Il Libano è sempre stato casa di complessità.
I suoi fragili equilibri spesso sono stati nitido specchio dei fragili equilibri del Medio Oriente, dove l’entità statale ha più volte vacillato fra derive di autoritarismo e scomode ingerenze straniere.
Il Paese dei cedri, in particolare, fin dal giorno uno della sua indipendenza – firmata nel 1923 – porta sulle spalle il peso di un costante compresso.

Anzi, di più compromessi.
Demografico, in primis, per la composizione variegata delle popolazioni che lo abitano, religioso, per diretta deduzione, politico, per il sistema di governo che è invece diretta conseguenza dei precedenti due.

Da circa due mesi il patto sociale che regola la vita interne al paese è sfiancato dalle proteste di piazza che perdurano ininterrotte da metà ottobre.
Le migliaia di persone riversatesi in strada chiedono le dimissioni di tutto il governo, apice, a loro dire, di una casta di politici corrotti.

Se inizialmente le manifestazioni avevano sorprendentemente riunito il mosaico confessionale sotto un’unica bandiera – quella nazionale – negli ultimi giorni le tensioni, in particolare fra sunniti e sciiti, hanno nuovamente attizzato la brace dello scontro interno.
Lo scontro, inoltre, travalica i confini dei territori amministrati da Beirut.

Il braccio di ferro momentaneo vede sfidarsi sul ring Stati Uniti e Francia.
Nei giorni scorsi, infatti, l’amministrazione a stelle e strisce ha parlato per bocca del suo sottosegretario di Stato per gli affari politici David Hale, che ha fortemente indicato la linea futura.
Washington prediligerebbe l’opzione con Nawaf Salam, già diplomatico a libanese a New York, a capo di un governo di tecnici.
I tecnici al potere sono, inoltre, la principale richiesta delle piazze, il quale malcontento è prevalentemente indirizzato vero l’attuale classe politica, additata come corrotta senza se e senza ma.
Parigi, invece, sostiene l’opzione che arruolerebbe nuovamente Saad Hariri come Primo Ministro, dopo che egli stesso ha rassegnato le dimissioni a fine ottobre scorso.
Ieri il Presidente Michel Aoun ha incaricato di formare un nuovo governo al professore ed ex ministro Hassan Diab, scelta che sembra scontentare entrambe le potenze occidentali.

La pizza, inoltre, non sembra a caldo digerire bene la decisione.  
Nell’arena della contesa, insomma, non giocano un ruolo di primo piano solo Arabia Saudita ed Iran, rispettivamente centro nevralgico del sunnismo e dello sciismo.
I principali attori del palcoscenico occidentale pretendo una parte nel gioco di potere libanese che di giorno in giorno si fa sempre più intricato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fonti:

 

https://www.aljazeera.com/news/2019/12/hezbollah-backed-hassan-diab-lebanon-pm-191219155153401.html

 

 

 

 

 

 

 

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Davide Agresti

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