Continuano nel paese dei cedri le grandi manovre di politica interna. La distanza fra la piazza ed il palazzo sembra incolmabile, ed anche dentro il palazzo si rivelano nuove sorprendenti spaccature

Il nome uscito dal cilindro del Presidente della Repubblica Libanese Michael Aoun è quello di Hassan Diab.
Il Libano aspettava trepidante che il Capo dello Stato sciogliesse le riserve e nominasse un incaricato per tentare di formare un governo, l’ennesimo.
Le dimissioni di Saad Hariri, ultimo Premier del paese che aveva vissuto ben più di una tribolazione durante l’ultima dozzina di mesi, avevano lasciato un vuoto politico che sembrava incolmabile.

Troppa la distanza fra la piazza ed il palazzo.
A spingere il figlio di Rafik Hariri a rimettere nelle mani presidenziali il ruolo di Presidente del Consiglio sono state, infatti, le proteste che da quasi tre mesi hanno scosso le piazze e le strade della nazione.
E, per capirne gli esiti, è utile fare un passo indietro.

Ad accendere la miccia delle manifestazioni è stato il disegno di legge presentato in parlamento ad inizio ottobre che prevedeva l’introduzione di una nuova tassa sulle chiamate online.
Nel paese dei cedri, dove le note applicazioni di messaggistica vengono utilizzate frequentemente per effettuare e ricevere chiamate, anche all’interno del territorio nazionale stesso, la scelta del legislatore è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per la popolazione già vessata da un situazione economica che da anni non mostra miglioramenti.

Saad Hariri, Primo Ministro dimissionario

Nell’ultimo decennio, infatti, i principali indicatori statistici mostrano ed hanno mostrato un impoverimento costatante e trasversale delle condizioni di vita dei cittadini libanesi, in particolar modo dopo l’inizio del conflitto nella vicina Siria e il conseguente flusso di centinaia di migliaia di rifugiati.

L’Ufficio Centrale di Statistica Libanese, prima della diaspora siriana, stimava che circa il 27% della popolazione vivesse sotto la soglia di povertà.
UNDP, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sviluppo, stima addirittura che, attualmente, un quinto dei cittadini viva con meno di 4 dollari al giorno.

Il Libano, inoltre, presenta uno dei rapporti debito PIL più alti al mondo arrivato a sfiorare il 151 per cento.
È quindi una problematica diffusa, quella economica, che affonda le sue radici addietro nel tempo, e che recentemente ha raggiunto picchi preoccupanti.

La mala gestione della cosa pubblica, infatti, è la principale colpa che i manifestanti attribuiscono alla classe dirigente ed ai politici da loro eletti, additati senza esclusione come faccendieri corrotti ed impegnati solo a conservare la propria rete di potere.
Le scelta adottate fin dal 1989, anno che con gli accordi di Ta’if ha segnato la conclusione della guerra civile che per quasi quindici anni ha diviso e insanguinato il Libano, hanno sempre privilegiato la libertà imprenditoriale, in particolare nei settori bancari e finanziari, invece che il comparto produttivo.

L’evidente conseguenza è stata la spaccatura marcata con il mondo dei sindacati, spesso silenziati da una visione neoliberista che ha dato poco credito alle istanze dei lavoratori, sempre più precari, e l’aumento esponenziale della disoccupazione, oltre alle enormi carenze nella fornitura dei servizi di base quali acqua ed elettricità corrente.

Alla costante crisi economica, inoltre, si è affiancata un’altrettanto costante crisi politica.
Il Libano, a 75 anni dalla sua indipendenza, ha visto susseguirvi ben 75 diversi governi, una media di uno all’anno.

La complessità di un sistema di democrazia confessionale, instaurato quando la composizione demografica dello Stato era ben diversa, ha reso spesso impossibile la costituzione di maggioranze parlamentari che rendessero fluida l’elezione del Presidente della Repubblica o la nomina del Primo Ministro.
Diretta conseguenza sono stati i vuoti di potere che hanno reso l’apparato centrale ingovernabile, sfiancando la società civile che, oggi, chiede a gran voce le dimissioni dell’intera classe dirigente e l’instaurazione di un governo tecnico che guidi il paese fuori dalla palude.

Hassan Diab, Primo Ministro incaricato

Il nodo da sciogliere per il Presidente Aoun ed il Parlamento, quindi, è mostrare un segno di discontinuità senza delegittimarsi.
Un’impresa di equilibrismo politico particolarmente claudicante, soprattutto dopo oltre due mesi di manifestazioni che iniziano a mostrare loro stesse spaccature interne, accrescendo la tensione nel paese.

La scelta di incaricare Hassan Diab di formare un governo appare, al momento, come una decisone prima di vigore e già traballante.

Diab, che è professore di ingegneria all’Università Americana di Beirut ed è stato Ministro dell’Istruzione dal 2011 al 2014, è stato infatti votato dall’Assemblea Nazionale, il Parlamento monocamerale costituito da 128 membri, dopo accese ed includenti consultazioni con 69 preferenze
La composizione delle 69 preferenze lascia trasparire importanti indizi per comprendere la fragilità del lavoro che aspetta il professor Diab.

A votare affinché il Capo dello Stato affidasse a lui l’incarico, infatti, sono state principalmente tre formazioni: il partito cristiano maronita Free Patriotic Movement, il partito cristiano Marada, e l’alleanza dei partito sciiti di Amal ed Hezbollah.
Hanno votato diversamente sia le Forze Libanesi, altro principale partito cristiano, il partito druso, e la stragrande maggioranza dei deputati sunniti.
Un vero e proprio groviglio che racchiude le enormi contraddizioni che ostacoleranno le operazioni di mediazione.

 Hassan Diab, Primo Ministro incaricato

Il blocco cristiano risulta già diviso, così come la quasi totale mancanza di appoggio dei partiti sunniti inaugura una insolita quanto preoccupante pratica.
La carica di Primo Ministro, infatti, è affidata secondo il delicato ordinamento dello Stato su base confessionale ad un politico sunnita.
Hassan Diab, che sunnita è, inizia la propria funzione di fatto senza il consenso dei parlamentari sunniti.

La sua designazione, che avrebbe dovuto accontentare le piazze in quanto più accademica che politica, rischia quindi di dividere ulteriormente.
Si è presentato come specialista che darà priorità a ministri specialisti, rimarcando la sua natura di indipendente e di tecnico, ma il combustibile che ha infiammato le proteste è tornato a bruciare, in particolare, paradosso, nei quartieri a maggioranza sunnita.

Il paese dei cedri resta in attesa di scoprire se le consultazioni per formare un nuovo, ennesimo governo porteranno i loro frutti.
La sfida che attende Diab appare particolarmente ostica.

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