Che la crisi economica fosse una minaccia in procinto di concretizzarsi era a Beirut argomento di discussioni da anni. Che avrebbe spinto Hezbollah, movimento sciita paramilitare che in Libano è anche partito politico e un vero e proprio Stato nello Stato, a ricredersi sull’aiuto degli istituti finanziari internazionali è invece stata una sorpresa.



Le proteste che dallo scorso ottobre denunciano corruzione e malaffare all’interno della classe politica – e che hanno portato il governo Hariri alle dimissioni – sono, infatti, solo la punta dell’iceberg di una ferita profonda nell’economia libanese. La lira locale ha perso negli ultimi tre mesi più della metà del suo valore, i tassi di occupazione toccano il fondo, il sistema bancario vicino al collasso.Problemi strutturali, che con le conseguenze dell’emergenza sanitaria hanno raggiunto il loro picco, e fatto tornare sui propri passi i vertici del Partito di Dio

“Non accetteremo la sottomissione a strumenti imperialisti”, tuonava a fine febbraio Sheik Naim Qassem, dirigente di spicco di Hezbollah, rivolgendosi in particolar modo al Fondo Monetario Internazionale. Circa due mesi dopo, a fine aprile, il governo libanese approvava un piano di salvataggio che scongiurerebbe il fallimento costituito in gran parte da investimenti esteri: 10 miliardi di dollari proprio dall’FMI, e 11 miliardi di dollari da altri donatori internazionali.La settimana scorsa, inoltre, il Parlamento di Beirut ha ratificato un pacchetto di aiuti da oltre 300 milioni di dollari per sostenere le famiglie a basso reddito colpite dagli effetti della pandemia.Manovre imponenti, che richiedono delicate riforme, che richiedono unità politica.

Le condizioni tragiche che interessano ampie fasce di popolazione libanese, in particolare nel sud del paese – dove Hezbollah è storicamente un attore sociale di primo piano – hanno probabilmente convinto quest’ultimo ha convergere verso l’unità d’intenti, e intavolare un dialogo anche con il malvisto Fondo Monetario Internazionale.
I colloqui fra le parti, iniziati nella seconda metà di maggio e – a detta di entrambi – accolti positivamente, rivelano non solo risvolti economici, ma anche geopolitici.

L’Iran, potenza sciita della regione da cui Hezbollah è fortemente influenzata (e finanziata), ha chiesto per la prima volta della nascita della Repubblica Islamica un prestito all’FMI nello scorso marzo.
La scelta di Teheran, che ancor prima dell’Italia ha dovuto affrontare un preoccupante alto numero di contagi all’interno del paese, è stata dirimente per la successiva scelta del movimento libanese, che è dovuto scendere a patti con le richieste del Fondo Monetario.
L’FMI avrebbe infatti domandato con fermezza all’esecutivo di Beirut un più severo controllo dei propri confini, sia terrestri che marittimi.

Sotto i riflettori dell’organizzazione internazionale vi sarebbero in particolar modo i traffici illeciti fra la terra dei cedri e la Siria, dove – dall’inizio del conflitto nel 2011 a oggi – è aumentato esponenzialmente il contrabbando non solo di generi di prima necessità, ma anche di valuta estera.

Il Fondo Monetario Internazionale, da sempre influenzato dalle politiche degli Stati Uniti d’America, potrebbe essere strumento per Washington di rinnovato protagonismo nel Vicino Oriente. Il Libano, la sua crisi, e Hezbollah – che proprio da Washington è classificata come organizzazione terroristica – potrebbero esserne punto di partenza.

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Davide Agresti

Davide Agresti

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