiliente, vive già da decenni la vulnerabilità di una governance ripartita secondo schemi confessionali che, più volte, sono stati ostacolo per la pacifica convivenza. Da ottobre scorso, inoltre, l’insoddisfazione e la rabbia dei cittadini nei confronti della classe politica, si è concretizzata in manifestazione e proteste che hanno occupato strade, piazze e – nei momenti più caldi – ministeri. Una lotta, inizialmente unanime, al malgoverno, alla corruzione, ed ad un sistema di potere ritenuto marcio e incorreggibile. Ad oggi, quindi, dodici mesi di montagne russe per la classe dirigente del paese dei credi che, nell’ordine, ha portato alle dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri sul finire del 2019, alle dimissioni di Hassan Diab, che aveva sostituito Hariri, ed alle dimissioni, notizia di settimana, di Mustapha Adib, che – a sua volta – aveva sostituito Diab dopo lo scoppio al porto.

 
 
 

Un domino politico che è concausa e conseguenza di una delle peggiori crisi economiche della storia libanese. L’ennesima frattura governativa, infatti, si è consumata all’ombra delle trattative per la formazione del nuovo esecutivo ed in particolare attorno al nodo per la nomina del Ministro delle Finanze, per il quale Hezbollah e Amal – i partiti sciiti del paese – hanno insistito fino al punto da far rassegnare a Diab il proprio incarico nelle mani del Presidente della Repubblica Aoun. Debito a picco, le banche paralizzate, valuta in caduta libera, iperinflazione, povertà e disoccupazione in aumento, però, sono problematiche che non si cancelleranno con il colpo di spugna di un nuovo improbabile Governo. I principali interlocutori delle ultime settimane, il Fondo Monetario Internazionale e la Presidenza della Repubblica francese, del quale il Libano è stato protettorato fino all’indipendenza del 1943 e con la quale conserva storici legami culturali e diplomatici, si aspettano ben altra consistenza sotto il profilo della coesione della classe dirigente e dell’apparato di riforme del paese. La tensione sociale che ribolle sotto il fuco dell’ennesimo naufragio politico spaventa quindi sia i partnerinternazionali, sia per la tenuta dello Stato. Uno Stato, mai come oggi, in una preoccupante voragine.

 
 
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Davide Agresti

Davide Agresti

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