DAL MALCONTENTO SOCIO-ECONOMICO ALL’INSODDISFAZIONE POLITICA  

 

Da giovedì 17 ottobre numerosi sono i manifestanti libanesi scesi in piazza per manifestare contro le misure di austerità e la stagnazione economica del Paese. 

A dare il via alle proteste è stato l’annuncio del ministro delle telecomunicazioni della proposta di introduzione di una tassa sulle chiamate Voip (voice-over-internet-protocol) usate da app come Whatsapp, Facebook Messenger e Facetime.  

In un clima particolarmente critico, la proposta non è stata accolta con favore dalla popolazione che si è prontamente riversata tra le strade del paese per esprimere il proprio dissenso. 

 

IL PAESE IN PARALISI 

 

Il Libano versa in una delicata situazione economica. Il debito pubblico, tra i più alti al mondo, sfiora la soglia del 150%, il deficit di bilancio supera del 20% il Pil, la percentuale di disoccupazione giovanile giunge al 25%, la rete elettrica riesce a coprire solo il 60-70% del fabbisogno nazionale. 

Dunque, la proposta di tassazione sui servizi di messaggistica si proponeva di favorire la ripresa economica dello stato ma ha di fatto scatenato la rabbia del popolo libanese soggetto alle tariffe telefoniche più alte della regione, stabilite da sole due compagnie statali. La reazione dei cittadini è stata rapida e determinata. Le manifestazioni sono partite dalla piazza principale della capitale libanese per poi estendersi al resto del paese coinvolgendo le città di Tripoli, Jounieh, Tiro, Nabatieh e Baalbek, conducendo il paese verso una vera e propria paralisi caratterizzata dall’ostruzione delle principali vie di comunicazione e la chiusura di scuole, università e banche. 

Dopo il ritiro della Whatsapp tax, il primo ministro libanese, Saad Hariri, ha imposto un ultimatum di 72 ore al suo governo per trovare una soluzione alla crisi economica senza l’imposizione di nuove tasse. La risposta dell’esecutivo è stata la proposta di una serie di riforme economiche, basate principalmente su un taglio del 50% ai salari dei parlamentari e la richiesta di contributi bancari, con l’obiettivo di acquisire 3,4 miliardi di dollari e risollevare in questo modo le casse dello stato.  

Questo “primo passo per salvare il Libano e rimuovere lo spettro del collasso economico e finanziario”, così come definito dal primo ministro Saad Hariri, non è sufficiente per i protestanti che rifiutano il dialogo con il presidente libanese Aoun. La loro posizione è ferma e chiara: “Non ci sarà dialogo finché non sarà crollato il governo”. 

 

IL SUPERAMENTO DELLE DIVISIONI CONFESSIONALI

 

I cori dei protestanti rendono evidente che le richieste di miglioramento socio-economico nascondono in realtà un desiderio di cambiamento e svolta politica. La proposta di introduzione della Whatsapp tax che avrebbe appesantito una situazione economica già tesa, è stata il pretesto che ha dato il via libera all’opposizione popolare nei confronti della strategia del divide et impera che da anni caratterizza le politiche dell’élite al potere.  

I cittadini si ribellano contro lo status quo vigente e identificano nel sistema politico confessionale le radici della disastrosa situazione economica del paese. L’accordo post-guerra civile avrà pur trovato un equilibrio tra le varie comunità confessionali ma ha condotto il paese verso una situazione di stallo. 

Per la prima volta vengono superate le divisioni confessionali ed i manifestanti cristiani, maroniti e musulmani si mostrano uniti all’ombra delle bandiere libanesi che colorano le strade del paese. Il superamento delle divisioni confessionali è senz’altro una delle principali differenze rispetto ai moti di protesta degli anni scorsi. In particolare, né con la Rivoluzione del Cedro del 2005, che ha visto i cittadini mobilitarsi contro l’occupazione militare siriana, né con le manifestazioni del 2015 contro la cattiva gestione dei rifiuti da parte dello stato, c’è stata una messa in discussione delle cariche governative.  

Al contrario, i protestanti inneggiano ora a una rivoluzione. La popolazione è stanca del sistema confessionale che caratterizza il governo del paese. Istituzionalizzato con la costituzione del 1926, che introdusse il principio della rappresentanza su base comunitaria, e ribadito a Taʾif nel 1989 sulla base dell’ultimo censimento effettuato nel 1932, il sistema politico ha favorito lo sviluppo di un regime clientelare che ricorda il feudalesimo medievale. I rapporti privilegiati tra gli zu’ama, capi dei partiti confessionali sciiti, sunniti, cristiani e drusi, e la loro comunità di appartenenza hanno condotto il paese verso la miseria e favorito il dilagare della corruzione. Il Libano è, infatti, tra i trenta paesi più corrotti al mondo secondo il transparency index1 ed il confessionalismo ha fatto sì che il governo fosse più impegnato nel mantenimento dei precari equilibri tra le varie comunità che nell’introduzione di riforme economiche e politiche.  

È questa peculiare conformazione del governo libanese che motiva le attuali rivolte in libano. Nel nome di manifestazioni a carattere completamente a-partitico, i cittadini mettono ora in discussione l’intera classe dirigente con cori di protesta che al suono dello slogan “كل يعني كل”, “Tutti significa tutti”, si oppongono tanto al leader della comunità sunnita, Saad Hariri, quanto al portavoce della comunità sciita, Nabih Berri, o ancora ai membri del parlamento che fanno capo al partito di stampo sciita Hezbollah.  

Le attuali manifestazioni superano quindi la logica delle appartenenze mobilitando l’intera popolazione libanese che reclama la fine del confessionalismo. C’è il rischio, però, che la società civile non sia pronta ad un sistema politico laico le cui elezioni potrebbero non vincere il confronto con i legami comunitari troppo forti da poter essere sradicati nel breve termine. 

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Martina Brunelli

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa pressol’università degli studi di Napoli“L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la miavoglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire imiei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla provae di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa,la macro-areadi cui mi occuponelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre,di confrontarmi con un ambiente giovanilema allo stesso tempo stimolante.
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