L’emergenza climatica ha ricoperto parte dello scenario mediatico degli ultimi mesi. Difronte a tale situazione, le nostre società si avviano sempre di più verso la transizione ecologica. In questo contesto la politica energetica europea, attraverso la strategia “Europa 2020”, proposta nel 2010 dalla Commissione Europea, gioca un ruolo fondamentale per poter garantire un futuro sostenibile e portare l’Europa verso un processo costante di decarbonizzazione dell’energia. Il progetto “Europa 2020”, detto anche “piano 20-20-20”, ha infatti come obiettivo quello di garantire un approvvigionamento energetico sostenibile, basato su tre traguardi principali da raggiungere entro entro l’anno prossimo: riduzione del 20% sulle emissioni di gas a effetto serra, una quota del 20% dell’energia proveniente da fonti rinnovabili e un aumento del 20% dell’efficienza energetica, rispetto ai livelli del 1990.

Le quote del 20% in tutti e tre i settori devono essere raggiunte dall’intera Unione Europea sulla base degli sforzi dei singoli Stati Membri, che attraverso una serie di norme vincolanti, hanno fissato i loro propri target da ottenere entro l’anno limite previsto dal piano. Tale strategia permetterebbe d’incentivare i paesi europei a rinunciare gradualmente ai combustibili fossili, adottando sempre di più forme di energie rinnovabili, al fine di compensare il loro fabbisogno energetico. In base alle ultime analisi1, i pronostici sul raggiungimento degli obbiettivi sono molto positivi: 17,5% del mix energetico europeo proveniente da fonti d’energia rinnovabili nel 2017, mentre l’obiettivo dell’efficienza energetica è stato temporaneamente raggiunto nel 2015, ma in seguito ad un aumento del consumo energetico nel 2016, è stato fissato un innalzamento ulteriore del 2% alla quota originaria. L’obiettivo sulle emissioni è stato anticipatamente superato nell’anno 2016: ben 22,4% in meno di emissioni, rispetto al 1990.

L’agenzia europea dell’ambiente prevede un abbassamento delle emissioni del 26% entro il 2020. Si tratta sicuramente di un ottimo presupposto per passare al piano successivo (l’orizzonte 2030), in cui l’UE ha previsto di portare ad una riduzione minima del 40% sulle emissioni, rispetto ai valori del 1990. Tuttavia i risultati ottenuti sono riconducibili a dei disequilibri dei singoli Stati Membri nel raggiungimento dei loro target nazionali: se la Svezia ha presentato finora i migliori risultati in tutti e tre i settori, e in particolare quello delle energie rinnovabili (49%), Francia e Germania si presentano molto distanti dai loro target nazionali in ambito di efficienza energetica di energie rinnovabili, rischiando di non conseguire i loro obiettivi per il 2020. In questo contesto la situazione dell’Italia si mostra invece perfettamente in linea con i target nazionali, i quali sono stati persino superati, raggiungendo nel 2016 l’obiettivo sulle rinnovabili e nel 2018 quelli sulle emissioni e sull’efficienza energetica.

©EU, Eurostat

L’Europa sta mostrando il suo impegno dinanzi all’emergenza climatica, con il perseguimento di una politica ambiziosa per la transizione energetica, che prevede una riduzione minima dell’80% delle emissioni entro il 2050 rispetto al 1990 (ciò comporterebbe una produzione energetica a zero emissioni). Tuttavia l’efficacia di queste politiche climatiche resta limitata in assenza di un’azione globale. La transazione energetica sembra infatti non essere in linea con gli interessi economici di molte nazioni e l’esempio più evidente negli ultimi due anni è stato l’annunciata uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi del 2015. Le energie rinnovabili rappresentano, specialmente nei paesi in via di sviluppo, un’alternativa troppo costosa e poco redditizia. Le organizzazioni internazionali e sovrannazionali giocano un ruolo fondamentale nella lotta al cambiamento climatico, poiché attraverso la stipulazione di trattati, che prevedano delle norme vincolanti per la salvaguardia del clima, possono conciliare i singoli stati verso un impegno globale per garantire un futuro sostenibile.

Il successo della politica energetica europea non comporterebbe la salvaguardia del clima come unico risultato: fra le poste in gioco rientra infatti anche il raggiungimento dell’indipendenza energetica, uno dei capisaldi della politica energetica europea, ancora troppo dipendente dalle importazioni di gas e petrolio. L’Europa ha dovuto spesso affrontare situazioni di crisi energetica, determinate dall’inasprimento delle relazioni diplomatiche, come ad esempio la crisi petroliera del 1973, causata dai paesi dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), o la crisi del gas fra Russia e Ucraina del 2006, durante la quale l’UE ha dovuto mediare fra le due parti. Investire sempre di più in tecnologie per il miglioramento dell’efficienza energetica e per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, potrebbe condurre l’Unione Europea a raggiungere un’autosufficienza energetica, e di conseguenza ad essere meno dipendente dalle importazioni di gas e di petrolio.

Tale risultato potrebbe sconvolgere fortemente il panorama geopolitico delle relazioni diplomatiche. Basterebbe pensare a come potrebbero evolversi le relazioni con la Russia, quest’ultima principale fornitore di petrolio, gas naturali e combustibili solidi dell’UE. La disponibilità di giacimenti, così come la capacità di poter rifornire d’energia altri paesi, rappresenta una forma d’influenza rilevante e può convertirsi in una vera e propria arma, con la quale poter esercitare pressione in caso di conflitto. L’esperienza della crisi petroliera del 73 è stato un primo segnale dall’arme, che ha portato l’Europa a definire una chiara linea di politica energetica, basata anche su un principio di diversificazione delle importazioni, ma i rapporti diplomatici con i paesi fornitori possono essere oggetto di costante cambiamento e ciò comporta una certa instabilità nell’approvvigionamento energetico. La transizione energetica rappresenterebbe non solo una valida alternativa all’emergenza climatica, bensì porterebbe ad un profondo cambiamento nell’assetto geopolitico dei paesi esportatori di combustibili fossili, come affermato dalla Global Commission on the Geopolitics of Energy Transformation.2

Tuttavia la politica energetica europea, che dovrebbe condurre al raggiungimento della transizione energetica, presenta ancora delle contraddizioni irrisolte. Fra i punti principali di questo piano fanno anche parte: l’aumento della competitività all’interno del mercato unico energetico, per garantire ai consumatori delle tariffe sempre più ridotte, l’aumento della sicurezza in ambito d’approvvigionamento energetico e la riduzione delle importazioni di combustibili fossili. Aumentare la quota delle energie rinnovabili, per compensare la diminuzione delle importazioni, comporterebbe ad un aumento dei prezzi dell’energia, compromettendo la competitività. Un sistema energetico, che dipenda principalmente da fonti rinnovabili, resta anche fortemente insicuro per quanto riguarda la sicurezza d’approvvigionamento energetico, data la variabilità delle condizioni metereologiche. Diversamente gas e petrolio rappresentano una maggiore sicurezza in ambito d’approvvigionamento, ma aumenterebbero le importazioni.

1 Christine Mayer, Smarter, Greener, More Inclusive?: Indicators to Support the Europe 2020 Strategy (Luxembourg: Publications Office of the European Union, 2018).

2 Global Commission on the Geopolitics of Energy Transformation, A New World: The Geopolitics of the Energy Transformation., 2019.

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