75 anni di indipendenza, 75 i governi che si sono succeduti.
Le manifestazioni che hanno monopolizzato le piazze delle maggiori città soffiano forte e spazzano via anche il capo dell’ultimo esecutivo.
Cause e possibili conseguenze dei cambiamenti interni al paese dei cedri

Nelle ultime settimane la temperatura in Libano è salita ai massimi storici. Non solo quella atmosferica, che unita al forte vento e, si presume ad alcuni residui bellici ancora presenti in alcune aree boschive del paese, ha provocato incendi ad ampie porzioni di territorio, ma soprattutto quella sociale, che ha reso bollenti le piazze libanesi.

Se infatti la provvidenziale pioggia di metà ottobre ha contributo a domare le fiamme, non ha certamente spento il malcontento alla base delle proteste che hanno portato decine di migliaia di persone a riversarsi per le strade delle maggiori città scandendo cori contro i politici della nazione.

Ad accendere la miccia delle manifestazioni il disegno di legge presentato in parlamento ad inizio mese che prevedeva l’introduzione di una nuova tassa sulle chiamate online.
Nel paese dei cedri, dove le note applicazioni di messaggistica vengono utilizzate frequentemente per effettuare e ricevere chiamate, anche all’interno del territorio nazionale stesso, la scelta del legislatore è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per la popolazione già vessata da un situazione economica che da anni non mostra miglioramenti.
Nell’ultimo decennio, infatti, i principali indicatori statistici mostrano ed hanno mostrato un impoverimento costatante e trasversale delle condizioni di vita dei cittadini libanesi, in particolar modo dopo l’inizio del conflitto nella vicina Siria e il conseguente flusso di centinaia di migliaia di rifugiati.

L’Ufficio Centrale di Statistica Libanese, prima della diaspora siriana, stimava che circa il 27% della popolazione vivesse sotto la soglia di povertà.
UNDP, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sviluppo, stima addirittura che, attualmente, un quinto dei cittadini viva con meno di 4 dollari al giorno.

Il Libano, inoltre, presenta uno dei rapporti debito PIL più alti al mondo arrivato a sfiorare il 151 per cento.
È quindi una problematica diffusa, quella economica, che affonda le sue radici addietro nel tempo, e che recentemente ha raggiunto picchi preoccupanti.

La mala gestione della cosa pubblica, infatti, è la principale colpa che i manifestanti attribuiscono alla classe dirigente ed ai politici da loro eletti, additati senza esclusione come faccendieri corrotti ed impegnati solo a conservare la propria rete di potere.
Le scelta adottate fin dal 1989, anno che con gli accordi di Ta’if ha segnato la conclusione della guerra civile che per quasi quindici anni ha diviso e insanguinato il Libano, hanno sempre privilegiato la libertà imprenditoriale, in particolare nei settori bancari e finanziari, invece che il comparto produttivo.

L’evidente conseguenza è stata la spaccatura marcata con il mondo dei sindacati, spesso silenziati da una visione neoliberista che ha dato poco credito alle istanze dei lavoratori, sempre più precari, e l’aumento esponenziale della disoccupazione, oltre alle enormi carenze nella fornitura dei servizi di base quali acqua ed elettricità corrente.

manifestanti sopra e sotto un ponte nei pressi della capitale Beirut

Alla costante crisi economica, inoltre, si è affiancata un’altrettanto costante crisi politica.
Il Libano, a 75 anni dalla sua indipendenza, ha visto susseguirvi ben 75 diversi governi, una media di uno all’anno.
La complessità di un sistema di democrazia confessionale, instaurato quando la composizione demografica dello Stato era ben diversa, ha reso spesso impossibile la costituzione di maggioranze parlamentari che rendessero fluida l’elezione del Presidente della Repubblica o la nomina del Primo Ministro.
Diretta conseguenza sono stati i vuoti di potere che hanno reso l’apparato centrale ingovernabile, sfiancando la società civile che, oggi, chiede a gran voce le dimissioni dell’intera classe dirigente e l’instaurazione di un governo tecnico che guidi il paese fuori dalla palude.

Le dimissioni appena consegnate dal Premier Saad Hariri nelle mani del Presidente Michel Auon segnano sicuramente un importante punto a favore del dissenso di piazza, che mai come nelle ultime due settimane era stato così partecipato e capillare su tutto il territorio nazionale. Segnano, inoltre, il probabile tramonto della travagliata carriera politica di Hariri e pongono diversi interrogativi sul futuro del modello di governo.

Le manifestazioni hanno riunito sotto un’unica bandiera – quella nazionale – la società mosaico del Libano, da sempre arroccata all’interno della propria identità religiosa.
Maroniti che protestano contro la corruzione dei politici maroniti, sunniti che protestano contro la corruzione dei politici sunniti, sciiti che protestano contro la corruzione dei politici sciiti.
Un’inedita fratellanza che potrebbe inaugurare un nuovo elemento dalla portata rivoluzionaria all’interno del Medio Oriente, oltre il panarabismo, oltre il panislamismo: la cittadinanza.

Sarebbe necessario un percorso di radicale cambiamento per un sistema a più livelli, nazionale e locale, che dietro l’assetto istituzionale ha nascosto troppo spesso inganni di opportunismo politico. Un processo inevitabilmente lento, ma che gli avvenimenti degli ultimi giorni suggeriscono con un vigore mai così chiaro.

Il Primo Ministro Saad Hariri comunica le sue dimissioni. Alle sue spalle l’immagine del padre Rafiq, anch’esso Premier prima di essere assassinato

Molto dipende da come deciderà di agire il Presidente Auon, se spingerà affinché i principali gruppi di maggioranza presentino il nome di un tecnico che traghetti la macchina pubblica fino alla proclamazione di elezioni anticipate, e dall’impostazione che sceglieranno di mantenere i principali leader di partito.

Dalla bagarre politica, per il momento, ne esce sconfitta Hezbollah.
La movimento sciita, che in Libano è anche partito rappresentato in parlamento, aveva sostenuto per voce di Hassan Nasrallah – suo indiscusso segretario – la vicinanza ai manifestanti, ma al contempo aveva espresso l’esigenza di non andare ad elezioni anticipate.

Ipotizzando un complotto internazionale a danno del Libano, che avrebbe orchestrato dall’esterno le proteste al fine di far definitivamente capitolare l’economia nazionale, aveva messo in guardia dai pericoli di una strumentalizzazione politica.
Vero è che se, fino a qualche anno fa, il Partito di Dio poteva essere individuato come formazione anti-establishment, oggi è appieno inserita nei gangli del potere.
Pur rappresentando un vero Stato nello Stato, soprattutto nei territori del sud, da un consolidamento di unità nazionale è una delle fazioni che dal punto di vista propagandistico più a da perdere.

Le tensioni delle ultime ore provocate da sostenitori del movimento e di Amal, altro partito sciita, offrono indizi a riguardo. Paradosso, se si tiene in considerazione che dal superamento puramente ipotetico del confessionalismo, avrebbe più da guadagnare, essendo quella sciita la comunità più numerosa.

L’acuirsi di queste tensioni è, comunque, la principale preoccupazione che aleggia sopra il paese dei cedri.
Le dimissioni di Hariri hanno soddisfatto le piazze che non si accontentavano delle retoriche riforme proposte.
Le strade non si svoteranno fin quando i manifestanti non avranno la certezza che a gestire la transizione non saranno i politici che li governano da decenni, e che hanno fatto del Libano terra di corruzione e clientelismo.

La lotta alla disuguaglianza sociale non sembra voler arretrare, ed un Libano diverso si profila all’orizzonte. Le proteste, però, per quanto trasversali ed aggreganti, non hanno espresso una linea comune pronta ad affrontare un possibile vuoto di potere. Il paese dovrà saper essere in grado di pazientare per l’instaurazione di processi radicali ma lenti, dietro l’angolo gli spettri già conosciuti dell’inquietante incapacità di evitare la frammentazione.

fonti:

https://www.aljazeera.com/news/2019/10/lebanese-protesters-set-barricades-block-main-roads-191028090151931.html

https://www.nbcnews.com/think/opinion/lebanon-protests-rock-hezbollah-s-grip-power-s-cause-hope-ncna1072256

https://edition.cnn.com/2019/10/29/middleeast/lebanon-saad-hariri-resigns-intl/index.html

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Davide Agresti

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