Il paese dei cedri è dove la complessità appare essere specchio nitido dei fragili equilibri del Medio Oriente, dove il passato appare essere in costante rincorsa del futuro.

Vi sono tre istantanee – tre screenshot – che possono ben rappresentare sia la storia recente sia la condizione attuale dello stato di salute del Libano, un Paese dinamico e variegato, ma spesso intrappolato nella morsa degli Stati limitrofi e vittima immobile del suo passato e di sé stesso, proprio come in un fermo immagine. Per cogliere la prima bisognava essere collegati alla televisione dell’Arabia Saudita la mattina del 4 novembre 2017, quando davanti a telecamera e microfono il Primo Ministro libanese Saad Hariri rassegnava le proprie dimissioni da capo del governo. La cravatta blu che indossava male nascondeva il nodo alla gola che lo attanagliava durante la lettura di un comunicato che in molti si chiesero se scritto da lui o dai vertici sauditi. Il volto stanco rivelava tutta la fatica di un viaggio iniziato con il piede sbagliato un paio di giorni prima, non programmato, e conseguente ad una chiamata arrivata proprio da Riyadh. Motivo della visita doveva essere il rinnovo di un pacchetto di aiuto al comparto militare di Beirut da parte dell’Arabia Saudita, ma nulla si svolse come previsto.

Fonti di Reuters raccontano che nessun principe o ministro attese Hariri sulla pista di atterraggio, e che i due giorni che quest’ultimo passò in una delle sue proprietà saudite furono molto simili a degli arresti domiciliari, gli stessi, fra l’altro, che si realizzarono – proprio il 4 novembre – anche per dieci alti funzionari di Riyadh, incriminati da una commissione anticorruzione creata ad hoc poche ore prima da Mohammed bin Salman, il figlio del re, ministro della Difesa e principe ereditario della monarchia che sta cercando di riformare. Saad Hariri, nel discorso che inaugurò uno dei week end più controversi del regno wahabbita, dichiarò di temere per la sua vita e di percepire un clima di tensione “simile a quello di un tempo”, facendo un chiaro riferimento all’assassinio del padre Rafiq Hariri, Primo Ministro anch’egli, avvenuto nel 2005 e per il quale le Nazione Unite istituirono un Tribunale speciale apposito che, pur non arrivando a conclusione concrete, vide interrompere i rapporti diplomatici fra Libano e Siria, principale indiziata, con le truppe di Damasco che lasciarono il paese dei cedri dopo quasi tre decenni di presenza.

L’oggetto delle preoccupazioni di Hariri figlio, però, è quella Repubblica Islamica di Iran che accusa in diretta TV di essere fonte di disordine e distruzione negli affari interni dei paesi arabi. L’ultima stoccata, di conseguenza, è inflitta ad Hezbollah, l’organizzazione-partito sciita particolarmente vicina a Teheran, che secondo il Primo Ministro ha di fatto avvallato le circostanze costringendolo alle dimissioni. Dimissioni che saranno prima respinte dal Presidente della Repubblica Michael Aoun, e poi ritirate una volta che Saad Hariri rientrerà a Beirut, e che però offrono una prima lente per osservare alcuni dei fili che tuttora reggono la fragile politica libanese: quelli esterni manovrati dall’Arabia Saudita, e quelli interni manovrati da Hezbollah.

Proprio Hezbollah ci accompagna alla seconda istantanea. Ritrae il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America Mike Pompeo assieme al Primo Ministro di Israele Benjamin Netanyahu a Bruxelles il 3 dicembre del 2018. Netanyahu è accompagnato dal direttore del Mossad Yossi Cohen e dal consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben Shabbat, i pezzi da novanta della sua intelligence schierati per assicurarsi il placet di Washington sulle manovre militari che prevedono la distruzione dei tunnel sotterranei costruiti dal partito di Dio al confine sud del Libano, territorio conteso dal 1982 quando le truppe israeliane invasero il paese dei cedri in quella che definirono Operazione Pace in Galilea e che si trasformò nella prima guerra libanese. Obbiettivi principali furono le cellule stanziate in Libano dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e le milizie del movimento Amal ed ovviamente Hezbollah. Queste ultime due formazioni oggi siedono assieme nei banchi della coalizione di opposizione all’interno dell’Assemblea Nazionale, il parlamento libanese e, proprio per questo, le azioni di Netanyahu, oltre ad essere state un chiaro segnale di avvertimento all’Iran che di Hezbollah è lauto finanziatore, hanno creato instabilità nei tasselli che compongono il complesso mosaico della politica del Libano: una democrazia dove ogni carica istituzionale è ripartita sulla base della confessione o corrente religiosa.

Dal 1932, quando il Libano era ancora protettorato francese, non si svolge un censimento ufficiale proprio per non alterare gli equilibri di rappresentanza che inevitabilmente la demografia ha mutato negli anni. L’ordinamento dello Stato è ad oggi disposto dagli accordi di Ta’if del 1989 che, siglati nella città saudita da cui prendono il nome, misero fine alla guerra civile libanese durata quasi quindici anni. L’ufficio di Presidenza della Repubblica è assegnato ad un cittadino cristiano maronita, il ruolo di Primo Ministro è affidato ad un cittadino musulmano sunnita, il Parlamento composto per metà da deputati cristiani e per metà da deputati musulmani, e presieduto da un cittadino musulmano sciita. Ogni possibile tensione, quindi, può portare precarietà nella coesione sociale e nei rapporti di forza di governo.

Ne è un esempio il terzo screenshot, il terzo scorcio sul mosaico libanese, che fotografa un recentissimo tweet del Ministro degli Affari Esteri di Beirut Gebran Bassil, l’unico ministro degli esteri di un paese arabo di fede cristiana, che nel suo cinguettio identifica l’identità libanese frutto della genetica, teoria riscontrabile nella resistenza della sua popolazione a non andarsene da sfollati nonostante le tragiche vicende storiche che il paese dei cedri ha attraversato.

Il riferimento alla massiccia presenza di profughi palestinesi e siriani appare evidente, e rischia di minare una convivenza già al limite della sostenibilità, in particolare in un angolo di mondo dove concetti afferenti alla genetica hanno più di una volta giustificato discriminazioni razziali ed etniche, disordini sociali e politici.

Il Libano ha festeggiato lo scorso novembre i 75 anni dall’ottenimento dell’indipendenza, 75 come i governi che lo hanno amministrato. Se un tempo era definito come la Svizzera del middle east per il suo benessere diffuso, le guerre e gli orizzonti di una politica di corto respiro intrapresa da esecutivi che si sono succeduti uno dopo l’altro lo hanno condotto ad una preoccupante situazione di stagnazione economica e politica. Il debito pubblico è in costante aumento e sfiora il 150 per cento, il deficit di bilancio è ben oltre i dieci punti percentuale, i flussi di capitale esteri in forte calo e le autorità statali svuotate di autorevolezza e sempre più eterodirette. Stretto dalla competizione di potere fra Arabia Saudita ed Iran, appesantito dalla pressione israeliana ed impantanato nel disordine siriano, sembra che quegli attori che, sia interni sia esterni, desiderano un Medio Oriente diviso e conflittuale per ambirne al controllo, desiderino anche un Libano ulteriormente frammentato.

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